La Camera dice sì al ritorno del nucleare, la parola al Senato. Pichetto: «Avvio nella prima metà degli anni 30»

Con 155 sì, 86 no e 8 astenuti, la Camera ha approvato il disegno di legge delega sul «nucleare sostenibile», come lo chiamano tra i banchi del governo e della maggioranza. I deputati di Pd, M5S e AVS, che hanno votato contro, sottolineano l’incongruità di quell’aggettivo e tutte le criticità di questa operazione fortemente voluta da Palazzo Chigi e avallata dal ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (il ddl 2669 porta la firma della premier Giorgia Meloni e del titolare del Mase Gilberto Pichetto). Quelli di Italia viva si sono astenuti, quelli di Azione hanno votato a favore.
È la prima volta dopo molti anni che i parlamentari tornano a esprimersi sul ritorno del nucleare in Italia. Ci aveva provato Silvio Berlusconi con un’operazione analoga partita nel 2009, poi smontata dal referendum del 2011 in cui il 94% dei votanti disse sì alla cancellazione dei decreti varati dal governo riguardo le procedure per la costruzione di nuove centrali sul territorio nazionale. Oggi Montecitorio ha dato via libera e la parola passa al Senato. L’esecutivo vorrebbe arrivare a traguardo prima della pausa estiva. Ma anche se l’ok definitivo dovesse effettivamente arrivare entro i prossimi due mesi, si tratterebbe solo di una prova di forza che mal si concilia con i tempi complessivi di questa operazione. A renderlo evidente è lo stesso Pichetto, che ha definito quello di oggi un «passo importante per il futuro energetico» ma ha anche, e inevitabilmente, reso chiaro ciò di cui stiamo parlando e soprattutto di quanto sia lontano questo «futuro» a cui fa riferimento: «Abbiamo iniziato a porre le condizioni affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile, quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili, all’inizio del prossimo decennio».
Per essere ancora più chiari su quanto tempo passerà prima che l’Italia possa effettivamente sfruttare l’energia nucleare, mentre quella fornita dalle rinnovabili è già disponibile, ecco la tabella di marcia prospettata sempre dal ministro dell’Ambiente: «Se il percorso procederà secondo i tempi previsti - ha spiegato Pichetto - le prime autorizzazioni potranno arrivare entro la fine del decennio, con l’avvio delle prime produzioni nella prima metà degli anni Trenta». Quanto al deposito delle scorie, sempre il titolare del Mase aveva detto in audizione proprio alla Camera che sarebbe stato operativo nel 2039, smentito poi da Arera che sempre in audizione in Parlamento aveva spostato ancora più in là l’ipotetica data: 2041.
Quanto poi alla tecnologia a cui fa riferimento il governo con questa legge delega, ovvero i piccoli reattori modulari Smr (Small modular reactors), va ricordato che così come gli Amr (Advanced modular reactors) o i Mmr (Micro-modular reactors) sono al centro di progetti che nel mondo o sono stati sospesi per assenza di fondi e mancanza di convenienza economica o sono in fase di sviluppo embrionale, e solo tre risultano operativi: uno in Cina e due in Russia.
Se la maggioranza canta comunque vittoria per questo primo via libera, dai banchi dell’opposizione sono stati soprattutto i deputati AVS a protestare alzando cartelli pro-rinnovabili e contro il nucleare in Italia. Angelo Bonelli ha parlato di «pagina nera della storia della democrazia»: «Oggi la Camera ha fatto carta straccia della volontà popolare di 55 milioni di italiani che con ben due referendum avevano detto no al nucleare. Vogliono il nucleare, un’energia estremamente costosa per continuare a mettere le mani nelle tasche degli italiani. Bloccano le rinnovabili ed è il segno del fallimento della strategia energetica di Giorgia Meloni. Ma la cosa grave è che hanno detto no a un emendamento di Alleanza Verdi e Sinistra che chiedeva di fermare l’uso militare nel nucleare. Hanno detto no. Chiediamo a Giorgia Meloni: che intenzioni ha, di fare un utilizzo anche militare del nucleare?». Risposte non pervenute.
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