Il secolo in cui le democrazie hanno smesso di sentirsi invincibili

25 Maggio 2026 - 07:41
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Il secolo in cui le democrazie hanno smesso di sentirsi invincibili

Il libro di Goffredo Buccini, intenso e coraggioso, sul «secolo delle nuove autocrazie e l’ultima reazione democratica» (“Tyrannis”, Neri Pozza) è la storia di un percorso personale e collettivo per essere efficaci, cioè non distratti, e tempestivi, cioè consapevoli dell’urgenza, nella difesa di una democrazia in pericolo.

Nell’immaginario dialogo con una ragazzina che a dieci anni partecipa con la madre alle contestazioni di Seattle 1999, c’è verosimilmente la lunga strada dell’autore stesso nella crescente angoscia per la crisi di valori e per la negazione progressiva della democrazia liberale nel mondo, proprio quella che negli anni Nonvanta era apparsa come la fine della storia e la vittoria indiscutibile della libertà.

Significativo il riconoscimento che nei ringraziamenti conclusivi, Buccini rivolge all’amico Fausto Bertinotti, dopo «due anni di discussioni serrate ed amorevoli litigi» che nella finale sintesi dialettica hanno rafforzato la tesi del libro, «anche per contrapposizione». Par di vedere questa discussione, alimentata da un Bertinotti attento e partecipe che – nel suo percorso intellettuale e culturale – già anni fa ha confessato la sua ammirazione discorde per il pensiero liberale.

Il lavoro di Buccini non fa sconti, non torna indietro alla nostalgia di miti anche affettivi superati per recuperarne almeno l’emozione, e ha quindi una forte coerenza interna in tutte le cinque parti in cui è diviso il racconto.

La prima sottolinea per l’appunto l’illusione delle certezze portate dalla crisi finale del comunismo, che non genera affatto lo sbocco pacifico immaginato da Francis Fukuyama nelle acque definitivamente tranquille della convivenza democratica.

La seconda racconta del brusco risveglio nel pieno malessere dell’America diseguale e nel miraggio di una Europa forse cresciuta troppo in fretta nella quantità e non nella qualità, e l’Occidente già al centro di ostilità sempre più violente.

La terza, intitolata “Il nulla che avanza”, ricorda alla ragazzina di Seattle già diventata grande che la storia ha innestato ormai la retromarcia, e lo fa nell’odio delle stragi, delle nuove guerre di religione e della tossica insorgenza populistica. Altro che democrazia liberale vincente ora e per sempre,

La quarta, post Covid, è un vero e proprio “tunnel della morte”, perché torna la guerra, quella calda, di sangue e distruzioni, ma emerge anche l’eroismo ucraino.

La quinta parte sembra la più inquietante. Torna Donald Trump e incoraggia o comunque incarna una spinta vincente di insorgenza sovranista e fascistoide nella devastante capacità operatività della non politica.

Sono fin qui quattrocento pagine di un crescendo tragico, di perdita delle certezze anche più semplici e magari colpevolmente date per scontate.

È la parte più godibile del libro perché Goffredo Buccini non dimentica la sua origine di cronista e quindi c’è tutto il bello di una narrazione serrata, vivida, che ci fa attraversare a ritroso questo quarto di secolo sconvolgente, passando da uno scenario all’altro con precisione chirurgica, molto utile per rifocalizzare fatti che la memoria magari affastella in modo disordinato. Dall’imperialismo russo al Maga trumpiano, sempre più all’insegna da una dilagante voglia di nuovi equilibri da allestire a spese dell’Europa, divisa e spaventata, sempre in ritardo nel cogliere il pericolo vitale che incombe su di lei.

Poi, a pagina 421, è come se iniziasse un secondo libro, che può essere letto anche da solo, perché riguarda il nostro futuro di libertà. Siamo infatti alle conclusioni e Goffredo Buccini non si sottrae al dovere di dare indicazioni precise anche se magari scomode su come agire se davvero si vuole salvare la democrazia. Quella che a Seattle la giovane interlocutrice immaginaria contestava con le armi stesse della libertà, e che venticinque anni dopo a Gaza affonda nella vergogna di una distruzione di uomini e cose.

«Reagire si può» scrive ottimisticamente l’autore, evocando appunto una democrazia «reattiva» che si batta contro i bulli, uno dei quali, Victor Orbán, verrà infatti spazzato via dagli elettori pochi giorni dopo la chiusura del manoscritto. La reattività è consentita, non dobbiamo oscillare incerti con senso di colpa se le elezioni in Romania sono state annullate. E qui, Buccini fa ricorso a Karl Popper e ci fa vedere un futuro diverso. «Se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essa».

Tutti i pensieri sono legittimi e rispettabili in astratto e non è detto che li si debba aver l’obbligo di sopprimerli «ma dobbiamo proclamare il “diritto” di sopprimere, se necessario anche con la forza… Dovremmo insomma proclamare che ogni movimento che predica l’intolleranza si pone fuori dalla legge e dovremo considerare come crimini l’incitamento all’intolleranza e alla persecuzione…».

Non a caso Donald Trump si è sempre preoccupato e in questi giorni ancora ha preteso immunità e esenzioni, benefici fiscali per sè e monetari per i suoi facinorosi seguaci. Perché se il tollerante finalmente si arrabbia, sono guai per gli autocrati.

Ma anche speranze per le vittime rassegnate della «servitù volontaria» evocata mezzo millennio fa da un giovane pensatore oggi da rivalutare, Etienne de la Boetie. Ribellarsi si può, si deve, anche di fronte al più insidioso dei mali sociali del nostro tempo, il populismo.

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