Mick Jagger, Tom Cruise, Checco Zalone, e la maledizione di chi non vive per fare polemica

Prologo. Qualche anno fa, Checco Zalone andò ospite a un concerto di Jovanotti. Fu irresistibile sul palco, con la folla che squarciagolava “Angela” come fosse non una canzone comica ma un’altra “A te”, e dietro il palco, dove Luca Medici raccontava meraviglie sulle foto incorniciate in casa di Gigi D’Alessio, foto dalle quali era stata tagliata Anna Tatangelo: «La cancel culture a casa D’Alessio».
Scrissi queste stupendezze in un’intervista che pubblicò F e, quando il numero uscì, scoprii l’esistenza di una categoria di infelici che non avevo mai notato fino ad allora: quelli che devono fare i clic.
Quelli che devono fare i clic per un po’ di giorni li fecero con l’indignazione: ero certamente una venduta, una corrotta, una con la schiena non dritta che – in cambio di rotoli di contanti, voglio sperare: sarebbe antipatico apparire corruttibili in cambio d’una magliettacollescritte o d’una foto coi famosi – si era prestata a non scrivere dello scandalo di quel quarto d’ora.
Lo scandalo di quel quarto d’ora era che non so quali ambientalisti avevano accusato Lorenzo Jovanotti di sterminare la fauna con la batteria di “Penso positivo”, o qualcosa del genere. Accusa della quale, in mancanza di corruzione, io avrei senz’altro scritto: tutti sanno quanto mi stiano a cuore i temi cogenti che scadranno prima del latte fresco e le polemiche da un quarto d’ora, e che tra una battuta di Zalone e un predicozzo sull’ambiente sceglierò sempre il secondo.
Fu allora che capii che culo pazzesco ho ad avere la mitomania di scrivere letteratura che si possa rileggere tra cinquant’anni, e non trending topic che risulteranno incomprensibili tra cinquanta ore, e a trovare sempre direttori che mi assecondino e non pretendano il pezzo che fa clic.
Avanzamento veloce al presente. Mick Jagger ha dato un’intervista piuttosto bella a David Marchese del New York Times. Marchese a un certo punto fa la domanda che vi traduco. «Voglio chiederti come vedi la tua relazione col tuo pubblico. Ma prima ti faccio due esempi. Da una parte abbiamo qualcuno come Bob Dylan. Se vai a vederlo dal vivo, sembra quasi che la folla sia incidentale. Farà quel che fa, che vengano a vederlo o no. Dall’altra parte hai qualcuno come Bruce Springsteen, che chiaramente pensa che il suo lavoro consista in un significativo scambio col suo pubblico. Cosa significa per te il rapporto col pubblico? Cosa rappresentano tutte quelle persone?».
Marchese non lo dice, ma sta citando. Sta citando una cosa che avevo già raccontato (ormai mi ripeto come i vostri nonni), cioè una distinzione tra modi di fare sul palco che aveva fatto un prestigiatore, Penn Jillette, proprio parlando di Springsteen e Dylan. Diceva che Bruce è una cheerleader del suo pubblico, e Bob no, Bob non se lo fila, Bob fa quel che gli pare e se vi piace bene e sennò amen. Dylan, diceva Jillette, non ha mai l’aria di pensare «adesso faccio questo pezzo che li fa impazzire»; Springsteen sempre.
È un tema interessante, Louis CK nel podcast di Rick Rubin dice che gli è capitato di togliere battute che funzionavano moltissimo col pubblico, dai suoi monologhi, perché gli sembrava che appunto funzionassero troppo facilmente. Non conosco neanche uno che di mestiere stia sul palco che, quando gli ho raccontato questa cosa, non mi abbia detto che CK è pazzo. Ci sono più Springsteen che Dylan, là fuori.
Comunque. Jagger dà una risposta articolata che distingue tra i tipi di pubblico – quelli che ti vedono perché sei nel programma di un festival sono meno pazzi di te di quelli che sono venuti apposta a un tuo concerto – e dice che il tuo compito è far dimenticare a quei disgraziati allo stadio i loro guai. Marchese insiste, e lui diventa ancora più specifico, sei sul palco e oltre a fare il tuo devi anche renderti conto dello stato del pubblico, hanno caldo hanno freddo è stato complicato arrivare lì devono portare il bambino dal dentista. L’ha imparato da ragazzino, in tournée con Little Richard, dice.
Tutta questa cosa qui potreste non saperla per una gamma di ragioni che vanno dal non essere abbonati al New York Times all’esserlo ma non aver letto un’intervista piuttosto lunga (c’è anche la versione podcast, ma dura un’ora: ormai un’ora di attenzione non si riserva neanche alla lettura del testamento della zia ricca).
Soprattutto, è possibile che non la sappiate perché questa riflessione sul modo di stare sul palco è stata sintetizzata dai giornali italiani come “Mick Jagger come De Gregori”. No, magari fossero stati così audaci o così spiritosi. Si sono limitati a virgolettargli cose tipo “Il mio lavoro non è fare politica”, e a dire che aveva polemizzato con Springsteen, e io ancora una volta ho pensato con struggimento a questi disgraziati che devono fare i clic, e di sicuro non li possono fare con le idee, di sicuro non li possono fare con la prosa, di sicuro non li possono fare con niente che non sia: guarda la rissa, puntesclamativo.
Il dettaglio che ci dimostra vieppiù che la vita è sceneggiatrice è che, più avanti in quella sterminata intervista, Jagger analizzava proprio questo meccanismo qui. Nel nuovo disco dei Rolling Stones c’è una canzone, “Covered in you”, in cui si cita Elon Musk, «mad mogul mister Musk». Dice Mick che quel verso sul «miliardario pazzo» l’ha scritto riferendosi a quando l’anno scorso Elon aveva mandato una navetta SpaceX a recuperare gli astronauti che non fosse stato per lui non sarebbero tornati, «era un complimento indiretto». Dice che questa gente (intende il Guardian, per esempio, che ha scritto nella recensione che Jagger se la prende con Musk) mica ascolta cosa dice il verso, sente solo «Musk» e parte con l’automatismo. Vieni, Mick, lamentiamoci insieme di questi cui i clic interessano più dei ragionamenti («eh ma il pubblico i ragionamenti non li segue»: eh, sarà mica responsabilità di chi lo alleva a video brevi e titoli scandalistici?).
Lunedì è uscito il trailer che tutte le persone sensate aspettavano da mesi, quello di “Digger”, il film di Alejandro González Iñárritu col quale Tom Cruise intende dimostrare che non è solo uno da film di spari e inseguimenti, il film che più voglio vedere, quello per non perdermi il quale sarei disposta anche ad andare al festival di Venezia (Barbera, mi senti? Mi hanno detto che non è più così certo che Iñárritu sia in programma, Barbera mettiti una mano sulla coscienza, Barbera sono le piccole fan di Tom che te lo chiedono, Barbera stiamo parlando della mia unica relazione parasociale, ho bisogno di vedere Tom subito, adesso, senza aspettare i tempi della distribuzione cinematografica).
Un’amica, dopo essersi anch’ella sdilinquita di fronte al trailer (in cui Tom sta chiaramente rifacendo lo strepitoso personaggio di “Tropic Thunder”, e in cui c’è anche John Goodman: non l’ho ancora visto, ed è già il mio film preferito), mi ha detto una cosa tipo: non riesco a capire se il fatto che nessuno parli dell’essere Tom Cruise in una setta dipenda dal suo ipertrofico talento.
Io credo dipenda dal fatto che l’umanità è perlopiù salva dalla sindrome dei clic. Perlopiù non scrive articoli che è terrorizzata nessuno legga, perlopiù ha una vita al di fuori dei cuoricini.
Devi essere davvero disperato – disperatamente famelico di clic, disperatamente a corto di cuoricini – per, di fronte a Tom Cruise, uno degli ultimi brandelli di cultura popolare che ci siano rimasti, uno che col suo solo sorriso ti fa venir voglia di guardare gli inseguimenti e altre robe che non andrei al cinema a vedere fatte da nessunissimo altro, devi essere davvero disperato per, mentre cerchi di raccapezzarti negli incisi di questa frase, vedere Tom Cruise che fa Tom Cruise e pensare: eh, ma Scientology.
Forse è un test che si può ufficializzare, per selezionare la gente con cui valga la pena parlare. E tu, ti concentreresti su “Mission: Impossible” o sulla setta? Su Checco Zalone o sulle polemiche ambientaliste? Su Jagger che dice che lui sculetta, mica può essere Dylan, o su quant’è cattivo Trump?
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