Iran, Ghalenoei: "Siamo la nazionale più oppressa della storia". Polemiche sugli spalti per le bandiere pre-regime
Iran-Nuova Zelanda non è stato solo calcio e, anzi, lo spettacolo in campo ha salvato la Fifa dall'ennesima polemica.
Iran-Nuova Zelanda non poteva essere soltanto una partita di pallone. L'esordio della nazionale iraniana ai Mondiali 2026 che si stanno giocando fra Canada, Messico e Stati Uniti portava con sé un enorme carico di tensione legata, inevitabilmente alla guerra in atto in Medio Oriente che ha complicato tutto il percorso di avvicinamento dei Team Melli al torneo e alla partita.
Ma nella città di Los Angeles e all'interno del SoFi Stadium le cose sono andate meglio di quanto tutti potessero aspettarsi sebbene, inevitabilmente, non siano mancati elementi di polemica e tensione. Lo spettacolo offerto in campo, con il 2-2 finale ha però fortunatamente aiutato la gestione dell'ordine pubblico.
IL RITIRO SPOSTATO, LE POLEMICHE SOTTO ALL'ALBERGO
L'Iran, va detto, è stato costretto a modificare tutti i propri piani. La mancata concessione del visto di ingresso negli Stati Uniti a gran parte dello staff e della dirigenza ha fatto cancellare alla squadra il ritiro su suolo americano spostandolo oltre confine in Messico.
Il viaggio per entrare a Los Angeles è stato rimandato all'ultimo ed è stato incredibilmente in dubbio, ma alla fine, privi di gran parte della delegazione, i calciatori sono riusciti ad entrare in città trovandosi circondati da un clima tutt'altro che sereno.
La popolazione di origine iraniana in città è una delle più popolose e molti sono stati costretti ad emigrare per colpa del regime oggi "rappresentato" sulla bandiera "difesa" dai calciatori che si sono ritrovati contestati anche all'esterno del proprio albergo.
FISCHI E BANDIERE VIETATE
Nonostante il divieto certificato dalla Fifa di esporre e sventolare stendardi che richiamino legami o messaggi politici, molti tifosi iraniani si sono presentati allo stadio sventolando o indossando le bandiere vietate del vecchio Iran, quello pre-rivoluzione degli Ayatollah e che, al posto del simbolo del Nishan Rasmi (la stilizzazione della parola Allah in persiano), vedeva sventolare al centro del tricolore il simbolo del leone e del sole (Shir o Korshid) che rappresentava la vecchia monarchia della dinastia Pahlavi.
All'inno iraniano e prima del fischio d'inizio sono stati tanti i tifosi che hanno scelto di fischiare la squadra che, a differenza di quanto fatto nel 2022, questa volta ha cantato sulle note scritte da Hassan Riyahi e scelto come inno nazionale dall'ormai scomparso Ayatollah Khomeini.
LA POLEMICA DI GHALENOEI
Lo spettacolo di una gara ricca di episodi ha stemperato il clima sugli spalti e il 2-2 di Mohebi è servito a placare del tutto gli animi. A riaccendere la polemica ci ha però pensato a fine gara il ct iraniano Ghalenoei che, in conferenza stampa, ha sottolineato le discriminazioni subite dalla sua selezione.
"In questa conferenza stampa, non so se stiamo parlando della partita, ed è piuttosto ironico. I piani della nostra squadra sono stati decisi altrove. Avremmo dovuto arrivare a Los Angeles due notti prima della partita, ma ci è stato impedito. E poi, avevamo programmato di essere qui stasera, recuperare e tornare domani.
Ci è stato negato il permesso, e non so se abbiamo il coraggio di continuare. Ecco perché direi che la nazionale iraniana è forse la squadra più oppressa nella storia del calcio internazionale.
Il presidente della federazione non è qui. Il team manager non è qui. Il responsabile della gestione interna della squadra non è qui. I media non sono qui. Per come siamo stati trattati, sia al nostro arrivo in ritardo che prima e dopo la partita, penso che la situazione si stia complicando ogni giorno di più".
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