Harry Potter e la magia del cibo

03 Agosto 2026 - 06:15
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Harry Potter e la magia del cibo

«Le andrebbe una frizlemon?». Alto, magro e molto vecchio, con i capelli lunghi e argentati e gli occhiali a mezzaluna, Albus Silente è il primo personaggio del mondo magico ad apparire nella saga di Harry Potter. Ha appena tolto la luce dei lampioni a Little Whinging con il suo deluminatore, e si accinge a consegnare Il-Bambino-Che-È-Sopravvissuto alla sua nuova famiglia babbana. Babbani, non maghi. E babbana è la caramella che offre a una esterrefatta professoressa McGonagall, leggermente esasperata da come l’anziano collega possa dedicarsi all’attività di staccare due caramelle rimaste attaccate tra loro mentre spiega amabilmente che Voldemort andrebbe chiamato con il suo nome, e non Tu-sai-chi. E la caramella babbana dice tanto di Silente: non solo che è un protettore dei non appartenenti al mondo magico, ma anche e soprattutto che è curioso, aperto, intelligente, capace di lasciarsi sedurre dal diverso, ma anche di mettere le situazioni peggiori nella giusta prospettiva.

La sua passione per i dolci, non solo quelli babbani, anima il preside di Hogwarts con una dimensione fanciullesca che lo rende irresistibile. Il suo racconto del trauma con le caramelle Tutti I Gusti Più Uno è nella memoria di ogni fan della saga, e se un tempo Silente ne ha assaggiata una al sapore di vomito, il nuovo assaggio, dopo anni, lo porta a trovare un disgustoso dolcetto al cerume. Ma non basta: la parola d’ordine per accedere all’ufficio del preside cambia ogni anno, ma rimanda al mondo dei dolci, come ape frizzola o sorbetto al limone.

Il cibo, passaporta verso il mondo magico
Ma Silente non si limita ad assaggiare confetture (adora quella di lamponi) o a sorseggiare idromele barricato. Con il cibo Silente apre le porte della magia: come quando fa volteggiare proprio dei bicchieri di idromele sulle teste degli attoniti zio Vernon e zia Petunia, usando loro una cortesia non gradita e forse leggermente, ironicamente intimidatoria. O come quando fa comparire interi banchetti nella sala comune di Hogwarts: un battito di mani ed ecco la tavola imbandita con decine e decine di pasticci di carne, salsicce in crosta, roastbeef, purè, budini, zuccotti di zucca, crostate di melassa accompagnati da litri di burrobirra e succo di zucca, in una sorta di rivisitazione magica dei sapori tradizionali inglesi.

Eppure Silente non crea magicamente il cibo: a prepararlo, spiega Hermione, l’amica fidata di Harry, sono gli elfi domestici, che cucinano senza sosta per studenti e professori, e usano la loro magia per farlo apparire quando il preside lo chiede. Il cibo infatti non si può creare dal nulla. Si tratta di una delle cinque eccezioni alla Legge di Gamp sulla Trasfigurazione Elementale, una legge magica fondamentale: è possibile richiamare il cibo da un altro posto, oppure si può raddoppiare o trasformare se ne si possiede già un po’, ma non lo si può creare. Per questo gli elfi cucinano, non solo ad Hogwarts, ma anche nelle case: chi non ricorda le zuppe che Kreatcher, l’elfo domestico di Grimmauld Place, prepara ad Harry e ai suoi amici quando si decide finalmente a servirli con rispetto e affetto? E lo stufato di rognone che avrebbe preparato per i ragazzi al loro ritorno ma che Harry, Ron ed Hermione non hanno mai potuto assaporare perché costretti alla fuga? O ancora il grido di battaglia dello stesso Kreacher che guida i suoi compagni elfi in battaglia alla fine della saga, esortandoli a uscire dalle cucine e a combattere con coltelli e attrezzi da cuoco?

Ma non sono gli elfi i soli a cucinare. Le mamme magiche cucinano come le mamme babbane. La signora Weasley, la mamma di Ron, Ginny e di una nutrita tribù di figli dai capelli rossi, prepara da mangiare ai suoi come ogni mamma, con amore e dedizione, anche se aiutandosi con la magia: le verdure si affettano da sole, e nel pentolone il cucchiaio gira senza l’aiuto di una mano, ma il risultato sono piatti genuini e buoni, spezzatini, salsicce, pasticci e torte fatte in casa.

Le cose cambiano quando i maghi “mangiano fuori”. A Hogsmeade, meta delle gite nei fine settimana degli studenti di Hogwarts, si possono acquistare dolci magici a Mielandia, mentre ai Tre manici di scopa possono sorseggiare burrobirra e idromele in un’atmosfera da pub inglese, magari mangiando pollo arrosto e patatine. Infine l’altro pub, quella Testa di Porco dai vetri sporchi e dall’atmosfera cupa, dove si mangiano cose poco allettanti, come zuppa di cipolle e formaggio, quello in cui nessuno vorrebbe entrare ma che, gestito da Aberforth Silente, avrà un ruolo fondamentale nella scrittura di un lieto fine per la saga.

Ancora, il cibo può essere oggetto di magie (la torta preparata da zia Petunia, fatta di montagne di panna montata e violette zuccherate, che Dobby fa precipitare sul pavimento della cucina), il suo valore magico è talvolta quello che anche noi babbani conosciamo: il cioccolato è un rimedio utile e immediato contro gli effetti devastanti di un incontro con i dissennatori. E non servono le spiegazioni del professor Lupin per sapere che, quando qualcosa sembra portarci via la gioia di vivere, un pezzetto di cioccolato ci aiuta a ritrovare il buon umore.

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Il lato oscuro del cibo
Ogni mago ha le sue preferenze: l’eccentrico Lumacorno ama offrire ricchi banchetti in cui si gusta ogni bendidio e non nasconde la sua predilezione per l’ananas candito, la severa McGonagall ha sempre a disposizione una scatola di biscotti allo zenzero con cui rincuorarsi e rincuorare gli studenti alla bisogna, il vanitoso Lockhart ha un debole per i dolcetti raffinati, il visionario Xenophilius Lovegood prepara una particolarissima zuppa di Plimpli ghiottoni, il diffidente Malocchio Moody beve solo dalla propia borraccia. E l’elenco potrebbe continuare, passando attraverso le merendine dagli effetti collaterali incontrollabili offerte da Fred e George a attraverso i cioccolatini contenenti potenti filtri d’amore (inutile invidiarli, in realtà la magia non può creare il vero amore, ma solo un’ossessione violenta e irrazionale).

Ma come alla magia buona si scontra con le arti oscure, così il cibo definisce il lato buio, violento e malvagio del mondo magico. A partire dal nome: i seguaci di Voldemort chiamano sé stessi Mangiamorte. I cattivi non si godono il cibo: lo stesso Signore Oscuro ha rinunciato a ogni piacere fisico, e il suo distacco sembra venir meno solo quando si tratta di consumare cibi malvagi: il sangue di unicorno, magico liquido argentato, dona a chi lo beve la vita, ma una vita maledetta, perché ottenuta a costo di uccidere una creatura purissima; e ancora il veleno di Nagini, il serpente, che viene “munto” da Codaliscia, servitore fedele del Signore Oscuro.

Cibo sì, dunque, ma abominevole. E se il tè e i pasticcini sono una maschera leziosa che la professoressa Umbridge usa per nascondere il suo sadismo nel punire i ragazzi (e il veritaserum da somministrare a Harry), se la famiglia Malfoy ostenta la sua ricchezza nelle tavole apparecchiate, se Greyback, il lupo mannaro, porta la sua degenerazione malvagia a una vera e propria ossessione per la carne umana, esiste un personaggio che è in ogni ambito il più complesso e il più tragico della saga. Severus Piton, la cui infanzia, segnata della povertà, ha disegnato il volto emaciato del professore e le cui scelte, sofferte e dolorose, hanno definito un rapporto ascetico con il cibo: nessuna passione, nessun piacere può esserci per lui, ma solo il rimpianto per l’amore perduto e la dedizione a una causa disperata. Piton non mangia, Piton osserva, in disparte, isolato anche nella folla dei banchetti di Hogwarts, anche quando i sorveglia i ragazzi intenti a far colazione, tra panini imburrati e salsicce fritte. Il cibo sembra tracciare una linea di demarcazione tra la vita che scorre nei corridoi della scuola di magia e il dolore racchiuso nel cuore del professore.

Harry
E Harry? Il protagonista della saga può essere raccontato semplicemente attraverso i sapori che incontra nella sua vita: affamato per undici anni, costretto nel sottoscala dei Dursley a mangiare gli avanzi di Dudley, viene salvato dalla sua vita infelice dall’arrivo di Hagrid, che gli dona una goffa torta di compleanno stortignaccola, guarnita da una scritta di auguri sgrammaticata. Nel viaggio in treno Harry scopre l’universo magico grazie al sapore di caramelle Tutti i Gusti più Uno e Cioccorane, dolci che il bambino condivide con i suoi amici, gli amici che diverranno i compagni di ogni avventura. E al suo arrivo ad Hogwarts Harry è sopraffatto dallo stupore per l’abbondanza del banchetto che viene offerto agli studenti, simbolo di una nuova vita che si apre davanti a lui.

Nel corso delle sue avventure il giovane mago sperimenterà il gusto della cucina di casa e delle premure di Molly Weasley, il sapore amaro di una nuova fame nel suo peregrinare alla ricerca degli Horcrux, tra funghi selvatici, scatolette babbane e salmone mal cotto. E alla fine, dopo aver sconfitto il nemico mortale, Harry prima di godersi il meritato riposo chiede a Ron ed Hermione di scendere con lui in cucina per farsi preparare un panino dagli elfi domestici. Cibo come ritorno alla normalità, cibo che nutre e che ristora. Perché nel mondo magico come quello reale il cibo non è solo nutrimento, ma è qualcosa che definisce le persone, che le unisce e che le separa, è un linguaggio universale che esprime una magia potente quanto quella dell’amore.

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