La sostenibilità fa bene ai conti: il 92% dei leader d’azienda la ritiene un vantaggio competitivo

La sostenibilità non esce dalle strategie aziendali, nonostante le tensioni geopolitiche, le guerre, le disuguaglianze crescenti e la pressione politica contro le politiche ambientali. Al contrario, per il 92% dei leader d’impresa intervistati dal World Business Council for Sustainable Development rappresenterà una fonte di vantaggio competitivo nei prossimi cinque-dieci anni.
È quanto emerge dal Business Breakthrough Barometer 2026, l’indagine annuale del Wbcsd sullo stato della transizione ecologica nel mondo delle imprese, passata in rassegna dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile guidata da Edo Ronchi. Il campione comprende oltre 500 aziende globali, per più di 3 trilioni di fatturato complessivo, e 75 interviste aggiuntive rivolte a business leader.
Il dato assume un rilievo particolare nel contesto internazionale attuale. Non a caso, il presidente storico del Wbcsd, Peter Bakker, apre il rapporto con una domanda provocatoria: «La sostenibilità è finita?». I risultati dell’indagine suggeriscono però che non sia questa la direzione imboccata dal sistema produttivo internazionale.
L’89% dei leader intervistati afferma infatti che la propria impresa ha mantenuto o aumentato, rispetto a dodici mesi prima, gli investimenti per la transizione verso il net zero. Una scelta che non viene descritta come mero adempimento regolatorio, ma come risposta a rischi concreti: volatilità dei prezzi energetici, dipendenza dalle importazioni fossili, vulnerabilità delle filiere, effetti fisici della crisi climatica e mutamento della domanda.
Il quadro, tuttavia, resta tutt’altro che lineare. Il 68% degli intervistati ritiene che la transizione globale stia procedendo in modo disordinato, tra ritardi, incertezze e differenze profonde fra Paesi e settori produttivi. Da qui la richiesta di un quadro pubblico più solido: l’85% dei leader d’impresa guarda favorevolmente a politiche più forti e chiare, capaci di ridurre i divari e rendere più prevedibili le condizioni per investire. Anche perché l’89% dei leader afferma che le proprie aziende hanno mantenuto o aumentato gli investimenti nella transizione verso le emissioni nette zero rispetto a 12 mesi prima.
Il messaggio che arriva dal report è dunque lontano dall’idea che le imprese chiedano un arretramento delle politiche ambientali. Al contrario, una parte molto ampia del mondo imprenditoriale sembra considerare norme stabili, indirizzi di lungo periodo e strumenti coerenti elementi necessari per trasformare gli obiettivi climatici in scelte industriali concrete.
«L’epoca della sostenibilità trainata dalla sola ambizione sta terminando. Quella che sta emergendo è una fase nuova, e forse più duratura, in cui la sostenibilità delle imprese si fa strada, legandosi alla resilienza e alla competitività», osserva il Wbcsd.
Il Business Breakthrough Barometer dedica attenzione anche ad alcune delle tecnologie e delle filiere decisive per la transizione, dall’auto elettrica all’idrogeno, fino all’agricoltura rigenerativa. Il filo conduttore? La sostenibilità tende sempre più a coincidere con la capacità di mantenere la competitività in un’economia esposta a crisi energetiche, instabilità geopolitica e cambiamento climatico.
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