La crisi di Hormuz sta facendo calare la CO2? I numeri che spiegano il paradosso
Non tutti i mali vengono per nuocere. E sebbene in questo caso il tema sia quello di un male estremo e aberrante qual è la guerra, la tensione in Medio Oriente sembra giovare al pianeta. Almeno per quel che riguarda le emissioni di CO2 legate ai combustibili fossili - e sottolineiamo ai combustibili fossili, su quelle militari è meglio lasciar perdere.
Secondo un’analisi di Carbon Brief basata sulle più recenti previsioni dell’IEA, l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2026, rispetto al 2025, potrebbero diminuire infatti dello 0,5% circa. La ragione, ma lo avrete intuito, è la crisi nello Stretto di Hormuz, che ha fatto schizzare verso l’alto i prezzi di petrolio e gas e ridotto di conseguenza la domanda. In parte questo calo viene compensato dal carbone, per il quale l’IEA prevede un aumento della domanda globale dell’1,2% nel 2026, dopo aver inizialmente stimato un lieve calo.
Il rincaro del gas ha favorito in alcuni mercati un maggiore ricorso al carbone, ma il fenomeno - per fortuna, a seconda dei punti di vista - resta limitato dalla possibilità tecnica di passare in maniera relativamente agevole da un combustibile all’altro. A pesare ci sono anche altri fattori, tra cui un forte El Nino, che ha aumentato la domanda di raffrescamento e ridotto la produzione idroelettrica in alcune aree. La dinamica invece è opposta per petrolio e gas. Per il gas l’ultima previsione disponibile dell’IEA indicava già a luglio una contrazione dello 0,6% della domanda globale nel 2026, mentre la pressione dovuta ai prezzi elevati è aumentata ulteriormente nei mesi successivi.
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