Caccia: come cambiano le regole con il nuovo DDL

16 Luglio 2026 - 12:50
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Caccia: come cambiano le regole con il nuovo DDL
Dopo aver affrontato il tema più controverso del nuovo DDL sulla caccia presentato dal governo e atteso all'esame della Camera, concentrandoci in particolare sulla riclassificazione di tutta l'attività venatoria come strumento per la regolazione della biodiversità, torniamo a esaminare il testo con l'aiuto degli esperti. Insieme a Domenico Aiello del WWF e Antonino Morabito di Legambiente, abbiamo isolato altri dieci aspetti fortemente contestati della proposta di legge.. Non è solo una legge sulla caccia. Il primo punto da chiarire è che il DDL caccia non si limita a modificare qualche regola tecnica su calendari, specie o modalità venatorie. Secondo Aiello, è piuttosto il punto di arrivo di una serie di interventi cominciati all'inizio della legislatura, tutti orientati nella stessa direzione: spostare il baricentro della legge 157 dalla protezione della fauna alla sua gestione, aprendo più spazi all'attività venatoria. «Questo DDL non nasce dal nulla», dice Aiello, «ma è figlio di una serie di misure che sono state adottate sin dall'avvio di questa legislatura». Il risultato, secondo il WWF, è una riforma che non interviene soltanto su aspetti tecnici, ma anche su questioni di principio: il rapporto tra caccia e tutela della natura, il peso della scienza nelle decisioni pubbliche, il ruolo delle aree protette e l'idea stessa di fauna selvatica come bene comune.. La legge non era "vecchia e immobile". Uno degli argomenti usati più spesso a favore del DDL è che la legge 157, approvata nel 1992, avrebbe ormai più di trent'anni e andrebbe quindi svecchiata. È vero che la legge quadro sulla caccia e sulla fauna selvatica risale al 1992, ma secondo Aiello e Morabito è fuorviante raccontarla come una norma rimasta immobile da allora. Aiello sottolinea che «solo in questa legislatura è stata cambiata con otto diversi provvedimenti di legge», compresi decreti legge e leggi di bilancio:«Considerando tutte le modifiche intervenute dal '92 ad oggi, un quarto di queste sono state introdotte solo negli ultimi tre anni». Morabito è ancora più netto: «Dal '92 a oggi questa legge ha avuto almeno 70 modifiche, quindi non è una legge che era ferma a 34 anni fa». Il problema non è quindi aggiornare una norma rimasta congelata nel tempo, ma capire in quale direzione la si vuole aggiornare.. Il ruolo ridimensionato della scienza. Uno dei passaggi più contestati riguarda il ruolo di ISPRA, l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, cioè il principale riferimento tecnico-scientifico dello Stato su questi temi. Secondo Aiello, il DDL riduce il peso del parere scientifico in una questione centrale: l'elenco delle specie cacciabili. «Si elimina la necessità di ascoltare il parere ISPRA per modificare l'elenco delle specie cacciabili», dice Aiello. Oggi, spiega, per ampliare quell'elenco serve un passaggio tecnico; con la riforma, invece, la decisione potrebbe diventare esclusivamente politica. Il rischio, nella sua lettura, è evidente: «Se, paradossalmente, a una maggioranza stesse antipatico, ad esempio, il cigno reale, lo potrebbe rendere cacciabile la specie senza alcun tipo di avallo o di consultazione scientifica». A questo si aggiunge il depotenziamento del parere di ISPRA, da vincolante a consultivo, rispetto alla decisione sull'estensione dei termini della stagione venatoria.. Aumentano le specie cacciabili. Il tema del parere ISPRA si lega direttamente a quello delle nuove specie cacciabili. Aiello cita due specie che entrerebbero nel perimetro della caccia, l'oca selvatica e il piccione di città, ricordando che in una versione precedente del testo era comparso anche un altro animale: «Ci sono queste due nuove specie cacciabili, ma prima c'era anche lo stambecco: per fortuna siamo riusciti a evitarlo». Il punto, però, non è soltanto quali specie vengano aggiunte oggi ma il meccanismo con cui l'elenco potrebbe essere modificato domani. Se il parere scientifico viene indebolito o addirittura cancellato, e diventa più facile allargare l'elenco delle specie cacciabili, la domanda è: chi decide quali animali possono essere cacciati, e soprattutto sulla base di quali criteri?. Overtourism venatorio. Un altro punto contestato riguarda l'apertura ai cacciatori stranieri. Secondo Aiello, il DDL prevede un meccanismo di riconoscimento delle licenze di caccia ottenute in altri Paesi, non soltanto dell'Unione Europea ma anche dello Spazio economico europeo. Questo significherebbe, nella sua lettura, rendere più facile venire a cacciare in Italia senza necessità di sostenere un esame che attesti la conoscenza della normativa italiana. «Questi soggetti automaticamente saranno abilitati a cacciare in Italia» dice Aiello, e potranno arrivare «dalla Bulgaria, dalla Scozia, dalla Spagna, senza conoscere la legge italiana, la lingua italiana, i divieti in vigore sul nostro territorio». Il rischio non è solo pratico, comportando un aumento della pressione venatoria sulla fauna e dei rischi per la sicurezza pubblica, ma riguarda anche uno dei principi storici della legge 157: il legame tra cacciatore e territorio. Se chi caccia è legato a un ambito territoriale preciso, ha almeno un incentivo a non impoverirlo troppo. Se invece la caccia diventa molto più mobile e aperta al turismo venatorio, questo legame viene meno.. Il business della caccia privata. Per Aiello, il DDL non va letto soltanto come una riforma nata dal mondo venatorio tradizionale. Dietro ci sarebbe anche un interesse economico più ampio: «Questo DDL, in realtà, non nasce dal mondo venatorio ma da quello agricolo, pur non avendo nulla a che fare con i danni all'agricoltura», dice, citando in particolare le realtà che promuovono la caccia privata. Il ragionamento è semplice: se una persona deve pagare per cacciare in un'area privata, quella caccia deve diventare attraente. E per renderla tale, secondo Aiello, servono più specie, più occasioni e meno vincoli. «Il prodotto che vendi è la fauna selvatica» dice «e per venderlo devi renderlo allettante per il consumatore. E per farlo devi ridurre le tutele». In questa prospettiva, la caccia rischierebbe di trasformarsi sempre meno in "caccia sociale", accessibile e regolata sul territorio, e sempre più in un'attività privata ed elitaria.. La crudeltà dei richiami vivi. Tra i temi più concreti e più cruenti c'è quello dei richiami vivi: uccelli tenuti in gabbia e usati per attirare i loro simili verso i cacciatori. Aiello li descrive così: «Questi uccelli vengono in delle gabbiette grandi più o meno quanto loro, per tutta la vita». Vengono anche sottoposti a pratiche pensate per alterarne il comportamento: per esempio tenerli al buio per mesi, in modo che, una volta riportati alla luce, cantino come se fosse primavera. Il problema non riguarda soltanto il benessere degli animali, ma anche l'illegalità. «Nella sola Lombardia ci sono centinaia di migliaia di richiami vivi autorizzati, a cui se ne aggiungono altrettanti illegali», dice Aiello. E aggiunge: «Il traffico illecito di richiami vivi è uno dei più allettanti per le organizzazioni criminali in Italia». Morabito insiste su un altro aspetto: molte specie usate come richiami non si riproducono facilmente in cattività. Per questo, dice, «li raccattano in natura perché in cattività non nascono, o nascono in numeri ridicoli rispetto alla domanda». Se il DDL allarga le possibilità sui richiami vivi "d'allevamento", secondo Legambiente il rischio è incentivare proprio le catture illegali in natura.. Appostamenti fissi e inquinamento da piombo. Collegato ai richiami vivi c'è il tema degli appostamenti fissi, cioè i capanni usati per la caccia da appostamento. Secondo Aiello, oggi il loro numero è definito, mentre il DDL aprirebbe alla possibilità di costruirne di nuovi in numero molto più ampio: «Potranno essere costruiti in numero illimitato». Per il WWF non è solo una questione di "più capanni". Un appostamento fisso è un pezzo di territorio sottratto stabilmente alla natura e destinato alla caccia. Inoltre, dice Aiello, «attorno a un appostamento fisso di caccia aumenta in maniera incredibile l'inquinamento da piombo», perché in quelle aree si concentrano nel tempo migliaia di pallini sparati ogni anno.. La braccata sulla neve. Un altro punto molto contestato è la possibilità di cacciare in braccata anche su terreni innevati. La braccata è una tecnica usata soprattutto per animali come cinghiali e cervi: una squadra di cacciatori con i cani spinge gli animali verso altri cacciatori appostati, che sparano. Per Aiello è «una delle tecniche di caccia più devastanti», anche perché i cani non disturbano soltanto la specie bersaglio. «Il problema è che i cani non "spingono" solo i cinghiali» dice «ma tutta la fauna che si trova lì, che viene disturbata pesantemente». Sulla neve, secondo Aiello, il problema peggiora: gli animali sono già in una situazione critica, consumano più energia e hanno meno possibilità di rifugiarsi. «Immagina decine di cani che corrono in mezzo alla neve, mentre tu cerchi di ripararti, sei esausto». C'è poi un tema di sicurezza pubblica: «La braccata è la tecnica di caccia che ogni anno produce più vittime, sia feriti sia morti le condizioni avverse causate dalla presenza di neve aumentano i rischi».. Aree protette e bracconaggio. Infine ci sono due questioni che, secondo le associazioni, mostrano bene la direzione complessiva del DDL: aree protette e illegalità. Sul primo punto Aiello sostiene che il testo rischi di trattare le aree protette non come una ricchezza, ma come un ostacolo alla caccia. «Per rendere appunto allettante la caccia in Italia bisogna eliminare quello che è ritenuto un problema, cioè le aree protette», dice. E aggiunge che il limite del 30% di territorio protetto rischia di essere interpretato come un tetto massimo: «Questo limite del 30 per cento diventa un limite insuperabile, come se fosse un problema se ci sono troppe aree protette». L'altro grande nodo è quello delle sanzioni. Se davvero si voleva aggiornare la legge, dice Morabito, il punto più urgente sarebbe stato rafforzare la risposta contro bracconaggio, uccisione di specie protette e traffici illegali. «Le uniche vere modifiche che chiediamo da tempo [...] riguardano le sanzioni», dice. Invece, aggiunge, «siamo ancora fermi alle piccole contravvenzioni». Aiello arriva a una conclusione simile: «Registriamo un aumento solo sulla carta e non per come ci impone di fare l'UE, di qualche sanzione e la riduzione di altre, come quelle per chi caccia illegalmente nei parchi nazionali. Dall'altra parte non si investe neanche un euro nel rafforzamento della vigilanza». Per questo, nella lettura di WWF e Legambiente, il DDL non risolverebbe il problema dell'illegalità venatoria: rischierebbe semmai di lasciarlo quasi intatto, mentre allarga spazi e occasioni per cacciare..

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