Qualche tenue passo avanti su Gaza, ma Hamas resta sempre forte e armato

05 Agosto 2026 - 06:10
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Qualche tenue passo avanti su Gaza, ma Hamas resta sempre forte e armato

Vita quotidiana nella Striscia di Gaza: un barbiere al lavoro a Khan Younis

Mentre Donald Trump per la trentottesima volta dichiara che sta per distruggere l’Iran e poi invece va a giocare a golf e si fa prendere in giro dai pasdaran, qualcosa di importante accade in una Gaza, di cui, per fortuna, il presidente americano non si occupa: i Paesi arabi hanno indicato in Mohammed Dahlan – non a caso strenuo avversario di Abu Mazen il nuovo leader palestinese di cui si fidano e gli stanno riconoscendo il ruolo di potente “eminenza grigia” per disegnare la complessa road map di uscita dalla crisi di Gaza.

Questa decisione deriva da una premessa indispensabile che non è mai ricordata dai media e dagli analisti da talk show: i Paesi arabi, tutti i Paesi arabi, Qatar escluso, non ne possono più non solo di Hamas, ma anche di Abu Mazen e di tutta la dirigenza palestinese. Quindi, dopo decenni di sconfortato attendismo, hanno finalmente deciso di prendere in mano il corso degli avvenimenti e di imporre ai palestinesi non solo le loro regole del gioco ma anche una nuova leadership di rottura non solo con Hamas, ma anche con il disgraziato quarantennio di Yasser Arafat e col corrotto ventennio di Abu Mazen.

Questo, in un quadro che vede ora il Qatar, che da venti anni semina odio e guerra per interposto Hamas, trovarsi letteralmente in braghe di tela perché non può più sviluppare il suo triplo gioco di concerto con l’Iran, dopo che i pasdaran, all’insegna di un demenziale “tanti nemici, tanto onore, hanno bombardato tutti i Paesi del Golfo (Qatar incluso).

Infine, ma non per ultimo, l’Iran oggi dal punto di vista militare e politico a stento è in grado di badare a sé stesso e non è più in grado di supportare né Hamas, né Jihad islamico, il suo terminale nella Striscia, che infatti ha dichiarato di aderire al piano di disarmo.

Nel complesso, l’isolamento internazionale di Hamas e Jihad islamico è ormai soffocante, come ha ammesso il 4 agosto il suo portavoce Ghazi Hamad nel confermare l’adesione alla consegna del comando politico su Gaza al Comitato Nazionale par l’Amministrazione di Gaza previsto dalla risoluzione Onu dell’ottobre 2025: «A causa dello stato di necessità e delle difficili circostanze a Gaza accettiamo questo accordo».

Come è evidente, sia l’adesione di Hamas sia quella di Jihad islamico a questo piano di disarmo e di passaggio del potere amministrativo su Gaza, messo a punto da Egitto, Qatar, Emirati e Turchia e appoggiato dal Board of Peace, ha un valore solo politico. La sua implementazione è ancora tutta da definire. Ma proprio su questo punto fondamentale si è verificato il grande fatto nuovo, la vera svolta dei Paesi arabi che hanno consegnato la gestione della futura leadership palestinese che dovrà amministrare di fatto sia Gaza sia la Anp in Cisgiordania appunto a Mohammed Dahlan, a cui formalmente è stato delegato il compito di implementare il disarmo di Gaza.

Sfuggito per un soffio alla morte per mano di Hamas durante la guerra civile palestinese di Gaza del 2007, già capo dell’intelligence di al Fatah, già compagno di giochi e di scuola a Gaza, da bambino, di Yayha Sinwar, accusato da Abu Mazen di avere avvelenato e ucciso Yasser Arafat e di avere rubato qualche milione di dollari, braccio destro dello Sheikh Mohamed bin Zayed degli Emirati, multimilionario, Dahlan oggi è il plenipotenziario palestinese indicato dí comune accordo da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Turchia, e riconosciuto come interlocutore affidabile – questo è il punto fondamentale – da Israele, in primis dal Mossad.

La complicatissima dinamica della trattativa per la consegna delle armi da parte di Hamas e Jihad islamico, col parallelo disimpegno militare di Israele dalla Striscia, è quindi nelle mani di questo nuovo leader palestinese, sostenuto da Mahamud Rasjad, capo del Mukhabarat, il servizio segreto egiziano, e anche dal piccolo, ma in crescita, contingente militare del Marocco.

Il tutto, mentre è in corso la cruciale campagna elettorale in Israele che vede Benjamin Netanyahu in difficoltà, stretto come è tra le mattane di Donald Trump e l’oltranzismo suprematista dei ministri Ben Gvir e Smotrich, col sessantadue per cento di israeliani che non a caso è convinto che il governo, in tre anni di guerra, non sia affatto riuscito a sconfiggere Hamas, al contrario di quanto aveva promesso.

Questo quadro, al solito intricato, porta a una facile previsione: da qui al prossimo 27 di ottobre, data delle elezioni israeliane, il massimo obiettivo che Mohammed Dahlan e i Paesi arabi potranno conseguire sarà la neutralizzazione dell’arsenale di armi pesanti di Hamas, ormai poco utilizzabili a causa dei colpi subiti dall’organizzazione. Se così fosse si tratterebbe di un deciso passo avanti, ma solo e tutto politico, di scena.

Per arrivare alla consegna da parte di Hamas delle armi leggere, con le quali terrorizza ed egemonizza la popolazione di Gaza, sarà indispensabile che si verifichi una doppia contingenza: che crolli del tutto e definitivamente la sponda iraniana, che venga cioè frantumato l’Asse della Resistenza, e che gli Stati Uniti impongano al Qatar e alla Turchia di ordinare questa mossa ad Hamas.

Fino a quando queste due condizioni non saranno realizzate, Gaza resterà sotto il controllo politico di Hamas. Se si realizzeranno, la Striscia passerà, assieme alla Anp, sotto il controllo politico di Mohammad Dahlan.

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