Teresa Ciabatti, e la maternità dopo i quaranta

01 Agosto 2026 - 06:10
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Teresa Ciabatti, e la maternità dopo i quaranta

Madre maternità

Mi desideri? – Scrivo. Dimmi che hai voglia come all’inizio. Rispondi. E ancora: rispondi a questo, poi sparisco, giuro – e sì, sto implorando. Se vi chiedete cosa fanno le donne dopo i 40: chattano. Donne sposate da oltre vent’anni – nelle statistiche emerge una maggioranza di casalinghe: falso – professioniste affermate, madri. Ho passato gli ultimi anni a adescare uomini in rete, mentre mia figlia cresceva.

Primipara attempata, ovvero coloro che diventano madri in età avanzata come me che ho partorito a 37 anni. Dovevo pensare alla carriera – questo dato delle statistiche è reale. Circondata da amiche che hanno compiuto la medesima scelta, non mi sono sentita strana.

Nonostante i moniti, crescere un figlio a questa età si è rivelato non solo possibile, addirittura migliore, ti godi maggiormente il bambino, con una consapevolezza diversa. Certo, le energie non sono quelle dei vent’anni, non hai la forza di giocare, né di scivolare/saltare sui gonfiabili. Tutto questo tuttavia può essere demandato a una tata – essendo voi madri lavoratrici, potrete permettervi una tata, cosa che a vent’anni sarebbe stato impossibile.

A conti fatti, la condizione di primipara attempata sembra portare solo vantaggi. Senza contare, che essendo tu economicamente autosufficiente puoi riempire il figlio di giocattoli, accontentare ogni suo capriccio, di più: anticiparlo. Ehi – e qui mi rivolgo a mia figlia – chi ti ha comprato la bambola parlante di cui neppure conoscevi l’esistenza? E le scarpe col tacco numero venticinque con le quali correvi per casa, caracollavi, cadevi? Per non menzionare il telefonino a sei anni quando non lo avevi chiesto, e lo avresti desiderato in seguito, a nove, allorché quello sarebbe stato inadeguato, e scaraventandolo a terra urlavi voglio un Iphone.

Frattanto tu, madre, moglie – con tuo marito che non ti tocca da almeno dieci anni – vivi una seconda adolescenza (impreciso dire giovinezza, trattasi di piena, elettrizzante adolescenza, uscire di nascosto, raggiungere amanti, baciarsi per strada, salire su moto abbracciata stretta a lui/loro, il vento).

Questa è la vita meravigliosa di noi primipare attempate, noi ultra quarantenni con figli piccoli, prendiamoci il mondo. Una donna realizzata sprigiona fascino. E io – mai stata bella – mi ritrovo a esser considerata tale sotto la luce della realizzazione.

Si susseguono amanti, baciarsi per strada, vento.

Già a pochi mesi Margherita dimostrava di essere una bambina buffa. Lineamenti regolari su un ovale troppo largo. Riprendendo le foto della mia infanzia: che creatura bellissima ero stata io. Lei meno, difatti somigliava al padre. In prima elementare tornando da scuola annunciava: un altro no, mamma. E io sdrammatizzavo, chissenefrega dei maschi. I maschi non capiscono niente, amore. Tra qualche anno vedrai la fila!

Così crescevo una creatura bruttina ma di piglio, la educavo ai valori del carattere che vince sulla bellezza, la bellezza passa – sentenziavo, nel frattempo mandando e ricevendo messaggi di amanti e vivendo la seconda adolescenza appunto, però magnifica, in quanto la prima era stata dimessa, quando mai nella prima ero stata desiderata (dopo un’infanzia di bellezza, c’erano stati anni di trasformazione: ingrassata, enorme, seppure con un bel viso, ma che se ne fanno del viso gli ormoni di maschi adolescenti). E dunque questa seconda adolescenza, dopo la prima mortificante. Questo momento di splendore che mi permetteva di filosofeggiare con la creatura fragile al mio fianco, nel letto, stringermela al petto – nessuno ti farà del male. Perché io, quella cosa piccola e morbida, l’avrei difesa. Col lavoro, coi soldi guadagnati avrei riparato ai torti a cui la bambina sarebbe andata incontro, delusioni, rifiuti. Finanche portarla da un chirurgo plastico e rifarmela tutta, nessun limite (ammetto di essermi rivolta con largo anticipo al chirurgo: a che età si può fare la liposuzione?).

Nel letto, dalla nascita a oggi, vigilia della Comunione, stringere forte quell’esserino che è mia figlia, ripararlo.

A proteggere la madre professionista di successo, donna fascinosa. In questa nuova veste ero pronta a sostenere tutte le ragazzine infelici tra le cui file un tempo c’ero stata anch’io, che tempo lontano. A letto con l’amante, lui dice fammi vedere tua figlia. E io, cercando la foto in cui è venuta meglio, preciso: non mi somiglia.

Sul telefono lei – sette, otto anni – paffutella, il pediatra ha sempre parlato di un’oscillazione di tre quattro chili – sul telefono lei ride. I capelli scuri tirati indietro da un cerchietto rosa. Ha i tuoi occhi, dice l’amante.

Poi arriva l’estate dei suoi dieci anni, che è anche l’estate dei miei 47. Mentre io combatto con una sciatalgia, lei sboccia.

Nell’estate dei suoi dieci anni, Margherita cresce, dimagrisce. Guardala saltare la corda, fare la ruota sulla spiaggia: spalle dritte, gambe lunghe.

Guardala da questa distanza, dalla sdraio su cui sono distesa e dalla quale per alzarmi necessito dell’aiuto di qualcuno, una mano a cui aggrapparmi.

Gambe lunghe, sedere alto, mia figlia. Il suo sedere non deriva da me, niente di quel corpo slanciato mi appartiene – veloci flash sulla ragazzina che sono stata io. Per strada, su una spiaggia. Nascosta sotto l’ombrellone, a camminare rasente ai muri. Brevi flash nella testa sulla visione reale di lei che salta, piroetta a prendere la palla lanciata dall’amica. Giocano a beach volley. Eccoci, primipare attempate. A appassire nell’istante in cui le nostre figlie si schiudono – pensiamo a fiori. A vivere la morte dei nostri ormoni – a breve entreremo in menopausa – insieme a quelli delle figlie che esplodono. Se solo si potesse tornare indietro, se solo mi potessi scambiare con te che giganteggi vergine sulla spiaggia.

Quando mettono in guardia sul fare figli in età avanzata, intendono esattamente questo. Questo istante crudele di sostituzione – non sovrapposizione, non identificazione –, questo momento in cui tu rimpicciolisci, e lei emerge – nel letto la tiri a te, la stringi, e lei si allontana.

Sebbene tu stia lottando per non sparire, stai svanendo. Mi desideri? – scrivo, e è la mia forma di resistenza.

L’amante si è stufato di me. Pensiamo pure che sia un caso: lui che non risponde nel momento esatto in cui io capisco di essere vecchia – estate, spiaggia. Pensiamo che non ci sia correlazione, che sia una fantasia della mia mente alterata, complessata.

Ci siamo conosciuti sui social, sbirciando l’uno le foto dell’altra, imbattendoci nei commenti reciproci così intelligenti, ironici in un contesto di mediocrità. Prima di vederci ci siamo scritti per un mese – una volta ho contato centododici messaggi in un giorno.

Quello scriverci, quella smania non soddisfatta subito, ha enfatizzato l’emozione – è questa la caratteristica dei rapporti virtuali. Così il giorno dell’incontro sembrava che il desiderio non potesse essere maggiore. Quel giorno pareva a entrambi di non aver mai voluto qualcuno con la stessa intensità, come se nella vita non avessimo cercato altro. Scopavamo guardandoci negli occhi.

Dopo quel giorno l’ardore si era normalizzato. Ma non era sparito, a differenza delle relazioni precedenti, nate sempre virtualmente, dove si spegneva a contatto con la persona in carne e ossa. Riconosco quanto in questi abbia scopato a vuoto, mi sia concessa a casaccio.

Le relazioni nate in rete hanno un giorno perfetto, quindi perdono senso. Quel tanto immaginare, idealizzare porta a un sesso in cui tu – analizzando a posteriori – tu fai l’amore con te stessa (una te idealizzata), in un rispecchiamento vertiginoso. Niente è più emozionante del farlo con se stessi, pensare: eccomi. Fino a quel: bambina incompresa, adolescente derisa, oggi tra le braccia ti chi ti ama davvero. E chi ti ama davvero sei tu. Era stato uguale con l’amante, solo che con lui il giorno perfetto si era prolungato. Lunghissimo rispecchiarsi, ritrovarsi della durata di un anno.

Non c’è stata una vera rottura tra noi, solo stanchezza – da parte sua. Messaggi meno frequenti, appuntamenti rimandati. L’ultima volta che l’abbiamo fatto, lui non è venuto. Stress, si è giustificato. E sul momento gli ho creduto, per poi rimuginare: non lo eccito più, sono vecchia. Cercare di capire, incaponirsi: mi desideri? – scrivere. Per favore, dimmi che hai voglia. Ti prego, rispondi. Rispondi a questo, poi sparisco, giuro. Scrivo la sera della vigilia della Comunione di mia figlia, con lei che fa avanti e indietro dal bagno, i capelli meglio sciolti o legati?

Noi, primipare attempate. Con le nostre figlie che stanno per ricevere il sacramento della Comunione, con queste quasi donne, e noi quasi vecchie, guardiamoci in faccia, riconosciamoci. Fino a qui mi sono osservata attraverso gli amanti. È arrivato il momento di rispecchiarsi nelle coetanee. Fuori scuola, una mamma mi consiglia un endocrinologo che l’ha salvata: con la menopausa aveva preso dieci chili. È questo forse l’episodio che mi dà la spinta. Che mi porta a insistere con l’amante – sera, vigilia della Comunione: ti prego, rispondi.

Ancora non è arrivato il momento d’invecchiare, resisto, mi aggrappo all’ultima illusione. E l’ultima illusione è il corpo di mia figlia. In quell’esemplare di quasi ragazza, ritrovo me stessa (illusorio quanto ritrovarsi nell’amante, è tutto un ricercarsi).

Eccomi, non come davvero sono stata, – bambina incompresa, ragazza derisa – bensì come sarei potuta essere se solo i geni si fossero combinati in altro modo, poiché i geni sono i medesimi, la bambina di viso è il mio ritratto – ho iniziato a accorgermene quest’estate, l’estate dei suoi dieci anni. I primi anni somigliava al padre – dico per spiegare il tempo di non somiglianza. Adesso è identica a me, riprendiamo le foto.

La mia fotocopia felice. L’infelicità per me derivava dal fisico: altezza, peso. Con questo viso, se fossi stata alta, se fossi stata magra. Passano trentasette anni, e eccomi nella versione migliore di me. Cos’è un figlio se non questo? Questa miglioria della specie, questa seconda possibilità.

Mi verrebbe da dire all’amante che non risponde, si eclissa. Guarda il sangue del mio sangue, il risultato dei mei geni. Ingannandolo: guarda me attraverso il tempo (che ne sa di com’ero da adolescente).

E dunque, alla vigilia della Comunione, mentre mia figlia fa avanti e indietro dal bagno, disquisendo su domani – meglio tornare a casa per cambiarsi, o cambiarsi direttamente al ristorante, e anche: posso truccarmi? – e dunque, mentre questa bambina ragazza volteggia in mutande, e io la rimiro dal letto, mi dico perché no.

E così, in piena coscienza, in assoluta lucidità, io – lavoratrice, donna economicamente autonoma, primipara attempata – fotografo il suo culo e lo invio all’amante. Invio la foto del culo della mia bambina, in rappresentanza di me, di quello che sarei potuta essere (con quel fisico e questa faccia), avatar in carne e ossa – immaginiamola nei letti, sopra e sotto uomini che la amano, e che lei ricambia per tempi brevissimi, a tratti, quel che basta per ferirli, per vendicare me, madre.

Io sto mandando il primo piano del culo di mia figlia decenne che qualcuno potrebbe scambiare per materiale pedopornografico, e invece no – dico a chi progetta di accusarmi – è un modo per testimoniare che sono stata quell’essere lì, in origine: bellissima. Mia figlia a testimoniare il gene, io ero quello che adesso tu rifiuti. Perciò la mia è solo una preghiera affinché tu possa cambiare idea, tornare indietro.

E se voi pensate che mia figlia non si accorga di nulla, sbagliate. Oh se lei vede. Ma non dice niente, ed è questo il suo modo di avvicinarmi a sé, poiché dormiamo ancora nello stesso letto, abbiamo mantenuto l’abitudine di dormire insieme, incrociare le gambe. È questo il suo modo di invertire i ruoli, tirarmi a sé, stringermi forte, stringere questa cosa indifesa che oggi sono io.

Questo racconto di Teresa Ciabatti è tratto dal primo numero di K, la rivista letteraria de Linkiesta, dedicato al sesso. È stato pubblicato per la prima volta nell’autunno 2020. Si può acquistare qui, allo store de Linkiesta.

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