Altro che Nimby contro le pale eoliche a Orvieto, la crisi climatica prosciuga i laghi dell’Umbria

16 Luglio 2026 - 17:05
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Altro che Nimby contro le pale eoliche a Orvieto, la crisi climatica prosciuga i laghi dell’Umbria

Nei giorni scorsi ha avuto grande risonanza – a partire dalle pagine del Corriere della Sera – un appello a Greenpeace, Legambiente e Wwf da parte di molte altisonanti firme che contrappongono il necessario sviluppo delle fonti rinnovabili sui territori (e non solo sui tetti) italiani alla “difesa” dei beni culturali (molti già mangiati dall’inquinamento) e di un paesaggio plasmato nei secoli dalla mano dell’uomo e già piagato da cemento, infrastrutture fossili e non ultimo dai crescenti eventi meteo estremi foraggiati dalla crisi climatica in corso. Crisi climatica che proprio le rinnovabili possono mitigare, in quanto causata dall’impiego di combustibili fossili.

Il progetto preso di mira per esemplificare la presunta aggressione delle rinnovabili al paesaggio storico-ambientale della nazione è in primo luogo quello eolico “Phobos”, costituito da 7 aerogeneratori – di cui 3 nel territorio del comune di Castel Giorgio e 4 nel territorio del comune di Orvieto –, che sfigurerebbero il celeberrimo Duomo, e di cui impazzano in rete rendering farlocchi.

La direttora di Greenpeace e i presidenti di Legambiente e Wwf hanno già risposto nel merito all’appello, ma oggi a sottolineare l’assurdità del dibattito in corso sono arrivati i nuovi dati della Goletta dei laghi, la storica campagna del Cigno verde che da anni analizza la qualità degli specchi d’acqua lacustri che punteggiano lo Stivale. Non solo i dati: nella conferenza stampa di questa mattina a Perugia, è stato presentato il primo “Bilancio Idrico Regionale": messo a punto dall’Università degli Studi di Perugia nell’ambito del progetto europeo Gov4Water. Si tratta di uno strumento inedito per il territorio che analizza i flussi idrici disponibili e i reali consumi. 

Sebbene fin dall'inizio degli anni '90 la Regione Umbria avesse infatti introdotto nella propria normativa strumenti di pianificazione quantitativa per valutare il rapporto tra disponibilità e prelievi, finora non era mai stato predisposto e mantenuto un vero bilancio idrico regionale completo e aggiornato. Lo strumento, redatto e illustrato oggi dai professori Renato Morbidelli e Alessia Flammini, colma questo vuoto offrendo una base analitica oggettiva e indispensabile per qualsiasi piano strategico futuro volto a regolamentare i tre principali consumi (civile/idropotabile, industriale e agricolo). Mettendo a sistema l'effettiva risorsa generata dalle piogge (Net Freshwater), i volumi d'acqua prelevati (Water Use) e il conseguente residuo, offre un efficace sistema di monitoraggio che evidenzia come i cambiamenti climatici stiano già impattando sulle essenziali risorse idriche regionali. 

«I dati e le informazioni presentate stamattina raccontano una volta di più che il nostro bene più prezioso, quello che fa verde il Cuore verde d’Italia, è sottoposto a stress sempre maggiori per via dei cambiamenti climatici e delle attività antropiche – spiega Maurizio Zara, presidente di Legambiente Umbria – La prima cosa da fare è monitorare con attenzione per avere un quadro preciso di quello che abbiamo, il secondo passo, su cui sollecitiamo le istituzioni pubbliche e le comunità, è la pianificazione con metodo e scienza di azioni mirate a proteggere quantità e qualità delle nostre acque».

Ed è proprio partendo da questa mappatura scientifica dei flussi che diventa possibile conoscere e affrontare la crisi climatica e la pressione antropica che sta colpendo i laghi dell'Umbria, come dimostrano anche le alterazioni chimico-fisiche nel medio e lungo periodo, caratterizzate dal progressivo aumento della temperatura dell’acqua, livelli idrici instabili, alterazioni negli equilibri ecosistemici, combinati con una gestione inefficiente, prelievi irrigui poco controllati, scarichi non depurati e inquinamento agricolo, insediamento di specie aliene invasive. Uno scenario che dimostra come l'adattamento sia ormai un’urgenza. 

Ne è un emblema il lago Trasimeno, individuato dal nuovo report “Laghi sotto pressione” di Legambiente, come tra i bacini lacustri più a rischio: nel 2025 si è verificato un abbassamento di circa 160 cm rispetto allo zero idrometrico, limitando la navigazione dei battelli e, nello stesso anno, la sua temperatura superficiale media è stata di 0,79°C superiore alla media del periodo di riferimento 1995–2020 (dati Copernicus). Privo di emissari naturali e colpito da un calo costante delle piogge a livello regionale, il lago soffre per l'evaporazione, l'accumulo di sali e gravi fenomeni di eutrofizzazione esasperati da depuratori obsoleti. Per superare la logica dell'emergenza e salvare il bacino, Legambiente chiede di applicare gli strumenti del Piano del Parco e una gestione ecosistemica basata su interventi strutturali: il ripristino del Centro Studi di Isola Polvese come polo internazionale di monitoraggio; maggiori controlli su prelievi idrici e dragaggi invasivi, introducendo una navigazione elettrica a basso pescaggio; la transizione agricola per eliminare le colture idroesigenti; l'uso di Nature-Based Solutions per tutelare le sponde e un upgrade straordinario dei depuratori per filtrare microplastiche e PFAS. Diventa inoltre prioritario trasformare le acque reflue urbane depurate in tributari costanti per compensare le perdite estive e regolare gli apporti della diga di Montedoglio non più come soccorso d'emergenza, ma tramite un protocollo vincolato a rigidi parametri ecologici.

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