Il progressismo furbetto di Giuseppe Conte e la sinistra testarda di Elly Schlein

23 Giugno 2026 - 05:30
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Il progressismo furbetto di Giuseppe Conte e la sinistra testarda di Elly Schlein

Due definizioni fino a ieri sovrapponibili – essere di sinistra ed essere progressisti – si sono recentemente disaccoppiate. Entrambe un po’ vecchiotte, ma Giuseppe Conte ha avuto il merito, si fa per dire, di rivalutare il termine progressista, facendone un uso spregiudicato e lasciando al Pd l’etichetta di sinistra, che ormai vuol dire tutto e niente.

L’avvocato del popolo non dice mai di essere di sinistra, ed Elly Schlein lo lascia fare, usa raramente quell’aggettivo. Capo di un partito che, interpretando gli umori crescenti, è nato disprezzando destra e sinistra (Pdl e Pd senza elle diceva Grillo), Conte deve far dimenticare il governo gialloverde, il più a destra della storia repubblicana.

Killer spietato del Fondatore e capace di altre efferate punizioni, ha imparato della politica le regole più scabrose, utili per far ballare sulle punte il Pd che con Elly Schlein si è ostinato a ritenerlo un alleato imprescindibile, consegnandosi così alla sua voglia di tornare a Palazzo Chigi, magari addirittura battendola alle Primarie. Sarebbe davvero un capolavoro.

Va riconosciuto al furbo leader postgrillino di avere scelto bene la parola progressista. Un bel termine, più moderno dell’espressione classica di “sinistra”. È comunque servito nell’immediato per smorzare la definizione del grande intellettuale Pci Biagio Di Giovanni, scomparso da poco, che di Conte aveva detto, come dargli torto?: «Davanti a noi sta un uomo inquietante, che ha accettato di presiedere due governi di segno opposto senza battere ciglio, annegando la politica in un pantano di potere senza idee».

Per scrollarsi da questa definizione tombale e dar fastidio concorrenziale al Pd catturando gli umori depressi della base, Conte ha avuto dunque un’intuizione efficace, quella di intestarsi una parola forte ed elastica. Essere progressisti indica un traguardo dinamico, magari persino scomodo. Sinistra è invece solo un posizionamento in realtà statico, visto che non puoi fare la Rivoluzione. Maestro di ambiguità, ha cosi trovato il modo di essere più libero e spiazzante, l’ideale in un mondo post ideologico.

Ha addirittura raccontato di aver votato nella sua prima vita per Ciriaco De Mita, e alternativamente per i radicali, tanto per darsi una immagine controcorrente, sbarazzina, seduttiva per i giovani. E il giochino gli riesce. Insomma, una furbata. L’uomo è considerato di scarso spessore culturale ma molto astuto e ha capito che questo è il modo migliore per parlare con quel mondo in cui la sinistra estrema assomiglia alla destra estrema e l’astensione può trasformarsi, se ben stimolata, in partecipazione che diventa decisiva.

Progressista va bene, funziona, è una buona carta da giocare nel momento in cui la destra fatica con il sovranismo anacronistico, oggi screditato da Donald Trump e Bibi Netanyahu, e la sinistra chiude in un ghetto la sua componente riformista, soggiogata da un ristretto vertice sessantottino di ritorno che ha il dito sul grilletto delle liste elettorali.

E così i sondaggi lasciano pensare all’incredibile, e cioè che l’ex presidente di Gigi Di Maio e Matteo Salvini si mangi il consenso Pd e faccia a Schlein lo scherzo che lei fece anni fa a Stefano Bonaccini: non più arrivare senza essere visti, ma arrivare con grande visibilità da sinistra moderna.

Recitare da progressisti rende, soprattutto ti fa sembrare appunto più moderno. Sarebbe bello sapere da Giuseppe Conte cosa sia il vero progressismo ma questo non è proprio un punto decisivo.  Se ne parlerà in un’altra sede, a voti acquisiti.

La duttilità progressista (che non a caso ha in sé persino un contenuto riformista e dunque è buona per tutte le stagioni) è più efficace della purezza ideologica di sinistra, che prevede ancora tanti tabù e tanti totem da abbattere. Può succedere che per fare cose di sinistra, la sinistra rinneghi per l’appunto il progressismo, guardi indietro anziché avanti. Ed è li che l’uomo della pochette ti infilza, ti fa passare per demodé.

Caposaldo storico di questo contrasto fu il referendum sulla scala mobile: più progressista quella parte di sindacato che con Craxi la voleva abolire, o la Cgil di Lama che accettava l’inflazione perché i salari sembravano più alti? Più avanti verso il progresso il jobs act del primo Pd che lo voleva o quello del secondo che preferì farsi battere in un nuovo referendum fallito pur di sembrare di sinistra? Vedi gli occhi lucidi di Conte all’Assemblea della Fiom di Bologna quando sente la platea che pronuncia un No infantile all’idea che Matteo Renzi stia nel campo largo.  E oggi: come gestire il ritorno del nucleare, tema sul quale la sinistra si irrigidisce istantaneamente e Conte furbetto fischietta innocente? Lui è più moderno, più pragmatico. Lui è progressista.

Poi magari, anzi senza magari, l’impreparazione culturale del partito di Conte non trasformerà mai il progressismo in progresso, ma in questo mondo cinico già lo scavalco a parole sui temi della modernità può essere letale, presso un elettorato meno sensibile di un tempo ai tanti tabù datati che piacciono a Elly Schlein.

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