La precaria quotidianità di Odesa squarciata dai droni russi

Una piccola folla di persone è ferma, immobile, in cima alla scalinata Potëmkin, a Odesa. Guardano tutte verso il porto, in silenzio. In lontananza si vedono piccole nubi di fumo nero e si sente il rumore delle esplosioni. Nessuno aggrotta la fronte, nessuno sobbalza. È un suono agghiacciante, ma anche terribilmente familiare ormai, da non suscitare più alcuna reazione, se non il silenzio.
Il resto della città è viva. Le spiagge sono piene di persone in costume che prendono il sole, i locali servono cibo a tutte le ore del giorno e per le strade si ascolta musica alta in ogni angolo (anche italiana: Max Pezzali e Celentano sono piuttosto popolari).
Eppure qui, di fronte al porto di Odesa, regna il silenzio, interrotto soltanto dal ronzio degli intercettori e dal boato delle esplosioni.
Lo Shahed non lo vediamo nemmeno arrivare, è ancora troppo distante per l’occhio umano. Vola verso la città. Lo sapevamo. I principali canali Telegram lo avevano comunicato diversi minuti prima. Poi il rumore. Sempre quel rumore. Simile a un fulmine che si abbatte al suolo. I nostri sguardi vengono catturati simultaneamente da un piccolo fuoco che si accende in aria, seguito immediatamente da una nube di fumo nero. Meno di un secondo dopo, vediamo il drone russo precipitare in mare.
Quasi immediatamente anche Telegram dà la notizia. Il messaggio dice solo «-1». Ne restano otto.
Su questa stessa scalinata, soltanto la sera prima, una folla molto più grande di persone, si era radunata intorno a un musicista con un microfono e una chitarra. Decine di persone di tutte le età cantavano insieme canzoni popolari ucraine, mentre l’ora del coprifuoco (mezzanotte) si avvicinava e l’ululato della sirena antiaerea squarciava l’aria della sera.
Una scena potentissima, surreale agli occhi di un qualunque occidentale. Ma perfettamente normale a Odesa e in gran parte dell’Ucraina. Perché in questo Paese la vita trova sempre il modo di scorrere anche durante la guerra.
Un boato. Un altro. Alziamo la testa e osserviamo l’orizzonte. Una nave ucraina è stata colpita in mare, di fronte a noi. L’aria intorno a lei si tinge immediatamente di nero. Questione di pochi secondi. Qualcuno la guarda, la indica, sospira. Il tutto mentre i bambini continuano a rincorrersi e ad arrampicarsi sugli scogli. Giocano con la sabbia e con le pistole ad acqua. E fanno il bagno in quello stesso mare dentro cui cadono gli Shahed.
In quello stesso mare in cui ancora oggi, da qualche parte, galleggiano, silenziose, le mine navali, che rischiano di staccarsi dagli ancoraggi e venire trascinate a riva dopo ogni tempesta. E infatti, di fronte alla scale che conducono alle spiagge, spuntano in bella vista cartelli che mostrano fotografie di vari tipi di mine, con l’indicazione dei numeri di emergenza da contattare in caso di avvistamento. Tutto ciò avviene a poco più di mille chilometri da noi, nel cuore del nostro continente.
In quel Paese dove ogni giorno muore qualcuno. Dove i civili resistono, i militari combattono e i bambini crescono conoscendo la differenza tra un missile balistico e un missile da crociera, sapendo che forma ha un drone kamikaze e il suono che fa quando viene abbattuto, o quando colpisce un edificio. Mentre la vita scorre, quando e come può, interrotta e stravolta quotidianamente dalla guerra. Una guerra che l’Ucraina non ha scelto, che non avrebbe mai voluto, ma che, da quattro anni e mezzo, è costretta a combattere per continuare ad essere libera.
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