La favoletta degli immigrati che ci pagano le pensioni: cosa dicono davvero i dati su tasse e welfare

30 Giugno 2026 - 18:46
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La favoletta degli immigrati che ci pagano le pensioni: cosa dicono davvero i dati su tasse e welfare

IMMIGRATI QUANTO CI COSTANO

Ci avevano promesso il salvadanaio, ci ritroviamo lo scontrino. Da anni a sinistra raccontano che l’immigrazione servirà a pagare le nostre pensioni: gli italiani fanno pochi figli, i lavoratori calano, i pensionati aumentano, dunque servono nuovi ingressi dall’estero per versare contributi e tenere in piedi l’Inps. Poi però arriva il conto. E che conto!

La favola delle pensioni salvate

Certo, alcuni stranieri regolari lavorano, pagano le tasse e partecipano alla vita economica del Paese. Ma quel contributo da solo basta davvero a compensare il costo complessivo dei servizi pubblici di cui tutta la popolazione immigrata usufruisce?  

Secondo i dati richiamati dalla Fondazione Moressa e sintetizzati dal Sole24Ore, i contribuenti nati all’estero versano 12,6 miliardi di euro di Irpef, pari al 6,4% del totale nazionale. A leggerla così non sembra neanche troppo male. Ma basta spostare di poco la lente per capire che il quadro è molto meno trionfale.

Tanti contribuenti, poco gettito

Gli extracomunitari contribuenti sono quasi cinque milioni e mezzo, cioè circa il 12% del totale. Eppure l’Irpef versata si ferma al sotto le due cifre. Tradotto: rappresentano più di un contribuente su dieci, ma pagano poco più della metà rispetto al loro peso numerico.

Il motivo è semplice: i redditi sono più bassi. Un contribuente straniero dichiara in media 17.760 euro l’anno, contro i 26.920 euro di un contribuente nato in Italia. Non solo: il 38% degli immigrati— come spiega Maurizio Belpietro su La Verità — resta sotto i 10mila euro lordi annui, mentre il 40% si colloca tra 10mila e 25mila euro. Fasce che, inevitabilmente, producono poco gettito fiscale. In alcuni casi, quasi nulla.

Il welfare non si paga da solo

Quei 12,6 miliardi dovrebbero però contribuire a finanziare tutto: sanità, scuola, assistenza, sostegno al reddito, alloggi pubblici, sicurezza, giustizia, accoglienza, amministrazione pubblica e naturalmente pensioni. Ed è qui che la narrazione comincia a perdere pezzi.

La sola spesa sanitaria italiana vale circa 140 miliardi. Se si attribuisce alla popolazione straniera una quota proporzionale alla sua presenza, cioè il 9,2 per cento dei residenti, il conto supera già l’Irpef versata dagli stranieri. E siamo ancora alla prima voce. Poi c’è la scuola, che per gli alunni stranieri può valere tra i 9 e i 10 miliardi. Poi arrivano assistenza, case popolari, sussidi, sicurezza, giustizia, accoglienza.

Il saldo che non torna

Sommando le varie voci, anche con una stima prudente, la spesa pubblica collegata alla popolazione immigrata può oscillare tra 30 e 45 miliardi. Altro che affare per lo Stato: anche nella lettura più benevola, il saldo resta pesantemente negativo rispetto ai 12,6 miliardi di Irpef.

A completare il quadro c’è un altro dato politico e sociale: oltre il 30 per cento delle famiglie immigrate rientra nelle fasce di povertà. Dunque non siamo davanti a una massa di contribuenti pronta a salvare il welfare italiano, bensì a una popolazione che spesso del welfare ha bisogno.

La battuta diventa bilancio

Forse un giorno qualcuno potrà sostenere che l’immigrazione avrà riequilibrato i conti pubblici. Ma oggi no. Oggi la favola delle pensioni pagate dagli immigrati resta, appunto, una favola. Il conto arriva sul tavolo degli italiani. La reazione? “E io pago”.

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