Il riscaldamento globale provocato dalle attività umane ha amplificato i venti e gli impatti economici del ciclone Harry

06 Ottobre 2026 - 21:25
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Il riscaldamento globale provocato dalle attività umane ha amplificato i venti e gli impatti economici del ciclone Harry

Già nei giorni immediatamente seguenti alle devastanti alluvioni e mareggiate provocate a inizio anno dal ciclone Harry in Sicilia, Calabria e Sardegna, diversi studiosi avevano segnalato che, in particolare, il cambiamento climatico aveva aumentato l’intensità dei venti del 15% e che, più in generale, era riscontrabile un nesso tra aumento delle temperature, anomalie termiche in mare non limitate alla stagione estiva e piogge abbondanti e concentrate in un breve lasso di tempo. Ora, passati quasi nove mesi da quelle terribili giornate contrassegnate da onde alte fino a 9 o 10 metri che hanno creato ingenti danni lungo le coste, un nuovo studio ha indagato se e in che misura la crisi climatica di origine antropica abbia intensificato le condizioni meteorologiche e gli impatti legati al vento associati al ciclone. L’indagine è stata condotta da Davide Faranda, Marco Zanchi e Tommaso Alberti, ricercatori attivi in diversi istituti scientifici di Italia e Francioa, ed è stata pubblicata sul Quarterly Journal of the Royal Meteorological Society.

Utilizzando il quadro di attribuzione basato su ClimaMeter, i ricercatori hanno confrontato configurazioni atmosferiche simili al ciclone Harry nel clima attuale (1988–2025) con eventi comparabili in un clima passato più freddo (1950–1987). Ebbene, l’analisi mostra che simili configurazioni atmosferiche di circolazione su larga scala si sono verificate anche in passato, ma che oggi si sviluppano in un contesto significativamente più caldo.

«Il ciclone Harry è stato un evento eccezionale, ma la sua configurazione atmosferica su larga scala non era del tutto senza precedenti», spiega Davide Faranda, ricercatore del CNRS (il Centro nazionale di ricerca scientifica, la più grande organizzazione pubblica di ricerca della Francia e una delle più importanti agenzie di scienze di base in Europa) e primo autore dello studio. «Ciò che è cambiato è il clima in cui si sviluppa un simile ciclone. Per configurazioni atmosferiche comparabili, riscontriamo temperature superiori di circa 1-2 °C in Sicilia e nel Mediterraneo circostante, e un modesto approfondimento del ciclone a livello del mare. Questo contesto più caldo può alterare la risposta della tempesta e contribuire a impatti in superficie più severi».

Il segnale del cambiamento climatico più chiaro riguarda il vento. Gli analoghi odierni mostrano venti vicini alla superficie più forti di circa 4–6 km/h sulla Sicilia orientale e sul Mediterraneo adiacente, con aumenti localmente maggiori. Venti più forti a bassa quota favoriscono la generazione di onde più alte ed il conseguente aumento del rischio di inondazione sulla costa. Al contrario, le variazioni nelle precipitazioni sono più eterogenee e meno robuste, il che significa che il principale risultato di attribuzione dello studio riguarda i rischi legati al vento piuttosto che la pioggia.

«Un cambiamento relativamente piccolo nella velocità del vento può avere conseguenze sproporzionatamente grandi quando una tempesta estrema colpisce aree costiere densamente popolate e fortemente esposte», afferma Marco Zanchi, ricercatore presso LSCE/IPSL e co-primo autore dello studio. «Ecco perché volevamo andare oltre il segnale meteorologico. L'attribuzione diventa particolarmente rilevante per la società quando riusciamo a identificare dove il pericolo amplificato dal clima si sovrappone a persone, città, infrastrutture e attività economiche».

I ricercatori hanno quindi combinato l’analisi di attribuzione climatica con informazioni spaziali sulla popolazione e sul Pil. Stimano che circa 2,91 milioni di persone e 63,58 miliardi di dollari di Pil si trovassero all’interno di aree esposte a pericoli derivanti dal vento significativamente intensificati dal cambiamento climatico. La maggior parte di questa esposizione si è verificata all'interno della classe di pericolo più elevata, in particolare in Sicilia, nello Stretto di Messina e nella Calabria meridionale.

Lo studio ha poi introdotto una diagnostica orientata agli impatti per stimare come l'aumento del vento legato al cambiamento climatico possa tradursi in perdite economiche. Ipotizzando un evento illustrativo con una perdita di 1 miliardo di dollari dovuta ai danni del vento, il modello stima che circa 90 milioni di dollari, ovvero circa il 9% del totale, potrebbero essere associati all'amplificazione climatica.

«Questo è un passo importante perché l'attribuzione climatica dovrebbe in ultima analisi aiutarci a capire non solo come è cambiato un evento estremo, ma anche cosa significa tale cambiamento per la società», spiega Tommaso Alberti, ricercatore dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e coautore dello studio. «La nostra stima suggerisce che l'amplificazione del vento guidata dal clima può già tradursi in un ulteriore onere economico misurabile. In regioni altamente esposte come la Sicilia orientale e lo Stretto di Messina, venti più forti possono anche interagire con onde, mareggiate e allagamenti costieri, creando impatti compositi potenzialmente molto maggiori di quelli associati a un singolo pericolo alle popolazioni costiere, alle infrastrutture critiche e più in generale alla morfologia della costa».

I risultati sollevano interrogativi anche sul futuro dei cicloni mediterranei. La ricerca attuale non indica necessariamente che il numero totale di cicloni mediterranei aumenterà, ma i sistemi più intensi potrebbero sviluppare venti vicini alla superficie più forti e un maggiore potenziale di danno in un clima più caldo.

«La prossima domanda è come potrebbe apparire un ciclone simile ad Harry nel Mediterraneo dei prossimi decenni», conclude Faranda. «Il nostro studio si basa su un evento già accaduto e non fornisce una proiezione futura. Tuttavia, se il Mediterraneo e la bassa atmosfera continueranno a riscaldarsi, l'ambiente termodinamico in cui queste tempeste si sviluppano continuerà a cambiare. Le simulazioni climatiche ad alta risoluzione saranno essenziali per determinare se eventi simili ad Harry possano diventare più intensi e, soprattutto, come i loro impatti economici e sociali potrebbero evolvere sotto diversi scenari di emissione».

Gli autori evidenziano che la stima economica considera solo le perdite legate al vento. Il ciclone Harry è stato un evento composito in cui precipitazioni, onde, allagamenti costieri e altri processi hanno contribuito in modo sostanziale al danno complessivo; lo studio non attribuisce tali componenti al cambiamento climatico.

Le ricerche future, viene anticipato, estenderanno questo quadro di riferimento utilizzando simulazioni climatiche ad alta risoluzione in grado di risolvere meglio i cicloni mediterranei e la loro interazione con coste complesse, montagne e colline. Tali simulazioni potrebbero consentire ai ricercatori di valutare le variazioni nella frequenza e nell'intensità di eventi simili ad Harry in diversi scenari di emissione e tradurle in stime prospettiche del rischio socioeconomico.

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