L’Odissea di Nolan è un gran film d’azione, ma riduce Ulisse a un reduce malinconico

17 Luglio 2026 - 06:15
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L’Odissea di Nolan è un gran film d’azione, ma riduce Ulisse a un reduce malinconico

Christopher Nolan e Quentin Tarantino sono gli unici registi viventi capaci di trasformare l’uscita di un film in una guerra civile tra cinefili; Martin Scorsese e Steven Spielberg appartengono ormai alla categoria dei maestri venerati, intoccabili per definizione. Siccome Tarantino tergiversa sulla sua ultima opera, che dovrebbe essere anche la decima secondo un calcolo piuttosto creativo, rimane il povero Nolan a prendersi lodi e infamie social di chi ancora non ha visto il film.

La sua “Odissea” non fa eccezione e chi ha criticato a priori rimarrà deluso da unopera coinvolgente. Per mesi si è temuto che Lupita Nyong’o nei panni di Elena di Troia (o meglio, di Sparta) avrebbe messo alla prova la sospensione dell’incredulità al cinema. In due ore e cinquantadue minuti, invece, l’unico dettaglio davvero difficile da accettare è la calvizie del «biondo Menelao», con la calotta in silicone, visibile allo spettatore che aguzzerà la vista. Per il resto, il film mostra ciò che Nolan sa fare meglio: un ritmo incalzante, un montaggio essenziale e geniali trovate d’azione che trascinano lo spettatore senza lasciargli troppo tempo per chiedersi dove stia andando.

Qualcuno continuerà a stupirsi, perché considera ancora Nolan un autore di nicchia infiltrato nel grande cinema. Le strutture non lineari, i salti temporali e quella trottola di “Inception” che forse gira ancora sul tavolo hanno alimentato l’equivoco. Da anni, però, il regista molto inglese e un po’ americano è il più efficace confezionatore di blockbuster d’autore rimasto a Hollywood.

La complessità dei suoi film sta soprattutto nel modo in cui sono distribuite le informazioni. Era inevitabile che accadesse lo stesso nella trasposizione del poema che ha inventato il flashback, o l’analessi, per chi conserva ancora qualche ricordo delle lezioni liceali. I salti nel tempo sono brevi e giustificati dal progredire della narrazione. Nolan ha imparato la regola d’oro di Steven Spielberg, attuata da “Indiana Jones” a “Disclosure Day”: la suspense detta il ritmo, i personaggi sono sempre in pericolo (fisico o psicologico) e il racconto procede verso una serie di obiettivi chiarissimi da raggiungere prima che il tempo finisca.

La maestria di Nolan in questo film è aver reso credibile l’incredibile. In sala si avverte la claustrofobia dentro il cavallo di Troia; l’oscurità della grotta di Polifemo, l’incertezza della nave in tempesta. E le frecce scoccano con la violenza secca dei proiettili di Civil War. Questo realismo ottenuto grazie a un enorme sforzo produttivo e delle maestranze rende quasi superflua tutta la campagna promozionale che ci siamo dovuti sorbire sull’Imax e il formato 70mm.

La migliore recensione l’ha fatta un comico, Jon Stewart, il conduttore del “Daily Show”. Intervistando Nolan gli ha detto che “L’Odissea” sembrava un sequel di “Oppenheimer”. Un uomo ambizioso concepisce un’idea inaudita per vincere una guerra, ma la sua trovata infrangerà le regole rispettate da tutti fino a quel momento, portando l’umanità verso lidi sconosciuti. A Los Alamos era la bomba atomica; sotto le mura di Troia è un enorme cavallo di legno, il più subdolo tra i doni. Dopo la vittoria, l’entusiasmo svanisce e resta il senso di colpa di avere creato qualcosa che ha funzionato esattamente come previsto e proprio per questo ha prodotto conseguenze impossibili da governare. Una nuova era, incerta e senza dei. In ogni momento utile, ci viene detto in modo diretto e indiretto che per Odisseo, sapere è anche potere di vedere gli altri prendere la scelta sbagliata. Per colpa sua, ogni ospite non è più al sicuro.

Questo tema, ripetuto nei due film, è una domanda urlata al presente: cosa succederà all’umanità che sbeffeggia i riti condivisi? Rischierà di cadere nelle tenebre o rinascerà migliore? Se sì, quando? La differenza tra Oppenheimer e “L’Odissea” sta tutta nel finale, che non si può svelare perché è più simile a quello de “Il ritorno del Re” che a Omero e non sono passati ancora tremila anni.

Il problema, almeno per lo spettatore mediterraneo è il protagonista di questa narrazione: Matt Damon. Non tanto per la recitazione monocorde o l’inquietante somiglianza con Michael Ballack, centrocampista tedesco anche lui abbastanza perseguitato dagli dèi, seppure del calcio (perché il direttore del casting non ha pensato a Karl Urban, il protagonista di “The Boys”?). Il punto debole è che in questa versione, Odisseo sembra un reduce del Vietnam affetto da stress post traumatico: malinconico e taciturno in preda a una visione ricorrente.

Ma Odisseo è affascinante perché è una figura più ambigua e sfuggente. Cambia personalità a seconda di chi ha davanti, la parola è la sua arma più affilata con cui persuade e inganna. Ed è assetato di conoscenza per testare il suo multiforme ingegno. Non si fida mai del tutto dell’interlocutore, nemmeno quando è la moglie Penelope. Vuole tornare a Itaca per vivere una vita tranquilla, ma vuole anche che il mondo sappia chi è, cacciandosi nei guai. Per questo motivo, nel racconto epico, dopo aver detto a Polifemo che “Nessuno” lo ha accecato, poi rivela il suo nome. Nella versione di Nolan, invece, tutto questo scompare: la celebre battuta per ingannare il Ciclope e tutte le occasioni in cui possiamo vedere la sagacia di Ulisse. Solo in pochi frangenti, forse nella scena delle Sirene, emerge qualche traccia dell’Ulisse classico. Nel resto del tempo, Odisseo è saggio più per prudenza che per astuzia. Come se solo l’orrore visto in guerra gli avesse insegnato ad affrontare i pericoli.

Questa sarebbe la vera polemica da cavalcare per chi si è stancato dell’americanizzazione dell’Occidente. La complessità dell’eroe della civiltà mediterranea viene ridotta a un archetipo abusato nel cinema d’azione: il reduce costretto a scegliere la violenza per ristabilire l’ordine in attesa di concedersi un po’ di riposo. Da “Rambo”a “Il Gladiatore” è una formula che a Hollywood funziona, ciclicamente. Qui Ulisse porta con sé perfino una statuetta che ricorda quelle davanti alle quali Massimo Decimo Meridio pregava prima di entrare nell’arena.

Superato questo ostacolo, più ideologico che cinematografico, “L’Odissea” resta un film pieno di invenzioni che rimettono in circolo, con una piacevole licenza poetica, la forza del mito. I Lestrigoni diventano giganteschi soldati corazzati, lanciati all’inseguimento degli achei dentro una pineta, Circe contadina pseudo irlandese, i compagni di Ulisse fagocitano cibo come i genitori de la protagonista de “La città incantata” di Myazaki. E Travis Scott interpreta l’aedo Demodoco perché le barre del rap oggi passano di bocca in bocca come gli esametri della poesia orale. Il film è così coinvolgente da rendere tollerabili alcune grandi esclusioni (i Feaci e il segreto del talamo) e scelte eccentriche, ma non fastidiose, come Eumeo cieco, l’armatura di Agamennone che sembra un Darth Vader ricoperto da una 500 Abarth o l’idea che Elena e Clitemnestra siano gemelle: perché Menelao avrebbe dovuto vendicarsi del rapimento della più bella se non era l’unica a esserlo?.

Straordinario anche il lavoro di Nolan su personaggi che gli adattamenti precedenti lasciavano spesso ai margini. La Penelope di Anne Hathaway è triste, ma non rassegnata. Ama Odisseo, ma non vive soltanto in funzione del suo ritorno. Conosce le regole del gioco e tiene in scacco i pretendenti perché sa che Telemaco non sarebbe in grado di mantenere il trono. Finalmente il figlio di Ulisse, intrepretato da Tom Holland, non viene raccontato come un ingenuo adolescente, ma come un giovane ambizioso impaziente di uscire dall’ombra paterna, ma ancora privo dell’esperienza e dell’autorità necessarie.

Così come è piacevole vedere una versione tridimensionale di Antinoo, il più famoso tra i pretendenti di Penelope. Robert Pattinson, ormai perdonato dai critici per i tempi sciagurati di “Twilight”, interpreta con un certo compiacimento un personaggio malefico e codardo come Commodo, furbo come Odisseo, ma senza il suo coraggio. Il sospetto è che almeno esteticamente, Nolan abbia voluto omaggiare la spigolatura di Constantin Nepo, l’Antinoo dello sceneggiato del 1968. Un capolavoro di oltre sette ore, prodotto da Dino De Laurentiis per la Rai, con Bekim Fehmiu nei panni di Ulisse e Irene Papas in quelli di Penelope. Un gioiello da recuperare anche solo per una concezione del tempo della storia che su Netflix sarebbe illegale. Come quando Ulisse fa un intero pasto davanti ai Feaci: una scena da proiettare con il metodo Ludwig di “Arancia Meccanica” nei centri di riabilitazione per dipendenti da smartphone.

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