India e Australia uniscono le forze per scongiurare l’egemonia cinese nell’Indo-Pacifico

15 Luglio 2026 - 06:20
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India e Australia uniscono le forze per scongiurare l’egemonia cinese nell’Indo-Pacifico

L’espansione economica e militare della Cina negli ultimi anni ha fatto pensare che l’Indo-Pacifico fosse destinato a diventare la sua naturale sfera d’influenza. In realtà quello scenario appare meno scontato del previsto. E di certo non perché Pechino ha rallentato la sua proiezione strategica. A fare la differenza sono gli altri Paesi della regione, che stanno moltiplicando accordi e partenariati per provare a impedire qualsiasi forma di egemonia alla Cina.

Australia e India sono il caso più evidente di questa trasformazione. Il viaggio del primo ministro indiano Narendra Modi in Indonesia, Australia e Nuova Zelanda si inserisce proprio dentro questa traiettoria. La settimana scorsa, a Melbourne, Modi e il premier australiano Anthony Albanese hanno firmato una serie di accordi che vanno dalla difesa alla sicurezza marittima, dal nucleare civile alle tecnologie critiche, fino alla ricerca scientifica e allo spazio. Tra i risultati più significativi c’è l’intesa che sblocca finalmente le esportazioni di uranio australiano verso l’India, ferme da oltre dieci anni nonostante un accordo quadro fosse stato raggiunto già nel 2015. L’intesa sull’uranio, si legge su The Diplomat, vale soprattutto sul piano politico: rimuove l’ultimo ostacolo simbolico che impediva ai rapporti tra Canberra e Nuova Delhi di trasformarsi in una partnership strategica pienamente sviluppata.

«Da un lato c’è una traiettoria consolidata di rafforzamento dei rapporti bilaterali, secondo un processo che dura ormai da diversi anni. Dall’altro è sempre più chiaro che Paesi con interessi comuni cercano di consolidare gli allineamenti in essere, senza esporsi eccessivamente con alleanze in stile ventesimo secolo», spiega a Linkiesta Gabriele Abbondanza, docente di Relazioni internazionali tra Australia, Italia e Spagna. «Il terzo summit annuale Australia-India conferma questa direzione attraverso nuovi accordi che interessano difesa, diritto internazionale, economia, energia, clima, spazio e società. La Comprehensive Strategic Partnership non è mai stata così ampia e profonda».

L’incontro con Modi è stato per Anthony Albanese il culmine di una settimana di intensa attività diplomatica nel Pacifico. Prima le Figi, poi Vanuatu e le Isole Salomone: visite ufficiali, accordi sulla sicurezza, programmi di assistenza economica e nuove intese sulla cooperazione istituzionale. Non è una scelta casuale. Gli Stati insulari del Pacifico controllano alcune delle rotte marittime più importanti del pianeta e vaste zone economiche esclusive ricche di minerali strategici. E sono diventate il terreno di una silenziosa competizione diplomatica tra Australia e Cina.

Molti di questi Paesi non dispongono nemmeno di un proprio esercito e negli ultimi anni hanno dovuto fare affidamento sull’Australia per la gestione di crisi interne e per il mantenimento dell’ordine pubblico. Ma anche la Cina ha aumentato la propria presenza diplomatica e militare nell’area, alimentando una competizione su vasta scala.

Il volto della nuova strategia australiana è quello della ministra degli Esteri Penny Wong, che ha sintetizzato questo sforzo diplomatico con una frase molto significativa: «Siamo in una competizione permanente con la Cina».

La Cina è il convitato di pietra di tutti questi accordi. Non compare quasi mai nei comunicati ufficiali, ma è presente in ogni dossier. La convinzione di Canberra è che l’equilibrio dell’Indo-Pacifico si giocherà sempre meno attraverso le grandi alleanze militari e sempre più attraverso una rete di accordi regionali, partnership economiche e cooperazione strategica. «Il fattore Cina è un catalizzatore importante, ma non l’unico», dice ancora Abbondanza. «L’allineamento rafforzato tra Canberra e New Delhi non nasce contro Pechino, ma soprattutto per difendere un ordine regionale multipolare, basato sulle regole, e senza l’egemonia di un singolo Paese. L’assertività cinese – nel Mar Cinese Meridionale, in quello Orientale, e più in generale negli oceani Pacifico e Indiano – funge da collante per le molte nazioni che vedono questi capisaldi minacciati e che non intendono assistere passivamente».

Dall’altro lato del tavolo, per l’India il riavvicinamento all’Australia è anche il riflesso di un cambiamento molto più profondo. Per decenni l’enorme Paese asiatico ha costruito la propria politica estera attorno al principio dell’autonomia strategica, evitando di legarsi stabilmente ai grandi blocchi internazionali. Adesso c’è un cambio di marcia: non basta preservare gli equilibri regionali, ma vuole contribuire a definirli. È quello che viene definito «il momento Asia-Pacifico» dell’India: New Delhi non si considera una media potenza nel senso tradizionale del termine, ma una civiltà-continente interessata a costruire un Indo-Pacifico che non sia né un lago americano né una sfera d’influenza cinese. «La presa di coscienza del ruolo indiano – spiega ancora Abbondanza – è guidata dall’indubbia crescita delle capacità del Paese, da nuove e conseguenti ambizioni, e dal mutato contesto internazionale». Il tradizionale non-allineamento indiano è stato sostituito dalla dottrina del multi-allineamento, permettendo a New Delhi di contribuire attivamente alle architetture regionali di politica, economia, e sicurezza.

L’intesa con Canberra si inserisce perfettamente in questa strategia. Anche perché i due Paesi hanno in comune più elementi di quel che si potrebbe pensare: due democrazie federali e multiculturali – anche se con alcuni lati meno trasparenti –, entrambe sono interessate a mantenere aperte le rotte marittime dell’Indo-Pacifico e a evitare che una sola potenza possa dominarne gli equilibri. A rafforzare il rapporto contribuisce anche una crescente integrazione economica e sociale: oggi la comunità indiana rappresenta la principale fonte di lavoratori qualificati per l’Australia, e la cooperazione abbraccia diversi settori, dall’energia ai minerali critici, fino alle tecnologie emergenti e alla ricerca scientifica.

Negli stessi giorni in cui Australia e India rafforzavano la loro partnership strategica, la Cina dava un’altra dimostrazione della propria crescente assertività militare. All’inizio di questa settimana, per la prima volta un sottomarino nucleare cinese ha lanciato un missile balistico intercontinentale nel Pacifico, un test definito da Pechino un successo e presentato come un ulteriore rafforzamento della propria capacità di deterrenza nucleare. Giappone, Australia e Nuova Zelanda hanno espresso «grave preoccupazione» per un’esibizione di forza giudicata destabilizzante, mentre Washington si è limitata a parlare di una procedura «irresponsabile».

L’evoluzione di questa rete di partnership è favorita anche dall’incertezza portata dagli Stati Uniti. Perché il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha rafforzato l’esigenza di costruire relazioni sempre più solide anche al di fuori dell’ombrello americano. Si potrebbero definire relazioni compensative, e servono a garantire continuità strategica anche di fronte ai cambiamenti della politica estera di una Washington poco prevedibile.

Abbondanza, però, invita a non attribuire agli Stati Uniti un ruolo esclusivo in questa trasformazione. «Anche in questo caso il ruolo statunitense è significativo, ma non fondamentale di per sé: l’incertezza spinge Australia e India a cercare (o rafforzare) quanti più allineamenti possibile senza legarsi a doppio filo con alleanze». Sono accordi che non escludono Washington, tutt’altro, ma tentano di creare reti complementari che anzi vorrebbero in qualche modo blindare la presenza degli Stati Uniti nella regione.

Sta nascendo quindi un’architettura di alleanze e accordi sempre più fitta. Australia, India, Giappone, Regno Unito e gli Stati insulari del Pacifico stanno moltiplicando accordi bilaterali e multilaterali senza trasformarli in una nuova Nato asiatica. E l’Europa arriva a questa trasformazione con qualche anno di ritardo. Perché dalle nostre parti l’Indo-Pacifico è stato considerato a lungo soprattutto come a un enorme mercato, decisivo per il commercio mondiale e le catene di approvvigionamento. Mai come un quadrante strategico. Ma è chiaro che quella regione è diventata anche il principale laboratorio della competizione geopolitica globale. Le rotte marittime, i minerali critici, i semiconduttori, l’energia e la sicurezza fanno ormai parte dello stesso dossier. «Bisogna anche accettare che la sicurezza economica e quella militare sono inseparabili», dice Abbondanza.

Nell’Indo-Pacifico la competizione tra le grandi potenze non si gioca più soltanto sulle basi militari, ma abbraccia rotte commerciali, terre rare, energia, semiconduttori, capacità di costruire reti di alleanze. Australia e India lo hanno capito e si sono attivate per ritagliarsi un ruolo da protagoniste. Prima che sia troppo tardi.

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