Il programma non è il prezzo dell’alleanza, è il criterio che la seleziona

05 Agosto 2026 - 06:10
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Il programma non è il prezzo dell’alleanza, è il criterio che la seleziona

NAPLES - July 8, 2026, Piazza del Gesù - "Together to Change Italy," an initiative featuring Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni, Gaetano Manfredi, and Roberto Fico. (Photo by Alessandro Garofalo/LaPresse)

Da due giorni il centrosinistra discute di sequenza: se affidare alle primarie di coalizione anche la linea di politica estera, a partire dagli aiuti militari a Kyjiv, oppure pretendere prima un programma condiviso. Molte dichiarazioni, un solo tema: l’ordine dei fattori. Sembra una discussione di metodo. È invece il modo più efficace per rinviare quella di merito, perché le due posizioni condividono lo stesso presupposto, cioè che un programma di coalizione sia una somma di capitoli negoziati, in cui ciascun partito porta a casa il proprio. Se il programma è quello, l’ordine non cambia nulla.

Nell’ottobre 2005 si tennero le prime primarie di coalizione della storia repubblicana: prima il leader, esattamente la sequenza oggi riproposta. Il programma dell’Unione arrivò quattro mesi dopo: 281 pagine, consegnate ai sei leader con una formula d’impegno a restare uniti per l’intera legislatura. Il governo durò venti mesi.

La ragione non sta nell’ordine, ma nel modo in cui quelle pagine vengono scritte. I programmi di coalizione si redigono per tavoli tematici: ogni tavolo riunisce le delegazioni dei partiti e produce un testo che regge dentro il capitolo. Nessuno verifica la coerenza fra i capitoli. Ogni pezzo è difendibile, l’insieme non sta in piedi.

L’alternativa è un programma che tiene insieme le sue parti, e che per questo ha un costo. Proteggere le persone invece dei posti significa rendere portabili formazione, ammortizzatori e contributi. Non toglie diritti a chi li ha, ma cancella la rendita di posizione che quei diritti garantiscono, e colpisce chi compete su salari bassi e controlli deboli. Ma regge solo se la formazione continua è un diritto esigibile e una politica industriale produce domanda di lavoro qualificato.

Lo stesso vale per la sicurezza, e qui conviene dirlo senza perifrasi. Difendere l’Ucraina non è generosità verso un Paese lontano: è la difesa del principio che i confini non si spostano con la forza, premessa materiale di ogni democrazia liberale europea. Se cade quel principio cadono con esso il diritto internazionale, la sovranità degli Stati piccoli e l’idea che l’Europa sia qualcosa di più di un mercato. Chi propone di lasciare gli ucraini senza difese non sceglie la pace: sceglie che a decidere sia chi ha più missili.

Ed è anche una questione industriale. Fra giugno 2022 e giugno 2023 gli Stati membri hanno speso settantacinque miliardi in appalti militari: il settantotto per cento è andato a fornitori fuori dall’Unione, il sessantatré per cento negli Stati Uniti. In Europa si producono dodici modelli di carro armato, negli Stati Uniti uno. È il cuore dell’agenda Draghi: spendere di più senza integrare significa finanziare l’industria di qualcun altro.

Nemmeno la sicurezza percepita si divide in capitoli. Un elettore non distingue fra la paura di perdere il lavoro, quella di non trovare un medico e quella di non riconoscere il proprio quartiere: le vive come un’unica esperienza, e vota chi gliela nomina. La destra ha capito prima di tutti che nominarla basta, e non serve risolverla. La risposta non è negare quella domanda né rincorrerla, ma governarla: frontiere esterne presidiate davvero, procedure rapide, canali legali che tolgano mercato ai trafficanti. Chi promette solo fermezza vende un annuncio; chi promette solo accoglienza vende un’astrazione. Tutto si tiene, o niente regge.

Ecco perché nessuno lo scrive. Un inventario può promettere qualcosa a tutti, perché ogni capitolo parla a una constituency diversa e nessuno legge il capitolo accanto. Un sistema no: ha perdenti certi nel breve periodo e vincitori incerti nel lungo, e obbliga a nominare la perdita prima di mostrare il vantaggio. Una riforma che non tocca gli equilibri di potere è cosmetica. E chi non ha un sistema difende l’unica cosa che gli resta, l’identità.

È qui che il programma cambia natura: non è più il prezzo che si paga per tenere insieme un’alleanza già formata, è il criterio che stabilisce chi può starci dentro. Pina Picierno lo ha scritto a proposito dell’Ucraina: esiste un contenuto oltre il quale nessuna alleanza è possibile, e rinviarne la discussione equivale a rimuoverla. Ma il punto vale ben oltre la politica estera. In un programma che si tiene, ogni elemento portante è una soglia di quel tipo: non perché sia sacro, ma perché toglierlo fa cadere il resto. Chi chiede di negoziarlo non sta chiedendo un compromesso: sta chiedendo che il programma non funzioni.

Quel criterio ha una base sociale identificabile — lavoro qualificato, imprese che competono sull’innovazione, ceto medio che vive di servizi pubblici, generazioni sotto i quarant’anni — che vale fra il sessanta e il settanta per cento della società e non coincide con il perimetro di nessuna delle coalizioni esistenti.

Il patto di ferro proposto da Matteo Renzi — si vada alle primarie, vinca il migliore, poi si marci uniti — indica il problema vero: la tenuta del giorno dopo. L’articolo 67 della Costituzione stabilisce che i parlamentari esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato, e nessuna firma pre-elettorale può aggirarlo. Ma proprio per questo la risposta non è un vincolo più stretto: è un programma che si tenga da solo. Un testo in cui ogni misura regge le altre non ha bisogno di disciplina, perché uscirne significa far cadere anche ciò che si voleva salvare. È il vincolo che la Costituzione nega ai singoli e che la coerenza restituisce all’insieme.

Questa è la responsabilità che grava sul Partito democratico e sulle forze liberaldemocratiche e socialiste, e non è verso i rispettivi elettorati: è verso il Paese. Sono le sole in condizione di scrivere un programma che tenga, perché sono le sole che non possono promettere l’impossibile senza contraddire se stesse. Se vi rinunciano, al loro posto non subentra un’alternativa migliore: resta il campo libero a chi governa per annunci.

Ed è questa, non la conta dei gazebo, l’unica cosa che toglie ossigeno alle destre populiste in ascesa in mezza Europa. Non vincono perché hanno risposte migliori: vincono perché sono le sole a offrire un sistema, sia pure falso. Un programma che non toglie niente a nessuno non è un programma: è un listino.

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