Il podcast che detta la linea a Trump sull’intelligenza artificiale

30 Settembre 2026 - 10:30
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Il podcast che detta la linea a Trump sull’intelligenza artificiale

President Donald Trump adjusts his microphone while speaking during an event for military mothers in the East Room of the White House, Wednesday, May 6, 2026, in Washington. (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)

In una vecchia puntata del podcast All-In i conduttori parlano dei troppi problemi di Gemini, il sistema di intelligenza artificiale generativa sviluppato da Google. Elencano un po’ di errori, i bug, si chiedono tra il serio e il faceto quali criteri dovrebbe seguire un’intelligenza artificiale quando deve rispondere a una domanda controversa. È un discorso molto tecnico, da nerd del settore, ma è anche politico. L’intelligenza artificiale non è veramente intelligente, le risposte dipendono da com’è programmata. David Sacks, uno dei conduttori, sostiene che un modello debba partire da una «base di verità» e non decidere autonomamente che cosa sia offensivo, stereotipato o accettabile. Fa un esempio pratico, parla di George Washington e delle sue raffigurazioni: «Non spetta all’utente decidere se una foto di George Washington debba ritrarlo bianco o nero. Voglio dire, c’è una risposta, e basta». È un esempio peculiare, ci vuole un po’ di fantasia per piazzarlo in una conversazione. Qualche minuto dopo dice che il primo principio di un prodotto di intelligenza artificiale dovrebbe essere l’accuratezza. E alla fine riassume il concetto in una formula ancora più semplice: «Aiutare semplicemente le persone a trovare la verità».

La puntata di All-In è di febbraio 2024. L’intelligenza artificiale generativa dei Large Language Model (Llm) c’è già, ma non è ancora così diffusa in tutto il mondo. Non è entrata nella quotidianità di tutti. Oggi è ovunque, ma il desiderio universale di Sacks non sembra destinato a esaudirsi. Negli ultimi due anni e mezzo si è parlato di intelligenza artificiale per gli errori che commette, per i rischi che comporta per l’apprendimento, per i posti di lavoro già in bilico, per gli allarmi apocalittici. La ricerca della verità è finita sullo sfondo. Però il messaggio di Sacks in qualche modo è passato.

A luglio 2025 Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo intitolato “Preventing Woke AI in the Federal Government”. Per i modelli acquistati dal governo federale, la Casa Bianca indica due criteri, «ricerca della verità» e «neutralità ideologica». Il primo richiede accuratezza storica, ricerca scientifica e oggettività; il secondo che i modelli non incorporino deliberatamente giudizi politici o ideologici nelle loro risposte. Anche l’esempio è sorprendentemente vicino a quello discusso da Sacks in All-In: nel documento della Casa Bianca la manipolazione della rappresentazione razziale di personaggi storici viene indicata tra i comportamenti problematici dei modelli. Che strana coincidenza. Più o meno.

Pochi mesi dopo, i conduttori di All-In tornano sulla regolamentazione dell’intelligenza artificiale e David Sacks prende una posizione ancora molto peculiare: negli Stati Uniti dovrebbe esserci un unico standard federale, non cinquanta diversi regimi statali. Dice che norme diverse da Stato a Stato frammenterebbero il mercato americano e potrebbero favorire proprio quelle regole sulla «discriminazione algoritmica» che rischiano di riportare il «woke AI». La soluzione, dice, è «un unico standard federale», che dovrebbe anche impedire che regolazioni troppo onerose permettano alla Cina di superare gli Stati Uniti nella corsa all’intelligenza artificiale. E dice: «Credo che alla fine l’amministrazione sosterrà questa proposta».

L’11 dicembre 2025 Trump firma l’ordine esecutivo 14365, “Ensuring a National Policy Framework for Artificial Intelligence”. Il provvedimento parla di «un mosaico di cinquanta diversi regimi regolatori» e indica come obiettivo uno standard nazionale che imponga il minor carico legislativo possibile. E le coincidenze passano a due. Due indizi non fanno per forza una prova, ma dovrebbero creare almeno un leggero sospetto.

Sono due casi in cui il linguaggio di All-In e quello della Casa Bianca finiscono per assomigliarsi parecchio. E la presenza di David Sacks al podcast deve essere un altro indizio, in qualche modo. David Sacks non è arrivato alla politica con un percorso ordinario, ma dalla Silicon Valley. È stato il primo responsabile prodotto e poi chief operating officer di PayPal, ha fondato Yammer (venduta a Microsoft per 1,2 miliardi di dollari), e oggi è cofondatore e partner di Craft Ventures, fondo di venture capital. La settimana scorsa il Guardian ricostruiva il suo passaggio dal sostegno a Hillary Clinton nel 2016 a un avvicinamento progressivo al Partito Repubblicano, fino al sostegno esplicito a Trump nel 2024.

Nel mezzo è arrivato All-In. Un podcast nato un po’ come possiamo immaginare siano nati molti dei podcast maschili spuntati dal nulla in questi anni. Era il 2020, la pandemia impediva ai quattro conduttori – Sacks, Chamath Palihapitiya, Jason Calacanis e David Friedberg – di incontrarsi per la loro abituale partita di poker. Era iniziata come una conversazione online tra amici e poi è diventato un programma settimanale. Potrebbe essere la parabola della Bobo Tv o di Tintoria, ma si è fatto strada in mondi diversi.

Con la seconda amministrazione Trump, Sacks è diventato Consigliere speciale per l’intelligenza artificiale e le criptovalute della Casa Bianca, e viene incaricato di lavorare all’AI Action Plan. La sua nomina è quella di un impiegatogovernativo speciale, una formula che consente di lavorare per l’amministrazione per un massimo di centotrenta giorni l’anno.

A marzo 2026 ha lasciato l’incarico, ma solo per prenderne un altro. Pochi giorni dopo Trump ha annunciato i primi membri del Consiglio dei consulenti del Presidente per la scienza e la tecnologia: Sacks e Michael Kratsios ne sono i co-presidenti e tra i membri figura David Friedberg, l’altro conduttore di All-In. Nel gruppo ci sono anche Jensen Huang, Marc Andreessen, Lisa Su e Mark Zuckerberg.

Dalla scorsa primavera le puntate del podcast sono diventate una specie di vetrina per le idee della Casa Bianca sull’intelligenza artificiale. Le persone che discutono davanti ai microfoni sono, in parte, le stesse che siedono ai tavoli dove si elaborano le decisioni politiche.

A luglio 2025 Trump aveva presentato la sua strategia sull’intelligenza artificiale al summit “Winning the AI Race”, organizzato a Washington proprio da All-In Podcast e Hill & Valley Forum. I quattro conduttori del podcast moderano le diverse sessioni mentre sul palco si alternano funzionari dell’amministrazione Trump e alcuni dei principali dirigenti dell’industria tecnologica. Sul canale YouTube di All-In ci sono le puntate integrali del summit. Un’altra, successiva, racconta l’evento dall’interno. Friedberg dice di aver lavorato per dieci giorni alla costruzione del programma e spiega che i funzionari dell’amministrazione avevano cominciato a chiedere spazio sul palco, tanto da costringere gli organizzatori a rivedere continuamente la scaletta. Sacks, intanto, era impegnato con gli ordini esecutivi. A un certo punto Friedberg fotografa così la situazione: «È francamente surreale per tutti noi essere così vicini all’amministrazione e vedere Sacks farne parte».

Durante l’ultima campagna elettorale presidenziale Trump aveva partecipato a diversi podcast, compreso quello di Joe Rogan che aveva fatto molto parlare – anche per lo speculare rifiuto di Kamala Harris di farsi intervistare da uno dei conduttori più seguiti d’America. Il 20 giugno 2024 aveva fatto una lunga chiacchierata con i quattro di All-In.

Trump parla per quasi un’ora di tasse, regolazione, energia, Ucraina, Cina, aborto, immigrazione. Sacks e Chamath non gli fanno un’intervista televisiva tradizionale: gli portano soprattutto le questioni discusse nella loro comunità di imprenditori e investitori.

Un paio di settimane fa l’ospite d’onore di All-In è stato Jensen Huang, il ceo di Nvidia, con cui i quattro conduttori hanno discusso di nuovo ­– qui con ospiti dal vivo – del conflitto tra sviluppo dell’intelligenza artificiale e sicurezza. A un certo punto squilla il telefono di Huang. Qualcuno da dietro le quinte gli porta lo smartphone. «Mr. President». «Non avrei risposto se non fosse stato lei». «Sono sul palco con i ragazzi, con Sacks e tutto il gruppo». «Stavamo parlando di lei». Risate in sala. Sembra una conversazione tra amici sul divano di casa. Ma ci sono alcuni degli uomini più potenti del pianeta. Jason Calacanis, che più di tutti fa da moderatore e conduttore durante le puntate di All-In, propone di mettere Trump in vivavoce. Huang sembra sorpreso, chiede cosa fare. Gli suggeriscono semplicemente di cliccare sul tasto del vivavoce e di avvicinare il microfono al telefono. «Presidente, la ascolta tutto il pianeta».

«Vedete, il bello della vita è che Jensen è in grado di sviluppare i microchip più sofisticati del mondo che nessuno sarà in grado di copiare per i prossimi dieci anni, ma non sa mettermi in vivavoce». Alla battuta di Trump partono grandi risate tra palco e platea.

Non sappiamo quanto delle decisioni di Trump sull’intelligenza artificiale sia nato davvero dentro All-In, e probabilmente non lo sapremo mai. Sappiamo però che un pezzo della Silicon Valley ha trovato in quel podcast un luogo di discussione e nell’amministrazione Trump il modo di portare le sue idee alla Casa Bianca.

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