La società cresce davvero quando crescono anche gli ultimi

05 Agosto 2026 - 06:10
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La società cresce davvero quando crescono anche gli ultimi

Copenhagen Copenaghen Danimarca

Crescere più degli altri oppure crescere insieme agli altri? Sembrano domande di filosofia morale, ma definiscono concretamente il modo in cui costruiamo la scuola, il lavoro, le imprese, in buona sostanza la società. In un recente articolo pubblicato dal Financial Times, l’economista Jinu Koola racconta lo spaesamento provato quando, nella scuola norvegese frequentata dal figlio, le fu spiegato che lo scopo dell’istruzione non era selezionare rapidamente i più capaci, ma evitare che qualcuno rimanesse indietro.

Per una donna cresciuta negli Stati Uniti e arrivata a Harvard attraverso lo studio e la competizione, quella risposta aveva quasi il sapore di un’eresia. In America essere “nella media” significa spesso aver perso la gara. In Norvegia, osserva Koola, significa appartenere a una società nella quale anche una persona normale può condurre una vita piacevole.

Non una società che impedisce l’eccellenza, dunque, ma una società nella quale non è necessario essere eccezionali per essere rispettati, curati, istruiti e messi nelle condizioni di costruirsi un futuro. (concetto di “good enough”). È qui che il confronto tra il modello americano e quello nordeuropeo diventa più profondo della consueta contrapposizione tra mercato e welfare. Il tema centrale, in estrema sintesi, è quale idea dell’essere umano vogliamo porre al centro della nostra società, della nostra convivenza?

La meritocrazia americana promette che chi possiede talento, volontà e capacità potrà salire; una potente macchina di innovazione e crescita. Ma ogni scala divide chi sale da chi rimane in basso. E quando la distanza tra i gradini diventa troppo ampia, il merito rischia di trasformarsi nella giustificazione morale della disuguaglianza. Chi vince pensa di meritare interamente il proprio successo; chi perde viene indotto a considerare la propria condizione una colpa.

Michael Sandel ha descritto nel suo best seller “La tirannia del talento” del 2020 questa degenerazione come una combinazione di arroganza nei vincitori e umiliazione negli sconfitti.

I dati sulla mobilità americana rendono il problema evidente. Gli studi coordinati dall’economista statunitense, di origine indiana, Nadarajan “Raj” Chetty, professore di Economia Pubblica presso l’Università di Harvard, mostrano come circa il novanta per cnto degli americani nati nel 1940 guadagnavano più dei propri genitori; per i nati negli anni Ottanta la percentuale è scesa intorno al cinquanta per cento. Il modello norvegese parte da un’intuizione differente: prima ancora dell’uguaglianza dei redditi viene l’uguaglianza delle relazioni.

La filosofa americana Elizabeth Anderson, che insegna all’Università del Michigan la definisce relational equality: una società dove le persone possono incontrarsi con pari dignità, senza che il reddito, la professione o il titolo di studio autorizzino qualcuno a guardare gli altri dall’alto in basso. Non significa che tutti debbano ottenere gli stessi risultati. Significa che nessun risultato economico dovrebbe trasformarsi in superiorità umana.

La Danimarca aggiunge a questo modello un elemento decisivo: la fiducia come metodo quotidiano di funzionamento della società. Fiducia nelle istituzioni, ma soprattutto nelle altre persone. Concetto peraltro messo già in risalto nella seconda metà del 1700 dal filosofo ed economista italiano di origini campane Antonio Genovesi (di cui dovremmo rileggere gli scritti) che considerava la fiducia come una «infrastruttura economica». La qualità dei rapporti tra persone, istituzioni e imprese era da lui considerata un elemento imprescindibile al pari del capitale finanziario per creare sviluppo e prosperità. Una fiducia che riduce il bisogno di controlli, facilita gli accordi, rende meno costosa la cooperazione e permette di costruire reti senza dover trasformare ogni relazione in un contratto.

Secondo la ricerca Integrated Values Surveys – OWID/Università di Oxford – 2024,  quasi tre danesi su quattro ritengono che ci si possa fidare della maggior parte delle persone.

L’Ocse nella Survey on Drivers of Trust in Public Institutions del 2024 rileva inoltre che in Danimarca i livelli di fiducia nelle istituzioni e di soddisfazione per i servizi pubblici sono superiori alla media dei Paesi avanzati. Non si tratta di una generica predisposizione alla cordialità. È un capitale sociale costruito nel tempo attraverso associazioni, cooperative, sindacati, scuole, amministrazioni locali e imprese, tutti  abituati a negoziare.

La naturale propensione danese a fare rete nasce dalla convinzione che collaborare non sia una concessione all’altro, ma un modo più efficace di perseguire anche il proprio interesse. Il sistema funziona non soltanto grazie alle regole, ma perché imprese, lavoratori e istituzioni riconoscono di appartenere allo stesso ecosistema sociale.

Questa cultura si ritrova anche nelle pratiche più semplici. A Copenaghen si stanno nuovamente diffondendo le “fællesspisning”, cene collettive nelle quali persone che non si conoscono condividono tavoli, cibo e attività.

Uno dei più famosi ristoranti di questa specie “Absalon” ogni sera mette circa duecento persone a tavola a prezzi che variano da dieci a quindici euro (menu fisso). Non è folklore, ma “dispositivi sociali” contro la solitudine: occasioni nelle quali una città ricostruisce legami attraverso la convivialità e la partecipazione.

In Norvegia una funzione simile è svolta dal “dugnad”, una forma di volontariato (estremamente diffuso) realizzato per il bene comune: pulire un giardino condominiale, sistemare una scuola, liberare un’area dalla neve, ecc. Attività apparentemente marginali ma che ricordano a ciascuno che una parte del mondo nel quale vive dipende anche dal proprio contributo.

L’intuizione nordica è che una comunità non nasce automaticamente dalla somma degli individui, ma deve essere coltivata attraverso istituzioni, abitudini e luoghi condivisi, dove le barriere legate al reddito e relative segregazioni sociali e strutturali sono mitigate evitando, in buona parte, che la disuguaglianza economica diventa separazione antropologica.

Il rischio opposto naturalmente esiste. L’uguaglianza può trasformarsi in conformismo; il rifiuto dell’ostentazione può diventare diffidenza verso il talento; la tutela della media può rallentare chi possiede capacità eccezionali.

Non si tratta quindi di idealizzare la Norvegia e/o la Danimarca, né di scegliere ingenuamente tra una cultura e un’altra. Una società senza riconoscimento del merito diventerebbe immobile.

Ma una società che riconosce soltanto il merito individuale diventa spietata, perché dimentica che ogni successo è anche il risultato di conoscenze, infrastrutture, relazioni e opportunità costruite da altri.

La vera sfida è conciliare eccellenza e appartenenza: permettere ai migliori di correre senza trasformare la corsa al successo nell’unica misura del valore umano.

I Paesi Bassi sono un altro Paese che ha imparato la necessità di collaborare, far crescere tutti, migliori compresi. Lo deve al fatto che gli olandesi vivono sotto il livello del mare e per proteggere i loro terreni hanno dovuto, da sempre, collaborare per la realizzazione di canali, scoli, piccole dighe e barriere. Se una diga cede, l’acqua non distingue tra cattolici e protestanti, ricchi e poveri, proprietari e lavoratori. La sicurezza di ciascuno dipende dal comportamento degli altri. “Polder” è il termine che quel popolo usa per esprimere questo concetto, un concetto potente: per vivere sotto il livello del mare non basta che ciascuno si preoccupi solo del proprio appezzamento ma serve una corale (e coordinata) capacità di aiutarsi l’uno con l’altro, consapevoli che nessuno può risolvere da solo un problema che è di tutti.

In verità vi sono anche altre ragioni storiche che hanno caratterizzato questa forma di “tecnologia sociale”. Una di queste viene definita “pillarizzazione” (verzuiling), ovvero una società, a suo tempo,  composta da diverse identità sociali, protestanti,  cattolici, socialisti e liberali, ciascuno con proprie scuole, giornali, sindacati, associazioni, ospedali, che per reagire alla crisi economica legata alla Grande Depressione del 1929, impararono a rafforzare la loro capacità di collaborare.

Ma negli ultimi anni però anche lì sta cambiando qualcosa. Con l’aumentare delle disuguaglianze, alcune comunità hanno smesso di incontrarsi e cresce la sensazione che le istituzioni ascoltino soltanto determinati gruppi, aumentando il malcontento e disincentivando lo spirito di collaborazione.

Stiamo camminando sempre più verso grandi diseguaglianze e verso “egoismi” anche dettati dalla sempre più scarsa fiducia nelle istituzioni e nella politica. Con la tecnologia che fa la sua parte, offrendo una falsa sensazione di compagnia sostituendo la vera intimità affettiva con messaggi e connessioni controllabili, come ben espresso nel bellissimo libro di Sherry Turkle scritto pensando alla figlia Rebecca “Insieme ma soli” (“Alone, together” – 2011).

Collaborare non significa pensare tutti allo stesso modo, significa riconoscere che, davanti a problemi comuni, nessuno può permettersi che la diga dell’altro ceda.

Una società nella quale le persone riescono ancora a parlarsi, a fidarsi e a considerarsi reciprocamente utili forse crescerà qualche volta più lentamente, ma avrà maggiori probabilità di prosperare senza disgregarsi. Il futuro non dipenderà soltanto dalle decisioni delle élite ma, mi auguro, da quante persone continueranno a sentirsi parte dello stesso destino, sempre che le macchine intelligenti non abbiano il sopravvento.

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