La nuova “guerra fredda” è in corso tra l’impero fossile di Trump e il primo elettrostato: la Cina

16 Luglio 2026 - 17:05
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La nuova “guerra fredda” è in corso tra l’impero fossile di Trump e il primo elettrostato: la Cina

La «connessione energetica» nella guerra tra Usa-Israele e Iran – così come l’operazione contro Maduro in Venezuela – è stata esplorata in un precedente intervento su queste pagine [1]. Riassumendo: la linea dell’amministrazione Trump – al di là delle sue incoerenze e della chiara influenza subita dal governo Netanyahu – ha l’obiettivo primario di rimanere dominante nel sistema energetico fossile. E per questo che l’amministrazione Trump attacca la transizione verso le rinnovabili, promuovendo una linea negazionista sul clima: nel nuovo ciclo tecnologico che porta alla transizione energetica è la Cina, considerato il principale avversario, a primeggiare.

I due paradossi di Hormuz

Quello che però è accaduto in questi mesi è che la soluzione militare (convenzionale) non ha a oggi ottenuto gli obiettivi strategici dichiarati. Nel corso del conflitto è stato utilizzato quasi la metà del (costosissimo) arsenale americano, per ricostruire il quale occorreranno diversi anni[1]. Di fatto, l’Iran appare sostanzialmente rafforzato: l’utilizzo dello stretto di Hormuz come arma geopolitica, non solo appare più efficace dell’improbabile e futuribile arma nucleare, ma mette in crisi un concetto base della globalizzazione come la conosciamo: la libertà assoluta di movimento per le merci. E, in specifico, quella delle fonti fossili, petrolio e gas liquefatto in primis.

Ancora non è chiaro se allo stretto di Hormuz verranno imposti pedaggi da parte di Iran e Oman: se ciò accadesse, la stessa cosa potrebbe essere applicata altrove. Chi controlla le rotte marittime controlla la circolazione delle merci, e dunque la globalizzazione. Così il ruolo americano ne esce quantomeno incrinato, e questo è un primo paradosso evidente. Peraltro, l’Iran ha inferto colpi alle infrastrutture fossili nel Paesi dell’area del Golfo, per cui ci vorranno mesi o anni per le riparazioni. La produzione di gas liquefatto in Qatar, che interessa anche l’Italia, è stata ridotta di quasi il 20% e, da quello che emerge, non arriverà nulla fino a settembre.

Dunque, la soluzione militare convenzionale a oggi è fallita. E, questo il secondo paradosso, la guerra e la conseguente crisi di Hormuz ha spinto ulteriormente gli investimenti nella transizione rinnovabile [2] e ne ha evidenziato il valore di sicurezza energetica. Tanto che persino il presidente di Confindustria in Italia se ne è reso conto, chiedendo al governo lo sblocco delle centinaia di progetti rinnovabili in attesa di autorizzazione.

I «perdenti» della globalizzazione

La globalizzazione dei mercati e della finanza ha avuto come motore principale gli Usa e un’ideologia neoliberista che ha creduto che la liberalizzazione dei mercati avrebbe in qualche modo «democratizzato» o «occidentalizzato» le altre aree del pianeta. Dario Fabbri, direttore di Domino, descrive questa ingenuità come la convinzione di americani e occidentali che anche altri Paesi volessero davvero occidentalizzarsi; e che la scoperta che questo non è vero sia stata, almeno negli Usa, uno shock. Ma, al di là delle interpretazioni di tipo «antropologico», alla base del movimento Maga c’era la richiesta (peraltro non nuova) di smettere di finanziare guerre e pretendere di essere i «guardiani del mondo» e di occuparsi invece di tornare grandi e investire risorse negli Usa.

La globalizzazione, spostando masse di investimenti in altre aree del pianeta perché più redditizi, ha creato enormi sacche di povertà sia negli Usa che nel Regno Unito. Meno in un’Europa dove il welfare, pur in declino, ha però retto almeno finora. In questo senso, l’elezione di Trump è stata una reazione come, per altri versi, lo è stata la Brexit: pur essendo entrambe basate su falsità, hanno incrociato un forte malessere e paure di strati importanti della popolazione.

Se si guarda alla produzione di Pil negli Usa si vede come le aree più ricche corrispondano a quelle dove elettoralmente i Democratici sono più forti, mentre le aree più povere sono tutte repubblicane, anche se nel 2024 con qualche differenza rispetto all’elezione del 2016 [3].

In sostanza ci sono «due Americhe» sempre più polarizzate; e, con la seconda presidenza Trump, si registra anche una netta riduzione della libertà di espressione [4].

I «perdenti occidentali» della globalizzazione, dunque, sono stati la base elettorale che ha fatto vincere Trump, con tutto l’armamentario razzista, sessista e suprematista che l’ha accompagnato. Salvo poi veder tradire la promessa di non investire più in nuove guerre: del resto, «un impero non può dimettersi da sé stesso» (Dario Fabbri).

Geopolitica del (petro)dollaro

Fallita l’opzione militare convenzionale, tradita la base Maga e in difficoltà crescenti con l’economia (anche) per la nuova situazione a oggi irrisolta dello Stretto di Hormuz, cosa dobbiamo aspettarci (a parte, un possibile esito sfavorevole a Trump alle elezioni di mid-term)? La visita di Trump in Cina dello scorso maggio ha mostrato come i rapporti tra Cina e Stati Uniti siano cambiati, se non quasi capovolti. Per una ragione semplice: con tutti i punti critici che esistono in Cina (sovrapproduzione, questione demografica, fragilità del mercato interno) gli Usa non possono fare a meno del gigante asiatico.

Se, con la creazione (ancora allo stadio embrionale) dei Brics [5], è stata apertamente posta la questione di iniziare a sganciare le economie emergenti dalle transazioni in dollari e se già oggi alcune transazioni sono trattate in Remimbi (come tra Cina e Russia), il dollaro rimane tuttora al centro del sistema finanziario.

Ma una certa de-dollarizzazione dell’economia globale è già in corso. Già lo scorso gennaio, Guglielmo Forges Davanzati sottolineava il rischio di dover «difendere con le armi» il predominio del dollaro, che ha visto calare il suo ruolo nelle riserve monetarie da oltre il 75% del 2001 al 57,8% del 2024:

«La de-dollarizzazione procede di pari passo con il declino relativo dell’economia Usa. Dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi, il peso del Pil americano su quello globale si è, infatti, significativamente contratto: era circa pari al 40% nel 1945, è pari al 25% a fine 2025. Il tasso di crescita dell’economia Usa è passato da un valore medio del 4,5% del periodo 1950-1970 al più contenuto 2,3% dell’ultimo ventennio. Questo esito è in larga misura dipendente dall’elevata crescita economica cinese e, sul piano monetario, è da questa (e dall’ascesa dei Brics) che gli analisti fanno discendere il peso sempre relativamente minore della valuta statunitense negli scambi internazionali». [6]

Va ricordato che, dopo la cessazione della convertibilità in oro decisa da Nixon nel 1971, l’accordo nel 1974, un anno dopo la prima crisi energetica, con l’Arabia Saudita di fare le transazioni in dollari aveva di fatto ancorato la valuta americana all’economia del petrolio: il «petrodollaro». La stessa valuta dell’Arabia Saudita è strettamente legata al dollaro. Questo ruolo della moneta americana ha consentito di finanziare il debito pubblico a tassi finora relativamente bassi; ma quest’epoca sembra poter declinare [7]. Il debito Usa è esploso a quasi 40 mila miliardi di dollari con circa 1200 miliardi all’anno di interessi sul debito. La quota di debito americano detenuta dalla Cina si è dimezzata dal 2013, fino a circa 651 miliardi di dollari, mentre le riserve cinesi in valuta americana sono ancora consistenti, circa 3400 miliardi.

Il vero rischio della situazione attuale – come ha evidenziato l’economista Alessandro Volpi in un commento sulla sua pagina FB – è proprio questo: la difficile tenuta del dollaro come valuta di riferimento, per ragioni (anche) economiche, bilancia dei pagamenti, dipendenza dall’estero per diverse materie prime strategiche, indebolimento del ruolo dopo il fiasco militare. A parziale rafforzamento del ruolo del dollaro, commenta sempre Volpi sulla sua pagina FB, si registra l’esplosione delle stable coins, particolari criptovalute ancorate al dollaro, che hanno registrato tassi di incremento fortissimo in questi ultimi anni. Così come, ad esempio, la finanziarizzazione delle (futuribili) tecnologie nucleari va anch’essa nella direzione di «sostenere» la bolla finanziaria [8].

Bolla finanziaria e rischi di stabilità internazionale

In tutto questo, infatti, la Borsa di Wall Street è ampiamente «drogata» da una bolla finanziaria legata oggi soprattutto all’Intelligenza Artificiale. La corsa verso l’IA generativa – diversamente dalla strategia cinese, molto più concreta alla ricerca di applicazioni operative a breve – sta assorbendo notevolissime risorse finanziare, generando utili minimi, ma l’aspettativa tiene alto il valore delle Big Tech. Secondo molti osservatori, questa bolla è destinata a scoppiare con conseguenze importanti. Così sintetizza sulla sua pagina FB l’economista Volpi:

«In estrema sintesi, gli Stati Uniti hanno giganteschi debiti, dipendono in maniera determinante dai prestiti fatti dai risparmiatori e dagli investitori mondiali, non possono più stampare nuovi dollari per coprire il debito e producono sempre meno. Per questo il dollaro sta perdendo terreno. A fronte di ciò registrano una gigantesca bolla finanziaria, sganciata dalla realtà e sorretta, di nuovo, dal trasferimento dei risparmi globali verso i titoli Usa in larga misura per la mediazione decisiva dei grandi gestori, a cominciare da BlackRock».

Se, dunque, l’opzione militare convenzionale si rivela una ulteriore inconcludente e sanguinosa distruzione e se il declino dell’egemonia (anche monetaria) americana può accelerare per «cause oggettive», l’emergere di un nuovo assetto globale passerà per un conflitto che utilizzi armi nucleari? Se questa opzione appare poco probabile, non è, purtroppo, del tutto impossibile.

Un nuovo ordine globale senza una guerra mondiale?

Quali siano le possibili vie d’uscita, non è semplice da dire. E, data l’imprevedibilità delle decisioni dell’amministrazione Trump, siamo anche di fronte a una difficoltà di lettura. Sembra di aver a che fare con una sorta di «impazzimento» legato alla consapevolezza che, in un mondo in forte evoluzione, il ruolo degli Usa viene, di fatto, progressivamente ridimensionato.

In questa dinamica, cruciale è il rapporto con la Cina. C’è una sostanziale nuova «guerra fredda»[9] tra l’impero fossile rappresentato da Trump e il gigante asiatico che vuole diventare un primo «elettro-stato» che punta sulle rinnovabili e la transizione energetica. Ma al momento, e credo ancora per diverso tempo, la Cina non può fare a meno di un qualche appeasement con gli Usa. Se sono finiti i tempi della relazione Cina-Usa come il G2 – dell’epoca Obama – né la Cina né gli Usa sembrano poter fare a meno gli uni degli altri, pena un’instabilità pericolosissima, instabilità che il governo cinese non vuole, pena contraccolpi interni.

Un secondo aspetto, auspicabile, è che esiste una base oggettiva che renderebbe necessario un (nuovo?) multilateralismo, ed è la necessità per tutti di combattere la crisi climatica. Trump è ovviamente fuori da questa prospettiva, ma non lo sono, ad esempio, due delle più forti economie statunitensi, la democratica California e il repubblicano Texas, entrambe impegnate nella transizione energetica, con il Texas in testa. Va ricordato che una politica lungimirante dell’amministrazione Biden-sussidiare le produzioni verdi negli Usa per tornare a produrre persino i pannelli solari – è ricaduta (soprattutto) negli Stati repubblicani.

Dunque, anche per mero interesse economico e industriale, è forse possibile ancora riprendere il filo della transizione energetica negli Usa in un auspicabile post-Trump.

La transizione è mirata a ridurre, in prospettiva, il mercato dell’economia fossile e dunque solo un’azione concordata tra le grandi aree del pianeta può consentirlo. È necessario, cioè, tornare in qualche modo allo spirito dell’Accordo di Parigi del 2015.

Questa è la direzione per i movimenti ecopacifisti: battersi per la transizione delle rinnovabili, anche a livello nazionale e locale, non solo è un’azione per combattere la crisi climatica ma è anche battersi per ridurre il rischio di guerre. Chi, invece, ostacola la transizione è oggettivamente dalla parte dei signori delle fossili, da Trump fino agli interessi petroliferi di casa nostra. E delle guerre per il controllo delle aree di produzione.

In un quadro internazionale di conflitto permanente, la lotta alla crisi climatica diventa difficilissima: per questa ragione, le politiche che servono alla pace (o anche solo a evitare una possibile guerra nucleare) sono la base per poter avere anche politiche per combattere la crisi climatica. L’Europa, come timidamente forse ha iniziato a fare, deve rompere la logica della terza guerra mondiale, e promuovere un dialogo – per quanto complicato – con la Cina (e con l’India come sta già facendo).  Anche se su molti versanti il continente europeo è in declino relativo – industriale e tecnico-scientifico – come ha notato Francesco Sylos Labini [10], è anche vero che su diversi settori delle tecnologie necessarie alla transizione verde l’Europa, non solo produce per il mercato interno, ma è anche esportatrice di tecnologie [11].

Un futuro possibile – un orizzonte su cui ricostruire un nuovo multilateralismo – sarà solo nella transizione e lotta alla crisi climatica, nella quale alla fine siamo tutti coinvolti. Da questo punto di vista, va ribadito, Trump e Putin rimangono due facce della stessa medaglia. Fossile.

Questo articolo è stato pubblicato su Ahida col titolo Le guerre fossili, la geopolitica del dollaro e la transizione energetica

Note

1 G. Onufrio, Le guerre per il petrolio e la transizione energetica, ahida, 20 aprile 2026. https://www.ahidaonline.com/post/dossier-italialeguerreperilpetrolioelanuovatransizioneenergetica

2 M.F. Cancian, C.H. Park, Rebuilding U.S. Missile Inventory: A Multiyear Project, may 27, 2026 https://www.csis.org/analysis/rebuilding-us-missile-inventory-multiyear-project

3 H. Zaremba, Clean Energy Investment Hits $2.2 Trillion, Nearly Double Fossil Fuels. OilPrice.com, June 17, 2026. https://oilprice.com/Energy/Energy-General/Clean-Energy-Investment-Hits-22-Trillion-Nearly-Double-Fossil-Fuels.html

4 M. Muro and S. Methkupally, Trump again won counties representing a minority share of national GDP, but with notable gains. December 19, 2024. https://www.brookings.edu/articles/trump-again-won-counties-representing-a-minority-share-of-national-gdp-but-with-notable-gains/

5 Matteo Villa di Aspi ha pubblicato su X un grafico per rappresentare questi aspetti. https://x.com/emmevilla/status/2073307450816503946?s=20

6 BRICS: originariamente Brasile, Russia India Cina e SudAfrica. Cui si sono andati aggiungendo Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran e Arabia Saudita.

7 G. Forges Davanzati, Quelle relazioni tra l’imperialismo e la fuga dal dollaro, Domani, 7 gennaio 2026.

8 G. Gagliano, Il petrodollaro, pilastro invisibile della potenza USA. Notizie Geopolitiche, 18 marzo 2026. https://www.notiziegeopolitiche.net/il-petrodollaro-pilastro-invisibile-della-potenza-usa/

9 A. Volpi, Il nucleare diventa il terminale di destinazione del risparmio globale. Per far reggere la bolla. Altreconomia, 28 maggio 2026.  https://altreconomia.it/il-nucleare-diventa-il-terminale-di-destinazione-del-risparmio-globale-per-far-reggere-la-bolla/10 F. Sylos Labini, La nuova guerra fredda tra Stato fossile e Stato elettrico, Fuori Collana.it, 29 giugno 2026.

[10] F. Sylos Labini, Tecnologie, ora l’Europa è segnata dal tramonto. Il Fatto Quotidiano, 29 giugno 2026.

[11] Ember, A clean break: leaving fossil volatility for clean tech security, 10 June 2026. https://ember-energy.org/app/uploads/2026/06/Report-A-clean-break-leaving-fossil-volatility-for-clean-tech-security.pdf

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