La timida risposta di Schlein a Conte dimostra tutta la sua subalternità

04 Agosto 2026 - 06:10
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La timida risposta di Schlein a Conte dimostra tutta la sua subalternità

la segretaria PD Elly Schlein in occasione della presentazione del 'Piano caldo' del Partito democratico presso il Giardino Galafati rifugio climatico di Roma all'aperto". Roma, Venerdì 31 Luglio 2026 (photo by Mauro Scrobogna / LaPresse) PD secretary Elly Schlein at the presentation of the Democratic Party's 'Hot Plan' at the Galafati Garden, an open-air climate refuge in Rome. Rome, Friday July 31 2026 (photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

Svelenire, sdrammatizzare. Quando il gioco si fa duro, il Partito democratico non gioca: stempera. Puntualizza ma non polemizza. Al massimo fissa un paletto. Di metodo. Elly Schlein ha risposto al gran rilancio di Giuseppe Conte, secondo il quale le primarie dovranno decidere anche la linea sull’Ucraina: «Non funziona così. Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve guidare tutta la coalizione, non soltanto il proprio partito». Per oggi basti questo. Il resto è rinviato a tempi migliori, quando sarà passata la buriana scatenata da Conte.

Talmente forte che c’è chi si chiede se l’avvocato del populismo voglia davvero rompere oppure se, alla fine, tornerà a più miti consigli. Su questa seconda ipotesi si attestano la segreteria e i dirigenti che seguono i dossier internazionali. L’obiettivo è arrivare nei prossimi mesi a una mediazione accettabile: tenere fermo il sostegno a Kyjiv, ma dare sempre più peso al tema del dopoguerra, cioè alla ricerca di una mediazione. Mantenere il punto, venendo però incontro, almeno in parte, al ragionamento di Conte.

Non è chiaro a nessuno se l’ex presidente del Consiglio abbia voluto sparare così alto per costringere il Partito democratico a trattare: sull’Ucraina, certo, ma anche sul resto, a cominciare dal ruolo di Schlein. Di sicuro, al Nazareno questa botta di protagonismo di “Giuseppi” non è piaciuta. E soprattutto non si concepiscono le primarie come un’arena nella quale dirimere questioni strategiche, bensì come lo strumento per investire, con il voto popolare, lo sfidante di Giorgia Meloni.

Per questo, ragionano i dem, la competizione ai gazebo dovrà svolgersi sulla base di una piattaforma condivisa, pur aperta, cioè senza conclusioni definitive sui passaggi più controversi. Le armi all’Ucraina si continuano a mandare oppure no? Ecco il rebus. Domande difficili da mettere nero su bianco. Da Lorenzo Guerini a Peppe Provenzano, passando per Alessandro Alfieri, mediatori, sherpa e pontieri sono già al lavoro. L’importante, per il Pd, è evitare una guerra di logoramento nei prossimi mesi e soprattutto una consultazione sanguinosa.

L’altro messaggio rassicurante è che, dopo le primarie, tutti dovranno rispettarne l’esito. Lo ha detto anche Matteo Renzi: «Vinca il migliore e il giorno dopo tutti insieme». Un modo per tranquillizzare gli alleati. Acre la battuta di Arturo Parisi: «Peccato che nel 1947 non c’erano primarie. Altrimenti De Gasperi, invece di rompere l’alleanza ciellenista di unità nazionale, sull’alternativa Usa-Urss avrebbe sicuramente proposto a Togliatti: “Andiamo alle primarie e che vinca il migliore”». E poi, però, arriva la cronaca. E la cronaca si incarica puntualmente di raccontare le divisioni del campo largo. Domani pomeriggio, in Parlamento, Giancarlo Giorgetti terrà le comunicazioni sulle clausole di salvaguardia nazionale, con le votazioni finali, dunque anche sulle risorse da destinare alla difesa. È un voto sull’utilizzo dei fondi Safe, tema scivoloso anche per il governo.

Vedremo come si comporteranno le opposizioni. Le differenze, però, sono già note. Rispetto a Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi-Sinistra, Schlein è favorevole a rafforzare la difesa, purché in un quadro europeo e «non per il riarmo nazionale», anche se resta difficile capire come si possa costruire una difesa comune senza attingere anche ai bilanci degli Stati membri.

Ancora diversa è la posizione dei riformisti dem che, insieme a esponenti di Più Europa e Italia Viva, hanno sottoscritto un documento nel quale si sostiene che il programma Safe non è alternativo alla difesa comune europea, ma uno strumento per avvicinarla: incentiva gli acquisti congiunti, favorisce l’innovazione tecnologica, rafforza la base industriale europea, promuove il Buy European e aumenta l’interoperabilità tra le forze armate. A loro si è rivolto Carlo Calenda: «È ora che i riformisti Pd vengano a costruire con noi il polo europeista di centro».

Ma anche se domani le opposizioni dovessero dividersi di nuovo, nel Pd continua a prevalere la fiducia che, alla fine, un’intesa di massima con Conte si troverà. Una fiducia che ricorda quella del presidente del Consiglio liberale Luigi Facta alla vigilia della Marcia su Roma.

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