Il nuovo Patto sull’immigrazione archivia l’era dell’emergenza permanente

Tra meno di due settimane, il 12 giugno, entra pienamente in vigore nei ventisette Stati dell’Unione europea il nuovo Patto su migrazione e asilo. Procedure accelerate alle frontiere, una banca dati comune, un meccanismo di solidarietà tra Stati, rimpatri più rapidi per chi non ha titolo a restare. C’è chi lo celebra come la fine dell’emergenza permanente e chi lo denuncia come la fine del diritto d’asilo: il giudizio dipenderà dall’attuazione, non dal testo. Ma una cosa il Patto la dice senza ambiguità, ed è quella che conta: dopo vent’anni di gestione emergenziale, l’Europa ammette che l’immigrazione va governata, non subita. È il punto da cui partire – e quello che il dibattito italiano, oscillante tra il «blocco navale» e le frontiere spalancate, continua a mancare.
Partiamo dai numeri, perché su questo tema più che su ogni altro la paura prospera dove mancano. Vivono regolarmente in Italia poco più di cinque milioni e mezzo di cittadini stranieri: il nove per cento della popolazione. Non sono un’emergenza, sono una struttura. Versano i contributi che reggono le pensioni di un Paese che invecchia e occupano i posti che la nostra demografia non copre più. Il fabbisogno di personale per la cura degli anziani supera i due milioni, e oltre un milione e mezzo di quelle figure può essere coperto solo da lavoratori stranieri. Senza di loro, agricoltura, edilizia, servizi alla persona e logistica si fermerebbero. Un Paese come il nostro non sceglie tra accogliere e non accogliere. Sceglie tra accogliere bene e accogliere male.
Ed è tutto qui. Un’accoglienza che non si governa non produce integrazione: produce paura. E la paura è il carburante del populismo. Quando le domande d’asilo – centocinquantamila nel solo 2024 – si trascinano per anni, quando chi non ha diritto a restare non parte e chi resta non viene messo nelle condizioni di integrarsi, il risultato non è una società più aperta: è una società più spaventata. E lo è soprattutto dove l’immigrazione si concentra – nelle periferie e nei quartieri popolari, non nei salotti del centro – dove la competizione per la casa popolare, per il posto all’asilo, per il pronto soccorso è reale e quotidiana. Liquidare quel disagio come razzismo è il modo più sicuro per consegnarlo a chi lo cavalca.
L’immigrazione non è un capitolo separato: tocca il welfare, la casa, la scuola, il lavoro. Prendiamo la scuola, dove circola lo slogan più tenace. Le ricerche internazionali – i dati Ocse-Pisa in testa – dicono una cosa più precisa: non è la presenza di alunni stranieri a determinare i risultati, ma la loro concentrazione. Dove la quota è equilibrata e accompagnata da un serio sostegno linguistico, i risultati tengono per tutti; dove nascono scuole-ghetto ad alta concentrazione di svantaggio, peggiorano per tutti, italiani compresi. Il nemico non è l’alunno straniero: è il ghetto. E un ghetto non si combatte chiudendo le frontiere, ma distribuendo e investendo nell’italiano. Vale per la scuola come per tutto il resto: gestita, l’immigrazione è una risorsa che funziona; abbandonata a se stessa, è una frattura che si allarga. Tutto si tiene, o niente regge.
Tra le due risposte abituali esiste una terza via, più scomoda da raccontare ma l’unica seria. Le porte aperte senza regole scaricano sui più poveri il costo di un principio che i benestanti non pagano mai. La fortezza assediata è un suicidio demografico travestito da fermezza. La via di mezzo ha un nome operativo: canali legali e programmabili di ingresso per lavoro – il decreto flussi, gli accordi bilaterali come quello con la Tunisia per dodicimila lavoratori – al posto della rotta dei trafficanti; procedure d’asilo rapide ed eque, che il nuovo Patto promette e che ora vanno fatte funzionare; rimpatri effettivi e dignitosi per chi non ha titolo a restare; e, per chi resta, un’integrazione vera, con obblighi reciproci: la lingua, la scuola dei figli, il lavoro regolare, un percorso di cittadinanza per chi rispetta il patto. Non per chiudere: per rendere difendibile l’apertura.
Resta la parte che nessun regolamento risolve. Per anni i riformisti hanno taciuto su sicurezza e disordine per non somigliare alla destra, e così hanno regalato ai populismi il monopolio di una paura legittima. La regola è semplice: prima «io ti vedo», poi «ecco dove andiamo». Riconoscere che un quartiere è cambiato, che l’insicurezza percepita è un fatto e non un pregiudizio da rieducare, non è cedere al razzismo: è la condizione per essere ascoltati. Un riformismo che si rifiuta di governare l’immigrazione perde anche quando ha ragione – e, perdendo, lascia campo libero proprio a chi quel razzismo lo trasforma in programma.
Il Patto che entra in vigore il 12 giugno è solo una cornice. Riempirla è un lavoro che si fa a casa, scuola per scuola, quartiere per quartiere. Governare l’immigrazione non è una concessione alla destra: è la condizione perché una società aperta resti aperta. Le società liberali non le chiudono gli stranieri che arrivano. Le chiude la paura di chi è già dentro, quando nessuno la governa.
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