Il computer di Alberto Stasi e il dubbio che ha cambiato il processo di Garlasco

30 Giugno 2026 - 05:09
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Il computer di Alberto Stasi e il dubbio che ha cambiato il processo di Garlasco

Un pc acceso in una mattina d’agosto. E in quella memoria indizi e dubbi che si fondono nel processo dividendo accusa e difesa. Due letture opposte, due ricostruzioni inconciliabili: da una parte chi vide in quell’hard disk un alibi di ferro, dall’altra chi lo interpretò come l’ennesimo indizio a carico dell’imputato Alberto Stasi.

Per i Pubblici Ministeri di Vigevano, i dati informatici non discolpavano affatto l’imputato. Anzi, sembravano tradirlo. Nella fase delle indagini preliminari, prima che il delitto di Garlasco arrivasse in aula davanti a me, gli inquirenti ricostruirono che la mattina del 13 agosto 2007 il computer di Stasi aveva registrato attività soltanto in due momenti: alle 9.36 e alle 9.38, con accessi a un documento, e di nuovo intorno alle 11.00, con una connessione a Internet.

Nel mezzo, il nulla. Nessuna digitazione prolungata, nessun salvataggio, nessun movimento compatibile con il lavoro su una tesi universitaria. Vuoti rivelatori, pensarono i PM. O quantomeno «non compatibili con un utilizzo continuativo» scrissero i consulenti. Sembravano piuttosto pause in cui – questo l’assunto – l’imputato avrebbe potuto lasciare la scrivania, percorrere poche centinaia di metri e raggiungere la casa della fidanzata. «Un pc acceso non significa un uomo presente» ripetevano i PM, ribaltando l’assunto difensivo.

La Procura sottolineò anche la coincidenza temporale tra il silenzio digitale e l’orario in cui i periti medico-legali collocavano la morte di Chiara, subito dopo le 9.12. «Il vuoto del computer» argomentarono «coincide con la finestra temporale dell’omicidio.» Non un alibi, ma un’agenda inquietante.

C’era poi il sospetto della manipolazione: basta-vano, dissero gli inquirenti, «pochi clic programmati per dare l’impressione di un lavoro effettivo». Quei due accessi ravvicinati alle 9.36 e 9.38 apparivano troppo isolati, troppo «minimali» per descrivere una mattinata di studio. Sembravano il minimo indispensabile per costruire un alibi, più che il riflesso naturale di una giornata davanti al monitor.

A Palagiustizia, a Vigevano, era netta la linea narrativo-giudiziaria secondo cui Stasi avesse avuto tutto l’interesse a «precostituirsi» la prova. E in più, il fatto che avesse raccontato agli inquirenti di aver lavorato alla tesi solo quattro giorni dopo, e non subito, venne letto come un segnale di tattica. Se davvero quella mattina fosse stata dedicata al lavoro universitario, perché non rivendicarlo immediatamente come scudo?

Per questo, nella narrazione dell’accusa, il computer non fu mai un testimone fedele. Era, piuttosto, un complice silenzioso. Non dimostrava dove fosse Alberto Stasi nelle ore cruciali, anzi apriva uno spazio oscuro in cui poteva collocarsi l’omicidio.

Messa così, la storia di Garlasco era instradata in maniera tale da portare alla colpevolezza del biondino dagli occhi di ghiaccio. Una strada quasi obbligata. Da percorrere senza alternative, se si considera la catastrofica gestione di quel Compaq che i carabinieri ricevettero da Stasi – lui lo consegnò spontaneamente – il 14 agosto del 2007. Nei quindici giorni successivi gli investigatori vi entrarono ripe-tutamente, senza mai sigillarlo né clonarne subito il contenuto e senza rispettare i protocolli forensi.

Operazioni di routine, dicevano, per cercare elementi utili alle indagini. In realtà, ogni accesso produceva modifiche automatiche al sistema operativo: aggiornamenti di file, creazioni di log, alterazioni della memoria temporanea. Risultato: il 73,8% dei file visibili fu in qualche modo alterato o compromesso. Errori metodologici commessi in buona fede. Eppure, sufficienti a rendere incerto ogni passo successivo. La sensazione, anzi l’evidenza scientifica, suonava più o meno così: quel portatile era stato trattato non come una prova irripetibile, ma come un normale reperto.

Quando, a fine agosto, i periti si trovarono di fronte al disco rigido, la sorpresa fu enorme. Secondo le loro analisi, tre quarti dei cinquantaseimila elementi informatici di quel computer erano compromessi: in larghissima parte modificati o sovrascritti. Attenzione: non si trattava di cancellazioni manuali, ma di effetti collaterali di una gestione approssimativa. Come – per intenderci – se su una scena del crimine fossero entrati troppi soccorritori, contaminando impronte e macchie di sangue.

Più leggevo le relazioni dei consulenti, però, più le perplessità aumentavano: perché Stasi aveva consegnato motu proprio ai militari un computer che nella migliore delle ipotesi lo raccontava come un assiduo frequentatore di siti pornografici, consegnandolo all’opinione pubblica come tale? Credeva davvero di poter ingannare tutti avendo manipolato la filiera di complesse tracce informatiche che lo avrebbero condotto nel vicolo cieco di una condanna? Troppo per non spingermi a percorrere tutte le strade che potessero fugare i dubbi.

Nominai un collegio peritale, scegliendo un ingegnere consigliato da un autorevole, anziano Pubblico Ministero torinese: «Se vuoi uno bravo e scrupoloso chiama lui, ricordati però che è tanto meticoloso da risultare piuttosto lento». Non avevo fretta e la questione era molto delicata. Era così pignolo che durante lo svolgimento delle operazioni peritali l’ingegnere era solito chiamare quasi quotidianamente per aggiornarmi dei lavori in corso. Lunghi resoconti serali che ascoltavo attentamente pure quando, durante le ferie, mi recai in Sardegna con moglie e figlio piccolissimo. In riva al mare, nel piccolo giardino del residence in cui alloggiavo, ascoltavo l’ingegnere che mi aggiornava sulle singole sedute peritali, informandomi di dati preliminari, di eccezioni formali sollevate dai consulenti di parte e di altri aspetti emersi che non toccavano però il cuore della questione. Alla fine dell’estate mi giunse una telefonata dal contenuto invece tanto importante

quanto inatteso.

Pubblicato per Piemme
da Mondadori Libri S.p.A.
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Il ragionevole dubbio di Garlasco. Un giudice nel labirinto del caso di cronaca più discusso d'Italia - Stefano Vitelli,Giuseppe Legato - copertina

Tratto da “Il ragionevole dubbio di Garlasco” (Piemme), di Stefano Vitelli con Giuseppe Legato, 144 pagine, 18 euro.

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