La Russia ci fa la guerra in casa, e noi mangiamo il gelato

08 Luglio 2026 - 06:00
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La Russia ci fa la guerra in casa, e noi mangiamo il gelato

In Francia, Marine Le Pen è stata condannata per aver usato impropriamente fondi europei per quasi tre milioni di euro, dopo averla scampata sugli 11 milioni di euro prestati al suo partito da banche russe.

In Gran Bretagna, Nigel Farage è stato costretto a dimettersi da deputato per evitare un’indagine nei suoi confronti da parte del Parlamento di Londra, ma sebbene abbia preso le distanze da Vladimir Putin, fino a poco tempo fa lo considerava un modello politico e, grazie alle infiltrazioni russe nella campagna per la Brexit, è stato l’utile idiota di più grande successo del Cremlino grazie all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

In Italia, sempre ieri, sono stati arrestati due ex agenti dei servizi segreti e sono stati messi sotto inchiesta altri militari in servizio, con l’accusa di fornire informazioni riservate all’intelligence di Mosca.

Se la Russia non è nostra nemica chissà come mai, stando a quanto scrive il ministro della Difesa Guido Crosetto, Mosca ha assoldato questi militari italiani ed ex agenti della nostra intelligence. Forse è un altro generoso aiuto di Vladimir Putin al nostro paese, come quel leggendario “dalla Russia con amore” del 2020 con cui i babbei a cinquestelle consentirono allo stesso esercito russo che due anni dopo invase l’Ucraina di sfilare per le strade di un’Italia chiusa in casa per il Covid, non accorgendosi dell’operazione di intelligence apparecchiata sotto il loro naso da Mosca.

Nonostante gli sforzi dei trombettieri televisivi e geopolitici sulla 7, le incredibili prime pagine del Fatto quotidiano, le cartine di Marco Travaglio e di Limes, i reportage di Paolo Nori che, con prosa poco più raffinata di quella del Generale Vannacci, testimonia di non aver avvertito alcun pericolo a San Pietroburgo, i viaggi studio a Mosca dei nuovi attempati pionieri rossobruni, la catastrofe morale dei comitati olimpici e delle federazioni di ginnastica che riammettono atleti e bandiere russe, le campagne dei Cinquestelle (non perdetevi la performance di tal Danilo Della Valle), la deriva pericolosa del Partito Democratico e il servizio permanente effettivo di Donald Trump, malgrado tutto ciò, e molto altro, probabilmente qualcuno adesso ha cominciato a capire che cosa sta succedendo.

Sta succedendo quello che qui scriviamo da anni, citando peraltro le parole esatte di Putin, di Alexander Dugin e di tutti gli altri riveriti ospiti dei talk show italiani: la Russia ha dichiarato guerra alla democrazia liberale, e per questo invade le ex colonie che provano ad affrancarsi dai suoi scarponi chiodati, diffonde il caos nelle società occidentali con fake news destabilizzanti, inquina le campagne elettorali in Europa e negli Stati Uniti, sottoscrive trattati con partiti particolarmente vulnerabili, finanzia le forze eversive in giro per l’Europa, e sostiene i piazzisti politici e giornalistici che ripetono per stoltezza o altro le falsità della propaganda del Cremlino.

La Russia non è invincibile, al contrario di quanto dicono gli acrobati e i mangiatori di fuoco di cui sopra, e l’Ucraina lo dimostra ogni giorno da oltre quattro anni, addirittura conquistando terreno e soprattutto cielo malgrado il tradimento trumpiano e contro tutte le aspettative anche dei suoi sostenitori.

Sono pochi i politici italiani che hanno ben chiara quale sia la posta in gioco: Carlo Calenda, Pina Picierno, un gruppo sempre più ristretto di esponenti di minoranza del Pd come Giorgio Gori, Lia Quartapelle, Paolo Gentiloni e Filippo Sensi, e pochissimi altri.

Sul fronte dei volenterosi complici di Putin ci sono partiti apertamente filorussi e antieuropei come la Lega e i Cinquestelle, che presto si dovranno coprire le spalle da movimenti ancora più filorussi e più antieuropei, come il partito di Roberto Vannacci e il movimento di Alessandro Di Battista. Completano il quadro il sedicente partito liberale fondato nello studio televisivo di Arcore e affondato sul lettone di Putin, e la sinistra radicale che fa finta di non vedere e di non sentire, e di conseguenza vota sempre contro la difesa dell’Ucraina e dell’Europa.

Il Pd di Elly Schlein arretra ogni giorno di più, nonostante i suoi predecessori e suoi dirigenti adulti siano stati i più leali e lungimiranti sostenitori di Kyjiv, mentre la Giorgia Meloni che amava Putin e poi, per calcolo, si è schierata con Joe Biden al fianco di Volodymyr Zelensky e infine ha tirato il freno per deferenza nei confronti di Trump e Orbán, ora si trova nella nell’imbarazzante situazione di chi pensava di essere la più furba di tutti, grazie anche alla stampa compiacente e unanime, ma le ha prese sia da Trump sia dagli alleati europei che giustamente non si fidano di lei.

Ci troviamo in una situazione drammatica completamente sottostimata dall’opinione pubblica, come quando Lucio Dalla, in “Cara”, basito cantava «io che qui sto morendo e tu che mangi il gelato».

Altrove la situazione è meno sconfortante rispetto all’Italia, con gli inglesi di sinistra e destra compatti sull’Ucraina, con i socialisti e i centristi francesi, con la sinistra del nord a cominciare dalla premier danese Mette Frederiksen, per non parlare dei tedeschi, dei polacchi, dei paesi baltici e di tutti quelli più direttamente minacciati da Mosca.

Le parole di Crosetto però sono promettenti e si spera che abbiano conseguenze, anche e soprattutto dopo il bagno di realtà cui è stata costretta Giorgia Meloni, al netto del richiamo della foresta irresistibile per molti del suo giro e della sua adesione ai principi illiberali di Trump e Putin.

La sfida culturale ancora prima che politica da qui alle prossime elezioni è quella di smantellare la rete di connessioni e di convivenze russe che ha infiltrato il nostro dibattito pubblico e minaccia la nostra democrazia perché, come ha scritto il ministro della Difesa su X, l’indagine contro i funzionari italiani che spiavano per Mosca «è la punta di un iceberg gigantesco, la guerra ibrida, fatto di nemici esterni e traditori interni che sono pronti a vendere la loro Nazione per soldi o per potere o per interesse personale. Oggi lo Stato ne colpisce alcuni, ma lo scontro è continuo e incessante».

Ecco, far sciogliere questo iceberg che blocca la politica italiana sarebbe un ottimo programma politico, e anche l’occasione per Giorgia Meloni di dimostrare di essersi liberata dalla dipendenza delle sue antiche frequentazioni. Temo però che l’iceberg resterà in piedi, e che Meloni continuerà con la retorica del’Italia come una nave che va. Una nave chiamata Titanic.

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