Il ritorno in ufficio è un momento delicato per la cybersicurezza

31 Agosto 2026 - 23:25
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Il ritorno in ufficio è un momento delicato per la cybersicurezza

Il ritorno in ufficio dopo le vacanze rappresenta una fase piuttosto delicata per le aziende dal punto di vista della cybersicurezza: l’aumento di riunioni online, email e documenti condivisi, unita alla possibile soglia dell’attenzione un po’ più bassa, rende più facile per i criminali informatici condurre attacchi e truffe mascherandoli da comunicazioni di lavoro. Kaspersky ha pubblicato negli scorsi giorni uno studio che si basa su dati raccolti tra luglio 2025 e giugno 2026, secondo cui sono stati individuati oltre 4,7 milioni di tentativi di attacco che sfruttavano il nome o l’immagine di piattaforme e tool molto comuni nel mondo del lavoro.

Zoom è risultato il marchio più imitato, con oltre 2,6 milioni di rilevamenti, seguito da Outlook con circa 1,5 milioni. Tra gli altri servizi presi di mira si citano OneDrive, Microsoft Excel e Microsoft Teams. La categoria di malware più diffusa è stata quella dei downloader, con oltre 2,7 milioni di riscontri. Sono programmi che non fanno danni in modo diretto, ma si occupano semplicemente di scaricare e installare il malware vero e proprio. Al secondo posto si trovano i trojan, con quasi un milione di casi, malware in grado di mascherarsi da applicazioni legittime per sottrarre dati, monitorare attività o fornire accesso remoto agli attaccanti. Seguono gli exploit, che sfruttano vulnerabilità presenti nei sistemi operativi o nei software.

I ricercatori segnalano tra l’altro una tecnica emergente piuttosto sofisticata e subdola, ovvero il cosiddetto “device code phishing”. In questo scenario gli utenti non vengono indirizzati verso una falsa pagina di accesso, ma ricevono un codice temporaneo da inserire su una vera pagina Microsoft. In questo modo, pur completando l’autenticazione su un sito legittimo, la vittima può concedere inconsapevolmente l’accesso a un’istanza di un’applicazione o servizio controllata dagli aggressori, permettendo loro di consultare email, file archiviati su OneDrive o messaggi di Teams.


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