La Ferrari Luce e il fantasma della Multipla

1 Giugnoe 2026 - 07:36
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La Ferrari Luce e il fantasma della Multipla

Le hanno già dato della macchina sbagliata. Troppo diversa, troppo alta, troppo elettrica, troppo poco Ferrari. La Luce, prima auto interamente elettrica della storia di Maranello, è stata presentata a Roma a fine maggio, e il verdetto di una parte degli appassionati è arrivato prima ancora delle prime curve. La cosa curiosa è che Ferrari non aveva nessun bisogno di esporsi così. Nel 2025 ha toccato novantamila clienti attivi, un quinto in più rispetto a tre anni prima, con ricavi sopra i sette miliardi e una domanda di termiche e ibride mai così alta. Avrebbe potuto continuare a fare quello che sa fare meglio. Ha scelto di mettersi in discussione proprio mentre tutto le andava bene.

Quelle parole, poi, le abbiamo già sentite. È più o meno quello che si disse di un’altra auto italiana, la Fiat Multipla. Quando arrivò, nel 1998, fu fatta a pezzi. Giornalisti, appassionati, pubblico, tutti d’accordo nel definirla un errore. Troppo strana, troppo fuori scala, troppo lontana da come ci si aspettava che fosse fatta un’automobile. Oggi quella stessa Multipla si studia nelle facoltà di design e una sua versione è finita nelle collezioni permanenti del MoMA di New York, citata come esempio di un progetto capace di rompere le regole.

La storia, su questo, è abbastanza testarda. L’innovazione raramente sembra bella appena nasce. Più spesso sembra sbagliata. Poi passa il tempo, e si scopre che era solo arrivata prima. È più o meno quello che sta succedendo alla Luce.

Per oltre settant’anni Ferrari ha costruito sé stessa attorno al motore a combustione. Non solo come fatto tecnico, ma come questione di identità. Il cofano lungo, le proporzioni spinte, le prese d’aria, il suono, le vibrazioni che ti arrivano addosso. Tutto nasceva da quell’oggetto meccanico che oggi non è più l’unica frontiera possibile.

In molti immaginavano che Maranello avrebbe fatto la cosa prudente, una vettura elettrica vestita da Ferrari di sempre. Vigna ha fatto l’opposto, e ha accettato una verità semplice. Quando cambia la tecnologia, cambia anche la lingua con cui la racconti. Per questo la Luce non prova a somigliare a una Ferrari del passato. Prova a immaginare che cosa possa essere una Ferrari del futuro.

Ma ridurre tutto a una questione di gusto vorrebbe dire mancare il punto. Quello che mette a disagio non è una linea o qualche centimetro di altezza. È un cambio di paradigma culturale, e i cambi di paradigma hanno un difetto fastidioso. Non si lasciano giudicare con il metro di ciò che vengono a sostituire. Per oltre settant’anni l’idea stessa di Ferrari ha coinciso con una serie di significati costruiti attorno alla combustione, il suono come firma, la vibrazione come prova di verità, il cofano lungo come promessa di potenza. Quella grammatica non diceva soltanto com’era fatta una Ferrari. Diceva che cosa avesse il diritto di chiamarsi così. La Luce non la infrange per caso. La riscrive.

E le vere rivoluzioni culturali passano quasi sempre da questa porta stretta, quella dell’incomprensione iniziale. Non perché chi guarda sia ottuso, ma per una ragione più umana, e cioè che davanti a qualcosa di nuovo abbiamo ancora in mano soltanto il vocabolario vecchio. Gli impressionisti vennero respinti dai Salon prima di insegnarci a guardare la luce. La musica di Schönberg suonò come fracasso a orecchie cresciute nella tonalità. Il cemento armato sembrò una brutalità a chi cercava la bellezza nelle colonne. Ogni volta la condanna del primo momento non misurava il valore dell’opera, ma la distanza tra l’opera e gli occhi di chi la stava guardando. Il rifiuto, insomma, non è la sentenza sull’innovazione. È il segnale che l’innovazione è arrivata sul serio.

Vista così, la reazione alla Luce dice il contrario di quello che sembra dire. Se l’avessero accolta tutti con un applauso immediato, avremmo dovuto preoccuparci, perché vorrebbe dire che non ha spostato niente, che ha solo confermato quello che già ci aspettavamo. Lo spaesamento, il senso di estraneità, perfino l’accusa di tradimento, sono il modo in cui il riconoscimento si presenta quando ancora non sa di esserlo. Una cultura non accetta mai il proprio cambiamento nel momento esatto in cui accade. Lo accetta dopo, guardandosi indietro, quando ormai il nuovo è diventato la normalità con cui giudicherà lo strappo successivo.

Del resto è già successo, e più di una volta. La Porsche 911 fu vista come una rottura rispetto alla 356. La Testarossa parve eccessiva. La Purosangue venne accusata di non essere una vera Ferrari. Oggi quelle polemiche fanno quasi tenerezza.

Con la Luce, probabilmente, finirà allo stesso modo. Perché il mercato, di solito, capisce il cambiamento prima dei commentatori. E nel caso di Ferrari quel mercato non è un”astrazione. Sono novantamila clienti che continuano a crescere quando il marchio osa, non quando si limita a conservare. Una casa che produce a numeri ridotti non insegue i volumi, costruisce desiderio. E il desiderio nasce dalla scommessa, non dalla ripetizione di sé stessi.

La Luce non è soltanto la prima Ferrari elettrica. È il momento in cui Ferrari ha smesso di chiedersi come proteggere il proprio passato e ha cominciato a progettare il proprio futuro. Se avrà avuto ragione, lo dirà il tempo. Una cosa, però, è già chiara. Le automobili che cambiano un paradigma vengono quasi sempre criticate il giorno in cui nascono. Quelle che non cambiano niente, invece, le dimentichiamo molto più in fretta.

Questa storia, poi, riguarda l’Italia più di quanto sembri. Perché la Multipla e la Luce non raccontano soltanto due automobili. Raccontano un Paese che produce regolarmente cose in anticipo sul proprio tempo e poi fatica a riconoscerle, che ha l’istinto del genio e il riflesso della diffidenza, che sa immaginare il futuro ma preferisce aspettare che siano gli altri a dirgli che aveva ragione. La nostra è una cultura che venera il passato al punto da trasformarlo, a volte, in un alibi per non rischiare il presente.

La lezione della Luce, allora, va oltre Maranello. Un Paese che ha fatto della bellezza la propria lingua madre non può permettersi di trattare l’innovazione come un tradimento. La tradizione che conta non è quella che si limita a conservare, ma quella che ha avuto il coraggio, ogni volta, di reinventarsi. Le cattedrali, il Rinascimento, il design del dopoguerra, non furono custodia del già noto. Furono scommesse. Una Ferrari che smette di fare rumore è anche questo, un promemoria. Che il modo migliore per onorare una grande storia non è ripeterla, ma avere il coraggio di scriverne il capitolo successivo prima che lo faccia qualcun altro.

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