La disabilità attraverso la lente de I figli della scimmia
Una scena del film I figli della scimmia
Una scena del film I figli della scimmiaÈ normale non aver voglia di vedere I figli della scimmia. I film italiani con dei personaggi disabili, salvo qualche eccezione, ci hanno abituati a rappresentazioni “un tanto al chilo”. Spesso si cerca il patetismo, la lacrima facile o una morale. Invece l’opera di Tommaso Landucci, vincitrice di due premi nella sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia, merita tutta l’attenzione possibile. È un piccolo film che fa le cose perbene.
Non solo Riccardo Scamarcio offre la migliore interpretazione della sua carriera (premiata a Venezia), ma la sceneggiatura di Damiano Femfert, già premio Solinas e poi in Orizzonti, è discreta e così accurata da risultare umanamente coinvolgente, anche senza colpi di scena. Il titolo viene dalla fiaba di Esopo: una scimmia aveva due cuccioli, ma amava e nutriva soltanto il preferito, trascurando l’altro.
La trama
È quello che succede a Dario, padre di un ragazzo con una disabilità motoria complessa che richiede una routine di cura fatta con amore e fatica. La famiglia è unita e non mancano i ritrovi con i parenti. Dario suscita l’interesse di Giacomo, suo nipote adolescente, mostrandogli la sua moto da trial. Da questa passione in comune il figlio del fratello diventa sempre di più un catalizzatore delle energie fisiche ed emotive dell’uomo, allontanandolo dalla propria casa.

I figli della scimmia è girato con realismo e con un formato in 4:3 che ingabbia le inquadrature sui personaggi. Landucci fa un delicato e accurato studio psicologico. Senza molte parole si capisce tutto: il desiderio fisico di avere nuovi orizzonti, ma al contempo l’amore smisurato verso il proprio figlio disabile, la stanchezza con cui fare i conti e l’importanza di una coppia solida per superare le difficoltà.
Una presenza importante
Una nota di merito è la scelta di Andrea Aggio, attore tetraplegico, nell’interpretare il figlio. La sua presenza in scena è la cosa più comunicativa del film. Sia quando è fuori dall’inquadratura (e quindi “fuori dai pensieri”) sia quando è coinvolto dalle persone della famiglia o in posizione di osservatore in disparte tra i coetanei.
Il suo corpo e i suoi silenzi sono importanti, ma ancora di più lo è la sua risata coinvolgente: dimostrazione che la disabilità, nel cinema, può contenere un’infinita gamma di emozioni.
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