La nuova sfida della medicina è prevenire la malattia prima che presenti il conto

30 Settembre 2026 - 10:30
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La nuova sfida della medicina è prevenire la malattia prima che presenti il conto

Eli Lilly

Per decenni la medicina ha aspettato che la malattia si facesse vedere. A quel punto cominciava il lavoro per diagnosticarla, capire come affrontarla, fino a trovare la terapia più efficace. Ora una parte dell’industria farmaceutica prova a giocare d’anticipo, spostando il confine dell’intervento verso il momento in cui la malattia non c’è ancora, o non ha ancora prodotto le sue conseguenze.

Il tempo in certi casi non è una variabile neutra. Uno scarto temporale può fare tutta la differenza del mondo. Perché cambia il significato della diagnosi e cambia il modo in cui si misura il successo di una terapia. Di conseguenza cambia il mestiere di chi quelle terapie le sviluppa: una casa farmaceutica che vuole occuparsi di prevenzione deve essere interessata non soltanto a curare una persona malata, ma a fare in modo che quella persona arrivi alla cura abbastanza presto da evitare, o almeno ritardare, gli effetti della malattia.

È una trasformazione che Lilly, la più grande azienda farmaceutica al mondo, sta mettendo al centro della propria strategia. A luglio l’Economist ha raccontato l’ambizione del Ceo Dave Ricks di trasformare l’azienda in «un diverso tipo di casa farmaceutica», più concentrata sul mantenere le persone in salute che sul semplice trattamento delle malattie. La scommessa parte dai nuovi farmaci per l’obesità e arriva alla prevenzione. Ma coinvolge anche il rapporto con i pazienti, l’uso dei dati e della tecnologia e, più in generale, l’organizzazione dell’assistenza.

Per arrivare prima, la medicina avrebbe bisogno di un ecosistema sanitario capace di seguirne il ritmo. Sapere che una persona è a rischio non serve se quella persona non viene intercettata. E una diagnosi precoce perde gran parte del suo valore se poi non c’è un percorso di presa in carico. Lo stesso vale per le terapie: tra l’autorizzazione e il momento in cui arrivano al paziente possono passare mesi, a volte anni.

È qui che la trasformazione dell’industria incontra quella, molto più lenta, dei sistemi sanitari. Anticipare la malattia significa infatti cambiare anche il modo in cui si organizza e si finanzia la sanità.

Proprio dalla necessità di mettere a sistema tutti i pezzi nasce lo State of Health – The Milan Dialogue, promosso da Lilly in occasione dell’Annual Meeting EASD 2026. All’incontro hanno partecipato Antonio Tajani, Vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, già Presidente del Consiglio, la Professoressa Chantal Mathieu, Chair dell’European Diabetes Forum (EUDF), il Professor Francesco Giorgino, Presidente della European Association for the Study of Diabetes (EASD) e il Professore di Endocrinologia presso l’Università di Bari, Tadej Battelino, Regional Chair di IDF Europe.

Istituzioni, clinici, scienziati, associazioni di pazienti ed esperti di economia sanitaria si sono confrontati sul futuro della salute cardiometabolica in Europa, partendo da una domanda precisa: se la medicina ha imparato a intervenire prima, i sistemi sanitari europei sono in grado di fare altrettanto?

«Prevenire le patologie cardiometaboliche su larga scala è oggi possibile e l’Europa non può permettersi di restare ferma», ha detto nel corso della serata Dave Ricks, Chair e Ceo di Lilly. «Sul fronte della prevenzione, l’Europa può contare su un vantaggio ancora poco sfruttato: sistemi sanitari in grado di adottare rapidamente e su larga scala interventi di comprovata efficacia. È quindi necessario riequilibrare priorità e risorse. Destinare alla prevenzione appena tre centesimi per ogni euro speso in sanità non è sufficiente, mentre i nostri sistemi sono ancora prevalentemente orientati alla gestione dell’assistenza acuta e in presenza, piuttosto che alla tutela continuativa della salute su larga scala. Il confronto di questa sera rappresenta un punto di partenza, non un punto di arrivo».

Il progresso scientifico, almeno in alcuni ambiti, ha già cambiato il modo di guardare alla malattia. Nel diabete di tipo 2, per esempio, non ci si limita a riportare un singolo valore dentro un intervallo considerato sicuro. La strategia clinica si è spostata verso la protezione complessiva dell’organismo, intervenendo presto e contemporaneamente su glicemia, peso, pressione e lipidi. Il problema è che l’organizzazione delle cure non sempre ha seguito lo stesso percorso.

Una meta-analisi che raccoglie 63 studi e oltre 1,6 milioni di persone con diabete di tipo 2 mostra che il quarantaquattro per cento raggiunge il target glicemico, il quarantuno per cento quello pressorio e il quarantasette per cento quello lipidico. Ma soltanto il dodici per cento raggiunge contemporaneamente tutti e tre. Ancora più significativo è il confronto nel tempo: tra il 1997 e il 2023, in Europa e Nord America, non emerge un miglioramento misurabile nella quota di pazienti che raggiunge il target glicemico.

Se la farmacologia ha continuato a fare passi avanti e la pratica clinica ha cambiato il proprio obiettivo, perché i risultati non si muovono alla stessa velocità? Il policy document di Lilly “The Missing Chapter – Cardiometabolic health and the economics of acting earlier in Europe”, che ha fatto da base alla discussione della serata, suggerisce che una parte importante del problema stia a monte della terapia. Cioè nel modo in cui si trovano le persone a rischio, nella tempestività con cui vengono diagnosticate, nella capacità di costruire un percorso che tenga insieme professionisti e servizi diversi, nella possibilità di capire dai dati dove quel percorso si interrompe.

È un problema che comincia prima ancora che qualcuno entri nello studio di un medico. Secondo l’International Diabetes Federation, solo in Europa circa ventidue milioni di adulti con diabete non sanno di averlo. Ma la diagnosi può essere solo l’inizio. Se all’identificazione del rischio non segue una presa in carico, il ritardo non viene eliminato: cambia semplicemente il momento in cui il sistema riconosce il problema

Il discorso si stratifica quando si aggiunge su tutto questo la dimensione economica. Una complicanza può significare un ricovero per il sistema sanitario, giorni di lavoro persi per un paziente, un costo assistenziale per una famiglia, un’uscita anticipata dal mercato del lavoro per un’impresa o per il sistema previdenziale.

In Europa il conto è già caro. Le malattie cardiovascolari costano più di 282 miliardi di euro all’anno, di cui quarantasette miliardi legati alla perdita di produttività. Nel solo 2021 hanno significato 256 milioni di giornate lavorative perse per malattia e disabilità e 1,3 milioni di anni di lavoro persi per morte prematura.

Il paradosso è che il sistema sanitario conosce molto bene il costo dell’intervento, meno quello del ritardo. Le valutazioni economiche spesso sono ancora costruite attorno alla singola linea terapeutica, mentre una patologia cronica produce effetti nel corso di anni e attraversa più segmenti della sanità e dell’economia. Per questo Lilly propone di cambiare unità di misura: non soltanto il costo di una terapia o il budget sanitario, ma il percorso complessivo del paziente, con tutte le ricadute su famiglie, imprese e società.

«Investire in salute e in prevenzione diventa sempre più importante per rendere sostenibile il nostro modello di protezione sanitaria, ma anche perché possono esserci conseguenze di crescita e di sviluppo in tantissimi altri settori», ha detto durante l’incontro milanese Paolo Gentiloni. «Dobbiamo riscoprire l’importanza della salute come leva per la competitività della nostra economia».

C’è poi un’altra forma di ritardo, più facile da vedere ma non necessariamente più semplice da risolvere. È il tempo nell’accesso alle cure. Di 168 medicinali autorizzati centralmente nell’Unione europea tra il 2021 e il 2024, quasi la metà risultava non disponibile in almeno un Paese europeo a gennaio 2026. Il tempo mediano tra autorizzazione e disponibilità era di 532 giorni, con una forbice fra 56 e 1.201. Ma anche qui il numero racconta solo una parte della storia: il trattamento può essere disponibile e rimborsato e non raggiungere comunque la persona per cui è indicato, perché il problema si trova nella diagnosi, nel percorso assistenziale o nella capacità del sistema di seguirne gli esiti.

Il caso italiano in questo fa scuola. Il costo sociale annuo del diabete di tipo 2 è stimato nell’ordine dei venti miliardi di euro. Circa il quarantasei per cento è rappresentato dalla spesa sanitaria diretta, mentre il resto ricade fuori dal sistema sanitario, su pazienti, famiglie, imprese e previdenza. E soprattutto circa il novanta per cento del costo attribuito alla malattia deriva dalle complicanze. I ricoveri assorbono circa il quarantuno per cento della spesa diretta, mentre i farmaci per abbassare la glicemia rappresentano meno del nove per cento. Tradotto: il grande conto del diabete non si presenta necessariamente nel momento in cui il sistema decide quanto spendere per trattarlo. Arriva dopo, quando entrano in scena le complicanze, quando il paziente deve essere ricoverato, quando una malattia renale o cardiaca si aggiunge a quella metabolica, quando una famiglia deve assorbire una parte del costo o quando il lavoro viene perso. Nei dati italiani citati nel paper, il costo diretto medio passa da circa duemila euro l’anno per una persona con diabete di tipo 2 senza le comorbidità considerate a circa 6.900 euro quando sono presenti contemporaneamente malattia renale cronica e scompenso cardiaco.

Il confronto di Milano ha quindi provato a capire dove si interrompe oggi il percorso di prevenzione e cura. Dai dieci tavoli è emerso un messaggio comune: l’Europa conosce ormai la portata della sfida, ma deve ancora dotarsi degli strumenti per trasformare le evidenze in azione. Sul fronte della prevenzione, questo significa una governance più solida, con responsabilità precise, risorse dedicate e benchmark europei comparabili. Sulla diagnosi precoce, il punto è ancora una volta il dopo: intercettare prima le persone a rischio produce valore solo se alla diagnosi segue una presa in carico adeguatamente finanziata e capace di garantire continuità. E sull’accesso, pur con valutazioni diverse sul punto in cui si concentrano le principali barriere, è emersa la necessità di misurare gli esiti, considerare anche i costi evitati e arrivare a discutere un metodo europeo condiviso per misurare il costo del ritardo.

Nel commentare i risultati, Dave Ricks ha ricondotto il problema soprattutto a una questione di priorità e di risorse. «Prevenire le patologie cardiometaboliche su larga scala è oggi possibile e l’Europa non può permettersi di restare ferma. Oggi disponiamo delle terapie e delle evidenze scientifiche necessarie, ma non ancora di sistemi e risorse adeguati a tradurle pienamente nella pratica». E ha aggiunto: «È quindi necessario riequilibrare priorità e risorse. Destinare alla prevenzione appena tre centesimi per ogni euro speso in sanità non è sufficiente».

È qui che la trasformazione dell’industria incontra quella, molto più lenta, dei sistemi sanitari. Spostare più indietro il momento in cui la medicina può intervenire è fondamentale, ma non basta: bisogna spostare più indietro anche il momento in cui il sistema comincia a occuparsi della malattia. Per l’industria farmaceutica significa provare a intervenire prima che produca le sue conseguenze. E per la sanità vuol dire imparare a riconoscere prima il rischio, organizzare prima la presa in carico e misurare prima ciò che non funziona. Così l’economia può provare finalmente a mettere nel conto anche il prezzo del tempo perduto.

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