In Calabria il diritto allo studio, per davvero: cosa prevede la legge voluta dalla destra

19 Luglio 2026 - 06:50
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In Calabria il diritto allo studio, per davvero: cosa prevede la legge voluta dalla destra

In Calabria il diritto allo studio, per davvero: cosa prevede la legge voluta dalla destra

Il primato, questa volta, appartiene alla Calabria e ha il colore politico della destra. È opportuno dirlo senza complessi, anche perché per troppo tempo al Mezzogiorno è stato assegnato il ruolo di destinatario passivo di modelli concepiti altrove, mentre alla cultura progressista è stato riconosciuto quasi per diritto ereditario il monopolio delle politiche sociali. Da una Regione del Sud e dall’iniziativa di un consigliere regionale di Fratelli d’Italia nasce oggi una disciplina che si offre come modello per il resto del Paese, un unicum nel panorama nazionale, nel quale il diritto allo studio si coniuga con la tutela sociale, la valorizzazione del merito individuale e la responsabilizzazione delle istituzioni coinvolte.

Il diritto allo studio secondo Costituzione

La legge regionale calabrese n. 10/2026, promossa da Angelo Brutto, riconduce il diritto allo studio alla sua autentica radice costituzionale, offrendo ai giovani capaci e meritevoli, qualora siano privi dei mezzi necessari, la possibilità concreta di raggiungere i gradi più alti degli studi. Restituisce così all’articolo 34 della Costituzione il suo significato integrale, che una lunga egemonia egualitaria ha spesso richiamato soltanto a metà, ricordando i “privi di mezzi” e dimenticando, quasi fossero parole imbarazzanti, i “capaci e meritevoli”.

La norma non affida alla Repubblica il compito di distribuire indistintamente benefici, né identifica il diritto allo studio con un egualitarismo che prescinda dall’impegno e dalla responsabilità personale. La formula scelta dai costituenti lega due esigenze inseparabili: rimuovere gli ostacoli economici che impediscono ai giovani di talento di proseguire gli studi e riconoscere il valore del merito, senza il quale ogni politica universitaria finisce per smarrire la propria ragione educativa e civile.

Cosa prevede la legge della Calabria

Le borse di studio sono destinate agli studenti che possiedono requisiti economici e di merito, mentre l’erogazione delle risorse presuppone anche la verifica della carriera universitaria. Il sostegno pubblico non assume quindi la forma di un beneficio automatico e indifferenziato, ma accompagna una prova di continuità e serietà negli studi. È una concezione realistica della giustizia sociale, che sostiene chi dispone di minori risorse senza fingere che ogni risultato sia equivalente a ogni altro. La mobilità sociale non si costruisce abbassando le aspettative o svalutando i risultati, ma consentendo a chi merita di avanzare anche quando le condizioni familiari non glielo permetterebbero. Il figlio di una famiglia priva di mezzi non ha bisogno che il merito venga abolito in suo nome, ma che esso sia riconosciuto e premiato indipendentemente dalla sua provenienza sociale.

L’importanza dei tempi certi

La legge sottrae inoltre il diritto allo studio alla casualità dei ritardi e alla vaghezza delle responsabilità, introducendo un procedimento amministrativo scandito da termini precisi. Entro il 31 maggio le università devono comunicare alla Regione il fabbisogno finanziario previsto per l’anno accademico successivo ed entro il 15 novembre la spesa effettiva e il numero degli studenti idonei e beneficiari. La Regione deve trasferire agli atenei il settanta per cento delle risorse entro il 15 settembre e il saldo entro il 31 gennaio successivo, mentre le università sono tenute a erogare le somme entro il 31 ottobre agli studenti dei quali siano stati verificati i requisiti economici, di carriera e di merito.

Una borsa erogata quando l’anno accademico è ormai avanzato non equivale a una somma disponibile nel momento in cui occorre pagare l’alloggio, acquistare i libri e sostenere le spese di trasporto. Il tempo dell’amministrazione non può restare separato dal tempo della vita, perché un diritto riconosciuto con mesi di ritardo rischia di intervenire quando la famiglia ha già dovuto affrontare da sola i costi o quando il giovane ha rinunciato agli studi.

Il meccanismo di responsabilità pubblica

La legge introduce anche un meccanismo di responsabilità pubblica, imponendo alla Regione di rendicontare e pubblicare entro il 30 aprile i tempi di erogazione e l’ammontare delle risorse effettivamente destinate alle borse. Previsione, attuazione e valutazione vengono così ricondotte a una politica regionale i cui risultati possono essere conosciuti e giudicati dai cittadini.

Di particolare rilievo è l’obiettivo della copertura totale delle borse di studio, al quale la legge attribuisce carattere prioritario nella programmazione delle risorse. Si affronta così la contraddizione dello studente “idoneo non beneficiario”, al quale l’ordinamento riconosce formalmente il diritto al sostegno senza che tale riconoscimento si traduca sempre nell’erogazione della borsa. Colmare questa distanza vuol dire restituire credibilità alle istituzioni e concretezza al principio costituzionale.

Un investimento sul futuro

La Calabria, del resto, conosce più di altre regioni il costo sociale dell’emigrazione e della dispersione del proprio capitale umano. Ogni giovane preparato che parte senza poter tornare rappresenta una perdita per l’intera comunità regionale. Rendere effettivo il diritto allo studio significa pertanto favorire la formazione di competenze e nuove classi dirigenti, perché nessuna politica di sviluppo può reggere a lungo se le energie migliori sono costrette a cercare altrove le opportunità che la propria terra non riesce a offrire.

La legge regionale n. 10 dimostra che la vera uguaglianza non consiste nel dichiarare irrilevanti le capacità, ma nell’impedire che siano soffocate dalla povertà. Vi è anche una significativa ironia politica nel fatto che a restituire importanza al diritto allo studio sia oggi una legge della destra calabrese. Per una volta, il primato appartiene al Sud e la lezione in materia di giustizia sociale viene proprio da chi, per decenni, è stato abituato a riceverne.

*Professore di Storia del pensiero politico Università della Calabria

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