La Corte suprema ferma Trump sullo ius soli, ma dice sì a una presidenza più forte

01 Luglio 2026 - 08:09
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La Corte suprema ferma Trump sullo ius soli, ma dice sì a una presidenza più forte

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha chiuso il suo anno giudiziario con una giornata destinata a lasciare il segno. Martedì i giudici hanno respinto il tentativo del presidente Donald Trump di limitare il principio del birthright citizenship (diritto di cittadinanza per nascita), confermando che, salvo eccezioni molto circoscritte, chi nasce sul suolo americano è cittadino in base al XIV Emendamento della Costituzione. Nello stesso giorno hanno inoltre confermato le leggi di oltre metà degli Stati che vietano alle atlete transgender di competere negli sport scolastici e universitari femminili e hanno eliminato i limiti alle spese coordinate dei partiti nelle campagne elettorali federali.

Per Trump si tratta di una sconfitta simbolicamente pesante, che si aggiunge a quella incassata nei mesi scorsi sui dazi imposti unilateralmente. Ma fermarsi ai casi più mediatici rischia di offrire un quadro incompleto. Il bilancio complessivo del mandato della Corte è infatti largamente favorevole alla visione di una presidenza forte sostenuta dall’amministrazione.

Già lunedì la maggioranza conservatrice aveva rafforzato il controllo della Casa Bianca sulle agenzie federali indipendenti, riconoscendo al presidente un più ampio potere di rimuoverne i vertici per ragioni politiche, pur preservando un’eccezione per la Federal Reserve. Nella stessa giornata la Corte aveva inoltre lasciato in vigore il conteggio delle schede postali arrivate dopo l’Election Day negli Stati che lo consentono, una decisione contestata da Trump ma meno significativa nel quadro generale.

L’intero anno giudiziario è stato caratterizzato da un costante confronto sui limiti dell’autorità presidenziale. In alcuni casi la Corte ha posto un freno alle interpretazioni più innovative proposte dall’amministrazione, come sulla cittadinanza per nascita o sulle tariffe commerciali. In molti altri, però, ha consolidato una lettura dell’articolo II della Costituzione che amplia i margini d’azione del presidente.

Le decisioni favorevoli all’amministrazione hanno riguardato soprattutto l’immigrazione, con il via libera a una linea più restrittiva su protezioni temporanee e richieste d’asilo, ma anche l’assetto dello Stato federale, aumentando l’influenza della Casa Bianca sulla burocrazia e sulle autorità di regolazione. Sul piano politico, le pronunce sul finanziamento delle campagne elettorali e quelle che hanno inciso sulle regole del ridisegno dei collegi elettorali potrebbero inoltre rafforzare la posizione dei Repubblicani nelle prossime elezioni.

Il risultato è un apparente paradosso. Trump esce sconfitto in alcuni dei procedimenti più visibili e politicamente identitari, ma conclude il mandato della Corte con una giurisprudenza che, nel suo insieme, espande i poteri della presidenza e ridefinisce in senso più favorevole all’esecutivo gli equilibri istituzionali americani. Per questo molti osservatori ritengono che, al di là dei singoli verdetti, il vero vincitore dell’anno giudiziario sia proprio la concezione di una Casa Bianca molto più forte rispetto al passato.

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