In viaggio nell’Appennino che non si arrende, dieci anni dopo

05 Agosto 2026 - 06:10
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In viaggio nell’Appennino che non si arrende, dieci anni dopo

Dieci anni fa il terremoto che devastò il centro Italia: un’immagine di distruzione ad Amatrice il 24 agosto 2016

Il fiocco azzurro è ancora lì, appeso al portone di legno scuro, al numero 27 di Corso Vittorio Emanuele. È sbiadito e impolverato, scolorito e sfilacciato, ma resiste imperterrito, in Zona Rossa. È lì, fermo come un monito, retaggio del mondo di prima, testimone di ciò che è stato, a ricordare che proprio in quel luogo, in quella casa dove ora domina il vuoto, è nato Lorenzo, un attimo prima della grande botta. E che Lorenzo, nonostante abbia oggi dieci anni, certe cose non le sa, o forse gliele hanno raccontate, ma non le ha mai viste, mai vissute né respirate. È un ragazzino sereno, a scuola ha voti buoni e si diverte con gli amici, gioca a calcio sul campetto dell’oratorio che sta laggiù, e sogna, un domani, di segnare gol in Serie A. Ma non conosce la città in cui è nato, non ha mai passeggiato nel cuore di quel borgo pieno di storia, non ha respirato l’aria del passato, né sentito il profumo che presto la mattina s’alzava dalla bottega del fornaio. La sua generazione ha perso un pezzo di memoria, e insieme le radici che dovrebbero legarla allo spirito del luogo.

Camerino oggi è spettrale come lo era dieci anni fa. Le scosse di agosto e ottobre 2016 non hanno abbattuto i palazzi medievali, non hanno ridotto in macerie chiese e monumenti o fatto sparire l’Università, che dal Trecento è orgoglio e tratto distintivo di questo luogo, ma hanno compromesso tutta la struttura del centro storico che, oggi, è ancora aggrappato lassù in cima al suo colle: ogni edificio incatenato a se stesso, chiuso tra assi di legno e tiranti d’acciaio, tenuto in piedi come un burattino incapace di sorreggersi da solo, impacchettato ma vuoto dentro. Morto.

Certo, sono partiti i cantieri, le gru svettano ridisegnando lo skyline, hanno celebrato in pompa magna la riapertura di Palazzo Ducale e del Museo Diocesano, ma papa Sisto V, lì davanti, sembra osservare con occhio scettico tutto ciò che lo circonda. Rubarono, prima che tutto accadesse, due formelle di bronzo che adornavano il basamento della statua: erano il medaglione della Tranquillità e quello dell’Allegria e suona beffardo a ripensarci oggi, in mezzo a un tale scempio. Tranquillità e allegria sparite, trafugate sotto il naso del cittadino onorario e protettore di Camerino, poi diventato papa Sisto V.

La ricostruzione è partita, ma quello che è perso è forse il tempo. Gli anni che passano per rimettere in piedi edifici e servizi sono una variabile diversa rispetto al tempo che è trascorso per chi ci vive. I bambini come Lorenzo, che escono dal ciclo della primaria, non hanno mai visto Camerino: non fa parte del loro vissuto, e mai ne farà parte. Gli anziani del 2016 non hanno avuto il tempo di aspettare. Chi ha perso la propria casa lassù ha smarrito – per sempre – un pezzo di vita. E di memoria.

«Avevamo una casa, un nido dove vivevo con le mie figlie, mio marito, mia madre e tanti animali, una comunità di affetti quotidiani, gatti, cani e persino una tartaruga. Oggi le mie paure riguardano proprio questo, ossia il rischio di non riuscire a ritornare in tempo a quella vita privata che il terremoto mi ha tolto». Nancy non è tipo che si butta giù: «Sono passati quasi dieci anni e, mentre la mia vita lavorativa in Università è proseguita senza grossi cambiamenti e il mio impegno per il sociale e la comunità con attività di curatela artistica ed eventi culturali è crescente, la mia vita privata è stata stravolta». Nata e cresciuta in Cile, a Camerino ha trovato l’amore, e poi il lavoro, ha coltivato la sua passione per l’arte, ha messo su famiglia e non ha mai pensato di mollare. «Mi considero una persona coraggiosa. Vengo da uno dei Paesi più sismici del mondo. Per questo non avevo paura del sisma in sé, ma delle sue conseguenze: le lungaggini, la burocrazia, la politica, i commissari, i tempi infiniti, l’attesa». Il tempo.

Ti aggiri nelle vie deserte del centro e respiri a ogni passo un senso di inquietudine e abbandono. Ed è difficile immaginare che qui c’era una vita, una comunità pulsante, gente felice e piena di iniziative. «Camerino non è un semplice borgo: è una città ducale con radici romane e una storia che attraversa il Medioevo, il Rinascimento e il Settecento barocco», ti spiega Nancy, che di arte si intende. «Una città viva, animata da servizi e vita pubblica. C’era un carcere, oggi scomparso; un teatro splendido, ancora chiuso; un ospedale che resiste, seppur ridimensionato; un tribunale di rilievo, ormai perduto; un archivio di Stato rinato con energia; pinacoteche e musei civici ancora chiusi, ma capaci di rivelare continuamente nuove scoperte. Camerino ha sempre avuto un’identità forte e distinta, ha scelto la via della cultura. Lo studio, il sapere, il teatro, il cinema, le manifestazioni artistiche: ciò ha reso la città speciale, con il cuore sempre rivolto alla conoscenza».

Oggi, invece, vuoto e silenzio ti circondano e ti fanno pensare a quanto sia difficile rimanere saldi in luoghi tormentati, ti chiedi quale sia la ricetta per restare in equilibrio sulla terra che trema. «La risposta è non fermarsi mai», dice Nancy. «Sono sempre impegnata, anche nel volontariato e nella cultura. Ho fondato diverse associazioni, mi sono sempre data da fare per gli altri. Forse anche per non pensare troppo alla mia situazione personale. Credo che questo sia il modo per restare in equilibrio sulla terra che trema: non pensare, ma fare. So che ci sono cose che non dipendono da noi, i tempi della ricostruzione, i ritardi, le difficoltà. Ho organizzato anche mostre sul tema, riflettendo proprio sul rapporto tra costruzione e distruzione. Ma alla fine bisogna accettare ciò che non possiamo cambiare. Quello che invece possiamo fare è andare avanti, creare, interagire con il territorio, sensibilizzare le persone. È ciò che ho sempre fatto».

Aggirandoti nella parte più bassa del colle trovi i nuovi quartieri della città. Un’infilata di casette prefabbricate tutte uguali, coi loro tetti spioventi e un minimo spazio verde sul davanti. Con le spalle rivolte al centro storico guardano a valle, seguono il pendio e disegnano ipotetiche isoipse che, sinuose, ridefiniscono il paesaggio. Oltre 300 famiglie, soprattutto anziani e coppie con bambini, sono ospitate in queste nuove abitazioni, le Sae, che sta per Soluzioni abitative d’emergenza. Perché nel tempo le sistemazioni pensate per gli sfollati dei sismi hanno cambiato nome, ma poca sostanza, e così camminando nelle Terre Mutate devi imparare un nuovo vocabolario. La parola d’ordine della politica nei mesi successivi al sisma dell’Aquila del 2009 fu New Town, anglismo associato al progetto Case che in quel caso era un acronimo: Complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili, cioè 19 insediamenti destinati a circa 15.000 sfollati. Molto poco “ecocompatibili”, dal momento che il costo per l’eventuale demolizione sarebbe pari a quello della loro costruzione, hanno determinato un vero e proprio stravolgimento urbanistico della città dell’Aquila, delocalizzando in aree prive di servizi e collegamenti intere comunità di aquilani. Le “casette”, invece, sono la soluzione più rapida per sistemare (provvisoriamente?) gli sfollati tenendoli a poca distanza dai borghi distrutti e dalle abitazioni ritenute inagibili. Nel 2009 le chiamavano Map (Moduli abitativi provvisori), nel 2016 diventano Sae: si tratta generalmente di strutture in legno (talvolta container riadattati) di dimensioni variabili tra i 40 e gli 80 metri quadrati a seconda dei nuclei familiari ospitati.

Nei nuovi insediamenti di Camerino ti imbatti così nell’Albero della Vita, disegnato sulla parete esterna di un edificio più recente: sei nel Quartiere delle Associazioni, e anche questa è una storia che ben racconta della «straordinaria capacità di rigenerarsi» dei camerti.

All’indomani delle scosse del 2016, un gruppo di giovani e professionisti, ragazzi residenti in città, ma anche studenti dell’Università, decidono di mettersi in gioco per aiutare Camerino ad affrontare quella enorme emergenza. Nasce così l’associazione IoNonCrollo. L’obiettivo è unire le forze per condividere le difficoltà della fase critica post-sisma ma, soprattutto, per immaginare insieme una ricostruzione fisica, sociale, economica e culturale della città e dell’intero territorio, darsi una prospettiva di futuro.

Sono facce giovani e sorridenti quelle dei ragazzi e delle ragazze che oggi si aggirano in questi nuovi spazi con la stessa t-shirt col logo della loro creatura, un cuore rosso pulsante e la scritta a grossi caratteri «IoNonCrollo». Fino al 2016, il centro storico di Camerino era sede di un centinaio di associazioni che animavano quello che era il vero epicentro della vita cittadina, con mille iniziative, manifestazioni e attività socio-culturali, teatrali, musicali, ricreative, educative, sportive… Con le scosse di agosto e ottobre, le associazioni hanno perso le loro sedi, ma anche tutti i luoghi di aggregazione dove davano vita alla loro creatività: il Teatro Filippo Marchetti, prezioso scrigno dall’acustica perfetta, dove si sono esibiti artisti di fama mondiale, il cinema Ugo Betti, usato spesso come sala polifunzionale per feste e cerimonie, ma anche gli edifici del Comune, dell’Ateneo e dell’Arcidiocesi, che non di rado le associazioni utilizzavano per incontri pubblici, manifestazioni ed eventi per la città e per tutto il territorio. I ragazzi e le ragazze di IoNonCrollo prendono in mano questa eredità e iniziano a immaginare di dare una nuova casa a un patrimonio di partecipazione che improvvisamente si ritrovava senza un tetto.

Ci è voluto del tempo per vedere prendere forma i due edifici che oggi ospitano il Quartiere delle Associazioni, ma nell’attesa IoNonCrollo ha unito le forze per aiutare la comunità a resistere in una quotidianità diversa, mantenere salde le radici storiche e culturali in un momento in cui i servizi ai cittadini erano scomparsi in un attimo. Riccardo, presidente dell’associazione, con la t-shirt d’ordinanza, ti racconta la loro impresa. «Dal 2016 ci occupiamo di fare attività trasversali di natura sociale che possano tamponare le gravi dinamiche disgregative che si verificano dopo una calamità come il terremoto. Durante la prima fase emergenziale, dove il caos e la paura sono presenti quotidianamente a tutti i livelli, abbiamo lavorato coi dirigenti scolastici e le maestre per realizzare attività extrascolastiche per i bambini, farli giocare, leggere, scrivere, disegnare ma anche – direi soprattutto – accompagnarli nell’elaborazione psicologica del trauma post-shock. Poi abbiamo organizzato spettacoli serali e feste, perché la necessità di svago è una prerogativa vitale per superare il clima di tensione che inevitabilmente scaturisce nel post-sisma. Abbiamo affiancato le strutture della Protezione civile nel gestire l’emergenza, la consegna dei beni di prima necessità nelle frazioni e nelle zone più colpite dell’entroterra, nell’aiuto agli allevatori della zona montana, danneggiati non solo dal terremoto ma anche da un inverno particolarmente nevoso. Abbiamo aiutato i commercianti portando in giro per l’Italia i prodotti tipici del nostro territorio… Solo in una seconda fase, diciamo a partire dal 2018, ci siamo dedicati all’organizzazione di eventi sociali e culturali e alla collaborazione con Emergency in attività sociosanitarie e con ActionAid nel sociale per dare un supporto psico-fisico ai più giovani».

Non pensare, ma fare: così si sta in equilibrio sulla terra che trema.

Tratto da “L’Appennino che resiste. Un cammino nelle terre del sisma”, di Andrea Mattei, Editori Laterza, 192 pagine, 16 €

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