La teoria della vittoria della Nato nell’era dell’incertezza americana

La Nato non considera imminente una guerra con la Russia, ma si prepara a combatterla. È questo il messaggio lanciato dal generale statunitense Alexus Grynkewich, comandante supremo delle forze alleate in Europa, intervenuto lunedì al Warsaw Security Forum per illustrare quella che ha chiamato la teoria della vittoria dell’Alleanza. Una visione strategica pensata per scoraggiare un attacco russo e, nel caso in cui la deterrenza fallisse, impedire a Mosca di conquistare e mantenere il controllo di territori alleati. «Non ritengo che un conflitto sia imminente o inevitabile. Non lo è», ha detto Grynkewich. Ma la pace, secondo il generale, non si conserva soltanto attraverso la comunicazione e la trasparenza. Richiede anche la capacità di combattere. «Essere pronti significa pianificare interventi non solo per gli scenari probabili, ma anche per quelli semplicemente possibili», ha spiegato.
Il discorso arriva mentre il Pentagono in particolare e l’amministrazione Trump in generale stanno riesaminando la presenza militare statunitense in Europa e gli alleati europei accelerano gli investimenti per rafforzare le proprie capacità di difesa. Grynkewich, ultimo americano a occupare un incarico Nato da sempre affidato a vertici militari a stelle e strisce, ha però respinto i dubbi sulla continuità dell’impegno degli Stati Uniti nella Nato. Rispondendo a una domanda sulla disponibilità degli Stati Uniti a inviare truppe in caso di attacco a un Paese europeo, ha ricordato la presenza di militari americani in Polonia e lungo il fianco orientale, sostenendo che nessuno dovrebbe mettere in discussione l’impegno di Washington nell’Alleanza. Ha anche precisato che decidere chi invia le truppe e dove è una scelta politica.
La teoria della vittoria non è un piano operativo dettagliato, ma una visione condivisa dai 32 alleati, basata sulla strategia di difesa dell’area euro-atlantica. Grynkewich ha spiegato che il quadro è stato elaborato per offrire alle forze armate una direzione comune e concentrarle sui compiti essenziali in caso di conflitto. Il messaggio è rivolto anche a Mosca, in una fase in cui i governi europei denunciano un’intensificazione di sabotaggi, incursioni di droni e attacchi informatici.
La strategia si articola in tre passaggi, riassunti da altrettanti verbi: block, blunt, break – bloccare, frenare, spezzare. Il primo obiettivo è fermare l’attacco sul punto di contatto, impedendo alle forze nemiche di conquistare territorio. Le forze terrestri dovranno contrastare l’avanzata, mentre aviazione e marina, coordinate con le componenti spaziali e informatiche, dovranno ottenere rapidamente la libertà di manovra necessaria a colpire l’avversario. Se l’offensiva dovesse proseguire, entrerebbe in gioco la seconda fase: frenarla, impedendo al nemico di guadagnare terreno e iniziativa. Sensori avanzati, sistemi autonomi e forze capaci di operare in più domini dovranno essere impiegati in modo coordinato, fino al livello tattico, per ostacolare la capacità dell’avversario di mantenere il ritmo dell’attacco. La terza fase punta a spezzare il sistema militare che sostiene l’offensiva. Non soltanto le unità impegnate in prima linea, ma anche le strutture e le capacità che consentono loro di ricevere rifornimenti, comunicare e mantenere il coordinamento. La Nato intende combinare munizioni di precisione ad alte prestazioni con sistemi più economici e producibili su larga scala, esercitando una pressione continua attraverso i domini terrestre, aereo, marittimo, spaziale e informatico.
L’obiettivo, ha precisato Grynkewich, non è infliggere alla Russia una sconfitta strategica complessiva, ma rendere impossibile la prosecuzione dell’attacco. È una distinzione che il generale collega anche al controllo dell’escalation: la Nato deve colpire quanto basta per fermare l’aggressione, senza perseguire obiettivi ulteriori. In questo modo, sostiene, la responsabilità di un’eventuale intensificazione del conflitto ricadrebbe sull’aggressore, che dovrebbe sapere che ogni ulteriore passo peggiorerebbe la propria posizione militare e politica.
La teoria dovrà ora tradursi in addestramento, esercitazioni e investimenti. Grynkewich ha citato le forze terrestri schierate sul fianco orientale, le capacità aeree e marittime, i sistemi di attacco di precisione a lungo raggio, le reti di sensori e le infrastrutture digitali necessarie a coordinare le operazioni. La preparazione militare, ha insistito, serve prima di tutto a evitare che la guerra cominci. «La Nato non cerca la guerra con nessuno», ha detto il comandante supremo, riconoscendo che l’attuazione della strategia potrebbe richiedergli di impartire ordini che spera di non dover mai dare. La deterrenza, però, deve essere credibile proprio perché poggia sulla capacità di agire. «Ci siamo addestrati, siamo pronti e lo saremo ancora di più domani e ogni giorno a venire», ha concluso. Il messaggio agli avversari è racchiuso nell’ultima frase del suo intervento: «Oggi non è il giorno giusto» per attaccare la Nato.
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