La Croma di Falcone, e le reliquie che trasformano la memoria in liturgia

15 Luglio 2026 - 06:20
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La Croma di Falcone, e le reliquie che trasformano la memoria in liturgia

Hanno fatto a pezzi Padre Pino Puglisi. Prima Cosa nostra, con un colpo di pistola. Era il 15 settembre del 1993. Poi, molti anni dopo, la devozione. Letteralmente. Un frammento di dito qui, una reliquia là, piccoli pezzi del suo corpo custoditi, venerati, trasportati da una parrocchia all’altra, in pellegrinaggio permanente. Il beato dell’antimafia itinerante. La santità, in Sicilia, ha anche una logistica.

Le reliquie fanno parte della tradizione cattolica. È normale. Meno normale è che, negli ultimi anni, anche l’antimafia abbia assunto gli stessi codici liturgici. Non bastano più il ricordo, lo studio, l’esempio. Servono oggetti da esporre, teche da inaugurare, luoghi da consacrare. Cose da toccare. L’antimafia, come ogni religione civile che si rispetti, ha bisogno del suo apparato sacrale.

Giovanni Falcone, però, presenta un problema. Di lui non è rimasto praticamente nulla. L’esplosione di Capaci, il 23 maggio 1992, ha cancellato persino la possibilità di una reliquia. Nessun frammento del corpo da venerare. Nessun osso, nessuna ciocca di capelli, nessun dito da portare in processione.

E allora si venera ciò che resta. La Fiat Croma bianca, ad esempio. L’automobile blindata sulla quale il magistrato viaggiava insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli uomini della scorta. La lamiera contorta diventa reliquia sostitutiva. Il metallo prende il posto delle ossa. La teca sostituisce il reliquiario.

Così il 13 luglio 2026, a Palermo, con tutti gli onori della Repubblica e quaranta gradi all’ombra, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è arrivata per inaugurare la nuova esposizione della Croma, custodita come un oggetto sacro dentro una teca trasparente al Museo del Presente dedicato a Falcone e Borsellino. Un rito civile perfetto: autorità, fotografi, telecamere, silenzio, poi il il discorso, la commozione. Perché l’antimafia italiana, ormai da tempo, sembra produrre con maggiore facilità monumenti che domande, reliquie anziché strategie, celebrazioni anziché analisi.

Ogni liturgia, prima o poi, incontra il suo eretico. Nel caso della nuova reliquia dell’antimafia è Giuseppe Costanza, l’uomo che quella Croma la guidava. L’autista di Giovanni Falcone sopravvissuto alla strage di Capaci. In quell’auto, ricorda, c’è ancora il suo sangue. Eppure ha deciso che alla cerimonia non ci sarebbe andato. L’invito è arrivato, la risposta pure: no, grazie. «Non mi piace la spettacolarizzazione dell’antimafia», ha spiegato. Una frase semplice, ma devastante, pronunciata da chi avrebbe tutti i titoli per stare in prima fila e invece sceglie volontariamente l’ultima.

Costanza non contesta il valore della memoria. Contesta il modo in cui viene amministrata. Racconta che anni fa era stato lui a chiedere di utilizzare quella stessa Croma per un progetto educativo itinerante destinato ai ragazzi. Gli dissero di no. L’auto era troppo delicata, troppo importante, troppo vincolata. Oggi, invece, eccola trasformata nel fulcro di una grande inaugurazione con la presidente del Consiglio, due ministri, fotografi e dirette televisive.

Non è una polemica sulla destinazione della vettura. È qualcosa di più profondo. È la sensazione che la memoria, quando si affatica, finisca per cercare conforto nella scenografia. Come se ogni anno – siamo alla vigilia dell’altra grande data, il 19 luglio, giorno della strage di Via d’Amelio – fosse necessario aggiungere un nuovo simbolo, un nuovo rito, una nuova teca, per evitare che il racconto perda forza. È il paradosso di un’antimafia comoda, che invece di interrogare le coscienze, organizza celebrazioni; invece di produrre domande, accumula oggetti simbolici.

Costanza, invece, parla di altro. Ricorda che il 23 maggio scorso ha preferito commemorare Falcone lontano da Palermo, in una scuola di Parma, insieme agli studenti. Nessuna passerella, nessuna autorità, nessun palco. Solo il racconto di ciò che accadde e di ciò che ancora non sappiamo. Perché, dice, continua a non credere che le stragi siano state soltanto mafia. E se avesse incontrato Giorgia Meloni, non le avrebbe parlato della Croma, ma degli archivi segreti dello Stato. Di quelle scatole nere che, forse, custodiscono ancora pezzi di verità molto più importanti di qualunque automobile blindata.

Da una parte la memoria come esposizione; dall’altra la memoria come ricerca. Da una parte la reliquia. Dall’altra la domanda. Ma il processo di musealizzazione del dolore che sta avvenendo ormai da anni in Sicilia è inarrestabile. Nella cerimonia di ieri aveva anche un volto preciso: quello di Maria Falcone.

È difficile immaginare oggi la memoria pubblica delle stragi senza la Fondazione Falcone, che ha avuto il merito indiscutibile di tenere vivo il nome del magistrato, di coinvolgere scuole e istituzioni, di trasformare Palermo in una capitale civile della lotta alla mafia. Ma proprio perché la memoria è anche potere, la sua gestione non è mai neutrale.

Il Museo del Presente, con la Croma esposta come un reperto sacro, rappresenta l’approdo naturale di questa impostazione. Non è semplicemente un museo: è la costruzione di un canone. Di ciò che deve essere ricordato, di come deve essere ricordato e di chi ha il diritto di raccontarlo.

Il giornalista e scrittore Gery Palazzotto, che con Salvo Palazzolo ha raccontato per anni i misteri delle stragi, distingue con precisione il valore del simbolo dalla sua messa in scena: «Non sono mai stato diffidente nei confronti dei simbolismi – ammonisce – a patto che ci tramandino significati che stanno nelle loro origini e non siano oggetto di spettacolarizzazione».

Il problema, dunque, non è la Croma. Come non lo erano la borsa di Paolo Borsellino o il computer di Giovanni Falcone, che gli stessi Palazzotto e Salvo Palazzolo portarono anni fa sul palco del Teatro Massimo come strumenti di racconto, funzionali a interrogativi ancora aperti sulle stragi. Il problema è quando il simbolo smette di accompagnare una domanda e diventa esso stesso il messaggio.

Secondo Palazzotto, l’operazione del Museo del Presente «è perfettamente in linea con la strategia della Fondazione Falcone»: l’automobile diventa «un totem della memoria» all’interno di un sistema che della memoria ha fatto il proprio centro di gravità. Ma è proprio il contesto, osserva, a cambiare il significato dell’oggetto.

Negli anni, attorno alla Fondazione e alla figura di Maria Falcone, si sono consumate fratture sempre più profonde. Non soltanto polemiche politiche, ma anche l’allontanamento di alcuni protagonisti diretti di quella stagione: Alfredo Morvillo, fratello di Francesca; i figli di Paolo Borsellino; lo stesso Giuseppe Costanza. Una memoria che avrebbe dovuto unire è finita spesso per dividere, trasformando persino il 23 maggio in una giornata attraversata da contestazioni, fischi e polemiche.

È il paradosso della memoria quando viene amministrata come un patrimonio esclusivo: invece di allargarsi, restringe il proprio perimetro. E la reliquia, da strumento di riflessione, rischia di diventare il sigillo di un’autorità morale che decide chi appartiene alla comunità dei custodi e chi, invece, resta fuori dal tempio.

E poi c’era l’altra donna protagonista dell’evento Giorgia Meloni. Nel centrodestra siciliano, Meloni è ormai diventata una sorta di Madonna delle apparizioni. Si manifesta raramente, non parla quasi mai delle beghe isolane, non prende posizione sulle guerre di corrente. Ma ogni sua visita alimenta interpretazioni, attese, speranze.

La più evidente è quella di Renato Schifani.

Il presidente della Regione, proprio nelle stesse ore, affidava a Sky Tg24 una confessione prudente, quasi sommessa. Vorrebbe completare il lavoro iniziato, ha detto. I termovalorizzatori, le Terme di Sciacca, il polo pediatrico: opere che, secondo lui, avrebbero bisogno della continuità garantita da un secondo mandato. Ma subito dopo ha abbassato il tono: «Sono espressione di una coalizione». Tradotto: non decido io. Decideranno i partiti. O, forse, qualcuno sopra i partiti.

Quel qualcuno, inevitabilmente, è Giorgia Meloni.

Schifani aspetta un segno. Una parola. Un’investitura che ancora non arriva. Intanto osserva il centrodestra siciliano sfilacciarsi tra guerre interne a Forza Italia, nuove ambizioni, il fattore Vannacci, le manovre di chi immagina già il dopo. E a Roma, da tempo, circola anche un’altra ipotesi: un’elegante uscita di scena per l’ex presidente del Senato, magari con una prestigiosa destinazione istituzionale, dal Consiglio di Stato al Consiglio superiore della magistratura. Una promozione che avrebbe il sapore di un congedo.

Meloni, però, tace. È venuta a Palermo, ha scoperto la teca della reliquia, ha pronunciato le parole che il cerimoniale richiedeva e se n’è andata senza lasciare alcun indizio sulle questioni molto più terrene del potere siciliano. Ieri a Palermo, mentre tutti guardavano la Croma di Falcone custodita dietro il vetro, più di uno, nel centrodestra siciliano, stava in realtà aspettando un miracolo politico. Che, almeno per ora, non c’è stato.

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