Le parole della storia contro la storia delle parole: il saggio sull’«eterna guerra civile» che rimette in ordine le cose

19 Luglio 2026 - 06:50
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Le parole della storia contro la storia delle parole: il saggio sull’«eterna guerra civile» che rimette in ordine le cose

Le parole della storia contro la storia delle parole: il saggio sull’«eterna guerra civile» che rimette in ordine le cose

Ci sono libri che entrano nel dibattito pubblico per sostenere una tesi, altri che cercano di demolire quella dominante. E poi ce ne sono alcuni che scelgono una strada diversa: fermarsi un passo prima dello scontro delle idee e chiedersi se le parole con cui discutiamo abbiano ancora il significato che attribuiamo loro.

È la domanda che attraversa, con discrezione ma anche con notevole rigore, Eterna guerra civile? Fascismo e antifascismo, fondamentali e fondamentalisti, il nuovo lavoro di Mario Bozzi Sentieri edito da Eclettica.

La ricerca storica, non la polemica

Il titolo potrebbe trarre in inganno. Potrebbe far pensare all’ennesimo libro destinato a riaccendere una polemica che accompagna la vita pubblica italiana da oltre settant’anni. In realtà, accade quasi l’opposto. Bozzi Sentieri non alimenta il conflitto ma prova, piuttosto, a ricondurlo entro il terreno che gli è proprio: quello della ricerca storica.

Da tempo il lessico del Novecento italiano ha smesso di appartenere soltanto agli storici. Fascismo, antifascismo, Resistenza, guerra civile, revisionismo, imperialismo, colonialismo: parole nate per descrivere fenomeni storici sono diventate categorie del linguaggio politico quotidiano. Evocate, semplificate, talvolta piegate alle esigenze della polemica, hanno progressivamente assunto significati che vanno ben oltre il contesto nel quale erano state elaborate.

È il destino di ogni memoria pubblica quando prende il sopravvento sulla ricerca. La storia continua a essere chiamata in causa, ma sempre più spesso come un tribunale cui chiedere sentenze sul presente, anziché come uno strumento per comprenderne le radici. Così le parole sopravvivono, mentre il loro contenuto storico originario rischia lentamente di sfuggire.

È proprio questo il nodo sul quale interviene Bozzi Sentieri. Non per sostituire una verità con un’altra, né per proporre una rilettura complessiva del fascismo o dell’antifascismo. Il suo obiettivo è più sobrio e, proprio per questo, più ambizioso: riportare il dibattito là dove è nato, ricostruendo il significato storico delle categorie con cui continuiamo a leggere il Novecento italiano.

La forma lessicale come cuore del metodo

Ogni voce diventa un invito a rallentare il giudizio, a ripercorrere la storia di una parola, a distinguere il fatto storico dalle interpretazioni che, nel tempo, si sono stratificate intorno ad esso. In un’epoca dominata dalla velocità delle semplificazioni, il libro compie un’operazione controcorrente: restituisce complessità. È qui che risiede il suo interesse, anche per chi non condividesse tutte le conclusioni dell’autore.
Perché Eterna guerra civile? non chiede innanzitutto di aderire a una tesi. Chiede di tornare a discutere il passato con gli strumenti della storia, prima ancora che con quelli della politica, e questa è una differenza che, nel panorama culturale italiano, non è affatto secondaria.

Il pregio maggiore del volume sta proprio nella disciplina con cui questo metodo viene applicato. Ogni lemma segue un percorso riconoscibile. Si parte dall’uso corrente di una parola o di una categoria storica, se ne ricostruisce l’origine, si ripercorrono le principali interpretazioni offerte dalla storiografia e si arriva infine a una ricognizione critica delle letture che si sono succedute nel tempo. Il risultato non è un catalogo di definizioni, ma una mappa del dibattito italiano sul Novecento.

È qui che il libro rivela la sua natura più autentica. Bozzi Sentieri non scrive contro una storiografia per sostituirla con un’altra. Cerca piuttosto di riportare il confronto alle sue fonti, ricordando che ogni interpretazione acquista senso soltanto se collocata nel contesto storico e culturale nel quale è nata.

Per questo le pagine dialogano continuamente con gli autori che hanno fondato la riflessione italiana sul fascismo e sull’antifascismo.
Renzo De Felice rappresenta il punto di riferimento imprescindibile per la comprensione del fascismo come fenomeno storico e, sul piano della storiografia più recente, trova un punto di riferimento importante anche negli studi di Emilio Gentile, mentre Giorgio Amendola, con la sua Intervista sull’antifascismo, offre uno dei contributi più significativi alla riflessione sulla cultura politica nata dalla Resistenza.

Accanto a loro riemergono Piero Calamandrei, Piero Operti e numerosi protagonisti di quella generazione che visse direttamente il crollo dello Stato liberale, il fascismo, la guerra civile e la costruzione della Repubblica. Non è una scelta casuale. Il libro sembra suggerire che, prima di interrogare le interpretazioni più recenti, sia necessario tornare a coloro che posero per primi le domande fondamentali. Non per nostalgia di un dibattito passato, ma perché proprio in quella stagione si formarono le categorie con cui continuiamo ancora oggi a discutere il Novecento.

In questo senso Eterna guerra civile? è anche un ritorno alle origini della discussione storiografica italiana. Non propone nuove parole ma invita a comprendere meglio quelle che già usiamo. Fra i molti lemmi del volume ce n’è uno che, più di ogni altro, illumina il senso profondo dell’intera opera.

Onore ai padri

Qui il libro abbandona per un momento il terreno della storia delle idee per entrare nella dimensione più intima della memoria. Attraverso il richiamo alle pagine di Carlo Castellaneta, Lorenzo Pavolini, Giampiero Mughini e Pierluigi Battista, Bozzi Sentieri affronta il rapporto tra figli e padri segnati dalla guerra civile, mostrando come il passato continui a vivere non soltanto nei libri di storia, ma nelle biografie familiari.
Sono tra le pagine più intense del volume proprio perché non chiedono al lettore di condividere le scelte di una generazione, né di assolverle. Gli chiedono qualcosa di più difficile: comprenderle storicamente e riconoscere che il rispetto dovuto alle persone non coincide necessariamente con il giudizio sulle loro decisioni.

È una distinzione che oggi appare quasi controcorrente, eppure è proprio in questo passaggio che il libro raggiunge, a nostro avviso, il suo punto più alto. La storia torna a essere esperienza vissuta, le categorie lasciano il posto ai volti e le ideologie si confrontano con le vicende umane. Il rapporto fra padre e figlio diventa così la metafora più efficace di una memoria nazionale ancora incompiuta: una memoria che può maturare soltanto quando la comprensione storica precede il giudizio politico. È forse qui che si coglie il contributo più originale di Bozzi Sentieri. Restituire alle parole il loro significato vuol dire, prima ancora, restituire alle persone la loro storia.

Quale rapporto con il passato?

C’è un ultimo aspetto che rende Eterna guerra civile? un libro destinato a suscitare discussione anche oltre il suo specifico argomento.
La questione che Bozzi Sentieri pone riguarda certamente il fascismo e l’antifascismo, ma non si esaurisce in essi. Riguarda il rapporto che una democrazia intrattiene con il proprio passato e il modo in cui decide di raccontarlo alle generazioni successive.
È un problema che attraversa oggi gran parte dell’Europa.

Ogni Paese si confronta con pagine controverse della propria storia, con memorie divise, con eredità difficili da ricomporre. In questo contesto il rischio è sempre lo stesso: trasformare la storia in un patrimonio simbolico da utilizzare nelle battaglie del presente, attribuendo alle categorie storiche funzioni che finiscono per allontanarle dal terreno della ricerca.
Il libro di Bozzi Sentieri, al contrario, sceglie una strada diversa. Invita a ricominciare dalle fonti, dagli autori, dai testi, dal significato originario delle parole. Non per congelare la storia in una verità definitiva, ma per restituirle quella complessità che ogni stagione tende inevitabilmente a semplificare.

È una scelta che richiede disciplina intellettuale ma, forse, è proprio questa la qualità che attraversa l’intero volume. Ogni lemma rinuncia alla scorciatoia della sentenza per ricostruire il percorso attraverso il quale un concetto si è formato, è stato discusso, contestato e infine trasformato. Il lettore non riceve una conclusione precostituita; riceve gli strumenti per costruire la propria. Per questo il valore dell’opera va oltre le singole interpretazioni che propone.

Ricerca storica, memoria pubblica, polemica politica

Anche chi non condividesse tutte le valutazioni dell’autore difficilmente potrebbe negare l’utilità di un metodo che rimette al centro il confronto con la storiografia e invita a distinguere tra ricerca storica, memoria pubblica e polemica politica. È, in fondo, una distinzione che riguarda la qualità stessa della vita democratica. Perché una democrazia matura non teme che il proprio passato venga studiato, discusso o reinterpretato alla luce di nuove fonti. Teme, semmai, il contrario: che il passato venga sottratto alla ricerca per essere consegnato definitivamente alle appartenenze.

Una democrazia che non rispetta la libertà della ricerca storica finisce, quasi sempre, per sostituire il confronto con il rito, la discussione con la liturgia, la storia con la memoria ufficiale. È questa, probabilmente, la riflessione più preziosa che il libro consegna al lettore.
Non l’idea che esista una memoria giusta contrapposta a una memoria sbagliata, ma la convinzione che nessuna memoria possa sostituire il lavoro della storia.

Alla fine della lettura resta soprattutto una domanda: quando le parole della storia smettono di essere interrogate e diventano soltanto parole della politica, perdiamo davvero il passato o, più semplicemente, perdiamo gli strumenti per comprenderlo? Forse è proprio questa la ragione per cui il libro continua a interrogare il lettore anche dopo l’ultima pagina.

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