Nella “guerra del carburante” per ora ha la meglio Kiev: i droni ucraini hanno messo fuori uso il 43% delle raffinerie russe

Russia e Ucraina stanno combattendo una guerra nella guerra. E, a giudicare da dati e commenti raccolti e pubblicati da Euractiv, a prevalere finora è Kiev. Il titolo dell’articolo è “L’Ucraina sta vincendo la guerra del carburante?” e al centro della questione c’è il fatto che negli ultimi mesi i continui e mirati attacchi dei droni ucraini sferrati in profondità nel territorio russo hanno messo fuori uso circa il 43% della capacità di raffinazione complessiva del Paese. Le conseguenze per Mosca sono pesantissime sul piano logistico e sociale, con razionamenti diffusi e code chilometriche ai distributori che paralizzano intere regioni, in particolare in Siberia, dove le autorità locali sono state persino costrette a installare servizi igienici chimici d’emergenza per gli automobilisti costretti ad attendere anche per 36 ore consecutive prima di poter fare rifornimento ai loro mezzi di trasporto.
In risposta a questa pesante crisi interna, raccontano a Euractiv il funzionario dell’Ue a Kiev Torsten Wöllert e il direttore del Kyiv Energy and Climate Lab Vladyslav Mikhnych, a fine giugno il Cremlino ha intensificato i propri raid aerei prendendo deliberatamente di mira in modo sistematico le stazioni di servizio all’interno dei confini ucraini, colpendone oltre 150 a partire dal mese di aprile. Tuttavia, sebbene questi attacchi provochino gravi disagi e sofferenze alla popolazione civile, dal punto di vista prettamente strategico e macroeconomico non stanno ottenendo l’effetto sperato da Mosca. Il mercato dei carburanti in Ucraina sta infatti dimostrando una resilienza straordinaria, non si registrano code di panico ai distributori né si assiste a impennate fuori controllo dei prezzi alla pompa, evidenziando il fallimento della strategia di rappresaglia russa.
Questo scenario apparentemente paradossale deriva dal fatto che la Russia non può colpire le raffinerie ucraine per il semplice motivo che non ne esistono più all'interno del Paese, dopo che l’ultimo grande impianto di Kremenchuk è stato completamente distrutto dai bombardamenti russi nel corso del 2022. Questa perdita devastante - in precedenza quell’impianto riforniva il 30% del mercato nazionale - ha però costretto Kiev a decentralizzare e diversificare immediatamente la propria intera catena di approvvigionamento, azzerando i bersagli fissi. Oggi l’Ucraina importa milioni di tonnellate di carburante da paesi partner come Polonia, Lituania e Grecia, attingendo a carburante prodotto in territorio protetto dallo scudo Nato e trasportato in modo frammentato e flessibile attraverso confini sicuri.
La logistica ucraina si affida ora a una fittissima rete di migliaia di camion cisterna, rotte alternative e piccoli terminali che Mosca non ha i mezzi per intercettare o interrompere in modo efficace. Al contrario, la Russia dipende ancora da circa 10 grandi raffinerie centralizzate sul proprio suolo nazionale, che si configurano come bersagli statici ed estremamente vulnerabili per i droni di Kiev.
Tra l’altro, per sopravvivere ai bombardamenti quotidiani nelle zone vicine al fronte, le pompe di benzina ucraine si sono adattate spegnendo le luci, lavorando offline e accettando pagamenti solo in contanti, mentre Mosca è costretta a correre ai ripari importando costoso carburante dall’India e spostando i suoi sistemi di difesa aerea a protezione delle poche raffinerie rimaste intatte.
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