La crisi ventennale del Brasile e le colpe (anche) di Ancelotti: è davvero lui l'uomo giusto per avviare la rifondazione della Seleçao?

06 Luglio 2026 - 12:54
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L'ennesimo flop ai Mondiali della Seleçao apre inquietanti interrogativi sul futuro

Un flop, non del tutto inatteso ad essere sinceri fino in fondo, ma che è la drammatica e fedele fotografia di come uno dei movimenti calcistici più prestigiosi e vincenti al mondo stia attraversando il suo momento di maggiore crisi a livello storico. Il Brasile, eliminato per la prima volta ai Mondiali all'altezza degli ottavi di finale da 36 anni a questa parte (dopo le analoghe delusioni del 1934 e del 1966, l'ultima volta era stata ad Italia '90, per mano dell'Argentina di Maradona e Caniggia) da una super Norvegia, è all'anno zero.

Lo hanno dichiarato gli stessi diretti protagonisti, dai leader calanti Marquinhos e Casemiro (quest'ultimo in lacrime) che nel post-gara hanno formalmente fatto spazio all'ingresso della nuova generazione al ct Carlo Ancelotti, che più che di fine di un ciclo ha parlato di un nuovo necessario inizio per programmare sin da oggi l'edizione dei Mondiali del centenario, quella del 2030.


ANCELOTTI: "SCONFITTA IMMERITATA, QUESTO DEVE L'INIZIO DI UN NUOVO CICLO"


I PROCESSI AD ANCELOTTI

E parte delle analisi e dei processi in Brasile, impietosi come sempre dopo un tracollo di queste proporzioni – che non ha risparmiato principalmente i giocatori della vecchia guardia, accusati di essere perdenti e di non essere stati in grado di creare una mentalità da grande squadra – ripartono anche dal ruolo nella ricostruzione dell'allenatore italiano chiamato un anno fa come salvatore della patria. Quando la Seleçao, che avrebbe poi chiuso con un storico (in negativo) quinto posto nelle eliminatorie, destava già parecchie preoccupazioni, tali da immaginare che l'avvento in panchina di uno degli allenatori più vincenti di sempre potesse essere da solo la panacea a tutti i mali. Ancelotti ha da poco prolungato il suo contratto sino al 2030, proprio appena prima di imbarcarsi per gli Stati Uniti, ma è evidente che il credito nei suoi confronti sia già in calando dopo una Coppa del Mondo in cui il Brasile non ha mai convinto sul piano del gioco, della scelta degli uomini e che soprattutto non lascia ben sperare in vista del futuro.

IL SENSO DELLE ULTIME ELIMINAZIONI

Dalla vittoria dell'ultimo titolo mondiale del 2002, i pentacampioni sono incappati in sei eliminazioni consecutive, di cui quattro ai quarti di finale, una in semifinale (quella dell'umiliante 1-7 con la Germania nei Mondiali giocati in casa) e quella per mano della Norvegia agli ottavi di finale. Mai nella sua storia il Brasile aveva mancato la vittoria per sei edizioni consecutive e ad inquietare è il fatto che, se le prime tre erano comunque arrivate contro tre big del calcio internazionale come Francia, Olanda e Germania, le ultime tre sono giunte contro avversari che soltanto fino a qualche tempo fa erano espressioni di realtà “minori”, come Belgio, Croazia e Norvegia. Che però negli ultimi 10-15 anni sono cresciuti vertiginosamente, attraverso progetti e idee che nel frattempo la Seleçao e la Federazione alle sue spalle hanno perso per strada. Pensando, come altre nobili decadute di questo periodo come Italia e Germania, di poter campare di rendita sul blasone ed i trionfi del passato.

LA SCOMPARSA DEI FUORICLASSE

Il tracollo del Brasile ai Mondiali 2026 è la definitiva sconfitta di un'idea di calcio, di un'identità divenuta popolare in tutto il mondo per uno stile votato prima allo spettacolo che al risultato. Il famoso “joga bonito” è ormai un triste ricordo, anche perché dopo Neymar il Paese sudamericano non ha più sostanzialmente prodotto fuoriclasse di livello internazionale sull'onda dei Pelé e dei Garrincha, dei Rivelino e degli Zico, dei Ronaldo e dei Romario, dei Ronaldinho e dei Kakà. E lo specchio del clamoroso impoverimento tecnico a cui è andata incontro la nazionale più vincente di sempre è l'assenza totale di talento nei suoi centrocampisti o, ancora di più, la mancanza di un vero numero 9. Ronaldo il Fenomeno è stato l'ultimo grandissimo rappresentante della stirpe dei centravanti brasiliani, tra le speranze tradite e non mantenute di Adriano o Pato e l'inadeguatezza di chi si è avvicendato negli anni a venire in un ruolo così prestigioso e forse così scomodo e pesante rispetta al glorioso passato: Luis Fabiano, Hulk, Fred, Gabriel Jesus, Richarlison e Igor Thiago o Mateus Cunha, solo per citarne alcuni.

ANCELOTTI E' ANCORA L'UOMO GIUSTO?

In questo contesto desertico in termini di qualità pura, Carlo Ancelotti - che a livello di club è sempre stato più gestore di veri campioni che costruttore di progetti - ha provato a nascondere i tanti, troppi limiti, di una Nazionale che alla prova dei fatti, contro il primo avversario di valore, si è squagliato. Incapace di sfruttare gli episodi che la sorte pure aveva messo a disposizione per far svoltare la gara con la Norvegia in proprio favore – emblematici gli errori dal dischetto di Bruno Guimaraes e quello di Endrick, appena entrato nel secondo tempo, a tu per tu con Nyland – e crollata sotto i colpi di un avversario fresco, entusiasta, che a lungo ha palleggiato in faccia al Brasile costringendolo ad una partita affidata alle ripartenze.

Ecco perché, al netto delle responsabilità di Ancelotti nella scelta di qualche giocatore piuttosto che di un altro – quella di escludere Joao Pedro e portare la controfigura di Neymar non avrà mai giustificazione – o del povero stile di gioco mostrato dalla sua squadra, il difficile arriva adesso. Il Brasile, inteso come movimento calcistico, ha al suo interno un bacino a cui attingere e dal quale estrarre realmente i potenziali fuoriclasse del domani? Al di là dei giocatori, ha in mente o ha preparato le contromisure per un uscire da oltre vent'anni di crisi sistemica che l'hanno fatto precipitare in un pericoloso anonimato?

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