Sostanze chimiche critiche, la denuncia della rete ambientalista Eeb: «Bruxelles dà troppo potere alle multinazionali»

Sono passati sei mesi dal taglio del nastro, e quelle che all’inizio erano delle perplessità ora sono diventate delle conferme decisamente critiche. A inizio gennaio la Commissione europea ha varato la cosiddetta Alleanza per le sostanze chimiche critiche (Critical chemicals alliance, Cca) un organismo che nasce come implementazione dell’European chemicals industry action plan. Ebbene, all’iniziativa di Bruxelles ora ha dedicato un approfondito studio l’European environmental bureau (Eeb). Il titolo è “Captured! The Critical Chemicals Alliance: by industry, for industry” e in una trentina di pagine gli esperti della rete di associazioni ambientaliste europee lanciano un dettagliato allarme sulla direzione intrapresa dalle politiche industriali dell’Unione europea nell’ambito della nuova agenda per la competitività economica e, in particolare, dalla strategia messa in campo ora con il nuovo organismo. L’Alleanza per le sostanze critiche chimiche, viene sottolineato nell’analisi pubblicata da Eeb, ha un compito estremamente delicato e strategico, ovvero quello di tracciare i confini di ciò che l’Europa considera «critico» e indispensabile a livello industriale, decidendo di fatto quali sostanze chimiche e quali stabilimenti produttivi avranno una corsia preferenziale per ottenere sussidi statali e ingenti finanziamenti pubblici nei prossimi anni.
Il nocciolo della denuncia lanciata nel nuovo studio della rete di sigle ambientaliste europee risiede nel fatto che la Commissione europea sembra aver consegnato le chiavi di questa cabina di regia proprio ai colossi della chimica, creando un palese e gigantesco conflitto di interessi. Secondo i documenti e le testimonianze raccolte nel rapporto, l’intera struttura dell’alleanza è stata monopolizzata dai rappresentanti delle grandi aziende e dai loro gruppi di pressione, primo fra tutti il potente Consiglio europeo dell’industria chimica (European chemical industry council, Cefic), associazione di settore che rappresenta quasi 30 mila grandi, medie e piccole aziende europee. I dati numerici emersi dipingono uno scenario di profondo squilibrio democratico all’interno dei tavoli di lavoro, dove la presenza degli emissari industriali sovrasta quella delle organizzazioni della società civile con un rapporto schiacciante di 16 a 1, lasciando di fatto i difensori dei cittadini in una posizione di totale irrilevanza.
Questo sbilanciamento ha portato alla sistematica esclusione delle organizzazioni non profit e ambientaliste da qualsiasi ruolo decisionale concreto, estromettendole sia dal comitato direttivo principale che dai gruppi di lavoro tecnici in cui vengono scritte le regole del gioco. Inoltre, le due ONG denunciano con preoccupazione la straordinaria e anomala velocità con cui l'alleanza sta portando avanti i propri lavori, una rapidità che sembra calcolata per evitare un reale controllo pubblico, blindare le decisioni prima che l'opinione pubblica possa mobilitarsi e ridurre al minimo indispensabile i passaggi legati alla trasparenza e alla consultazione dei cittadini, che si trovano così tagliati fuori da scelte che influenzeranno la loro vita quotidiana.
Il rischio più concreto e allarmante di questa operazione è che l'Unione Europea finisca per finanziare e proteggere, con il denaro dei contribuenti, modelli industriali fortemente inquinanti e sostanze chimiche ampiamente note per essere tossiche o dannose per l'ambiente e la salute umana.
I ricercatori dell’Eeb sottolineano che consentendo ai portatori di interessi commerciali di dettare i criteri di assegnazione dei fondi, l’Ue rischia di frenare la transizione ecologica e di piegarsi a una pericolosa agenda di deregolamentazione camuffata da rilancio della competitività. Per questo motivo, gli autori del rapporto chiedono un’immediata inversione di rotta, affinché la definizione di ciò che è «critico» torni a essere una scelta guidata dall’interesse pubblico e dalla tutela della salute collettiva.
Spiega Vicky Cann, ricercatrice e attivista del Corporate europe observatory: «Le prove sono più che evidenti: l’inquinamento chimico e la crisi climatica devono essere affrontati con urgenza. Eppure la Critical Chemicals Alliance è sintomatica di un problema più ampio all’interno della Commissione europea, dove concetti, strutture e processi sono progettati dall’industria a vantaggio delle grandi imprese piuttosto che delle persone e del pianeta. In questo caso, l’industria chimica dominante e i suoi alleati trarranno vantaggio dal sostegno pubblico perché, nonostante i loro evidenti interessi particolari, è stato loro concesso un ruolo privilegiato nel decidere quali sostanze chimiche l’UE debba considerare “critiche”. E troppe di queste sostanze sono dannose per la nostra salute e per l’ambiente». Aggiunge Tatiana Santos, che è la responsabile della politica sulle sostanze chimiche presso l’Eeb: «Anziché lasciare che gli interessi particolari determinino la politica industriale e la spesa pubblica, l’UE dovrebbe definire cosa sia “critico” nell’interesse pubblico. I finanziamenti pubblici dovrebbero promuovere sostanze chimiche più sicure, una produzione più pulita e una riduzione graduale dei prodotti petrolchimici, non sostenere il business as usual. L’inquinamento da sostanze chimiche rappresenta una grave crisi per la salute pubblica e l’ambiente; pertanto, i fondi pubblici dovrebbero essere erogati solo a condizioni rigorose che garantiscano l’eliminazione graduale delle produzioni nocive e la realizzazione di un valore pubblico, poiché il denaro pubblico deve servire al bene comune – sicuramente il minimo che i contribuenti possano aspettarsi».
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