Francesco Piccolo, e il peso della memoria

04 Agosto 2026 - 06:10
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Francesco Piccolo, e il peso della memoria

Barchetta di carta

La parola “restìo” che mi torna in testa ogni notte da quando ero bambino e mi diedero da leggere Cuore. Il fatto di ricordare intere frasi del libro: «Non ti vedo ancora andare alla scuola con quell’animo risoluto e con quel viso ridente, ch’io vorrei. Tu hai ancora il restìo». Tutte le notti, quando non riesco a dormire, il segnale di via libera all’occupazione del cervello lo dà questa domanda: ma io ce l’ho ancora il restìo? Di giorno mi sembra di no, ma di notte mi sembra che avrò il restìo per tutta la vita. Domani avrò l’animo risoluto, mi dico, ma so che il restìo resisterà. Il cappello dei bersaglieri era infilato tra l’armadio e il muro nella camera da letto dei miei genitori, appeso accanto alla vestaglia di mio padre, come se in tutta la casa lui avesse scelto quella specie di incavo come sua proprietà assoluta. Noi, se dovevamo nasconderci per giocare, andavamo lì dietro, era perfetto, e però stavamo molto attenti a non far cadere il cappello. Solo qualche volta mio padre me lo faceva toccare. Era duro e poi aveva delle piume morbidissime che accarezzavo con curiosità, sotto l’occhio vigile e teso di mio padre che aveva paura che facessi qualche danno.

Quella domenica pomeriggio sul letto, ai tempi del liceo, ad aspettare una telefonata, ascoltando a ripetizione Buona domenica di Antonello Venditti che racconta di una ragazza che aspetta una telefonata una domenica pomeriggio. Non è per dimenticare quel dolore, che anzi mi piace ricordare, ma la pochezza didascalica di voler raddoppiare il dolore in compagnia di una canzone che intanto mi spiegava come ci si sentiva. Vorrei dimenticare questa sensazione di inadeguatezza che mi faceva pensare che era Antonello Venditti a dovermi spiegare cosa stavo provando. La telefonata poi non arrivò, naturalmente. E non arriva nemmeno in Buona domenica. L’animo non è risoluto. Io che urlo al telefono mentre cammino avanti e indietro in bilico sopra un monumento di Roma, disperato. E poi ogni volta che ci ripasso me lo ricordo.

In realtà mi succede questo: che se sono in motorino, distratto dai pensieri, poi sento un malessere, e allora capisco di essere vicino a quel monumento. E infatti è così. E poi perché, anche se sentivo di non doverlo dire, dopo aver alzato lo sguardo dalla pancia di quella mia amica ho detto, mentre pensavo forse è meglio non dirlo, ma ho detto: ma sei incinta?, e lei ha detto: no, perché lo dici? E riprovo insieme a te una volta ancora insieme a te Ancora nonostante so che non potrei Senza un briciolo di testa Come se odiassi me Che ormai son troppo presa e tu lo sai E sempre più tenacemente ti vorrei Senza un briciolo di testa come se odiassi me. Ogni notte, poi, penso sempre, almeno una volta, a Kate Winslet. Così, le mie labbra senza emettere suono dicono: Kate Winslet. E passo avanti. Aznalubma. Non riappendere il microtelefono senza tenere premuto il tasto. Ne jetez aucun object par la fenêtre. «Va’, e per un po’ di tempo non portarmi più la tua carezza: non te la potrei ricambiare col cuore». Il padre lo diceva a Enrico Bottini perché aveva risposto male alla madre. E gli diceva anche: «Non sperar serenità nella tua vita, se avrai contristato tua madre». E infatti io sono qui che non dormo. Aznalubma. Aznalubma. Aznalubma. Aznalubma. Aznalubma. «Il mio bacio / era una melagrana / profonda e aperta: / la tua bocca una / rosa di carta».

Questa era la scritta che compariva su ognuno dei tovaglioli di carta che comprammo insieme io e mia figlia, quando era piccola. I tovaglioli avevano il bordo fiorato e dei fiori rossi al lato opposto del madrigale. Erano dei tovaglioli di carta assurdi, indecenti. Se Miafiglia non fosse esistita, non li avrei comprati mai per nessun motivo e avrei riso se li avessi trovati a casa di qualcuno.

Quando vennero due miei amici, Silvio e Doriana, un giorno, erano finiti i tovaglioli di carta e dovetti tirarli fuori. Quanto mi vergognai? Solo un po’. A Miafiglia piacevano. La distanza tra assecondare un suo gusto e quel che a me faceva vergognare non c’era più. Ogni notte io approvo quell’acquisto, penso che se ci si vergogna con gli altri del gusto di una bambina, allora non si è niente – e i figli non sono valsi a nulla. Non voglio avere il restìo. Voglio avere l’animo risoluto. Io rinascerò Cervo a primavera Oppure diverrò Gabbiano da scogliera. Non capirò mai cosa vuol dire io rinascerò cervo a primavera. O, in alternativa, gabbiano da scogliera. Perché non mi lasciano in pace tutte queste canzoni, di notte, perché non se ne vanno per sempre. Ho bisogno di spazio nella testa, devo dimenticare e non riesco a dimenticare l’è là l’è là che l’aspettava l’è là l’è là che aspettava Miguel. Miguel son mi. E la cantina buia dove noi respiravamo piano; vagabondo che son io vagabondo che non sono altro; gli spermatozoi l’unica forza tutto ciò che hai; un tuffo dove l’acqua è più blu niente di più. Insert coin for only when lit. La sera in cui sono andato a cena in quel ristorante dove c’è la proprietaria che mi turba moltissimo eroticamente. Quando sono entrato e l’ho vista, mi è sembrata invecchiata. Ho mangiato, bevuto, mi sono ubriacato e quando poi ero per strada, poiché sono scemo, poiché sono stronzo, ho mandato un messaggio a un mio amico: Ho scritto il nome della proprietaria, poi virgola, il mio mito erotico, poi virgola, è diventata vecchia. Poi ho inviato. E poi non si può tornare più indietro nella vita, e anche stanotte mi chiedo perché non è la notte precedente a quella sera in cui sono andato a mangiare lì e poi ho mandato quel messaggio? Io quel messaggio non l’ho mandato al mio amico, ma alla proprietaria. Per errore. Avevo il suo numero. Per anni ho pensato ora le scrivo qualcosa di azzardato, ma non ho mai avuto il coraggio. Non avevo l’animo risoluto, avevo il restìo.

Ma quella sera poiché avevo digitato appena il suo nome, l’istinto di autodistruzione me l’ha fatto mandare a lei. E lei mi ha risposto: chi sei? E io ho pensato di essermi salvato. Ho inventato una storia sul momento, e lei mi ha risposto: non ho ancora capito chi sei. Sono insonne da quando avevo diciannove anni, e i motivi per esserlo si sono certo accumulati. Ma quell’ancora di quel messaggio è di sicuro uno dei motivi per cui non dormo. È uno dei motivi per cui l’insonnia si è dopata. Penso che – sono passati anni – lei stia ancora indagando, non l’ha ancora scoperto, ma lo scoprirà. Forse stanotte. Forse ci sto pensando in questo momento perché lei lo ha capito in questo momento. Non l’ha ancora capito vuol dire che lo capirà. Non ci sono tornato e non ci tornerò mai più. A casa mia c’era una scatola con le foto di mio padre e ce n’era una che la prima volta che la vidi mi lasciò senza respiro e che in seguito ogni tanto andavo a rivedere, quasi per studiarla: ritraeva mio padre molto giovane, un ragazzo, che saltava dentro un cerchio di fuoco, e io la studiavo per capire quante probabilità ci fossero che quel ragazzo che poi sarebbe diventato mio padre sarebbe riuscito a oltrepassare il cerchio di fuoco senza bruciarsi. «Tu hai urtato una donna. Bada meglio a come cammini per strada. Anche lì ci sono dei doveri. Se misuri i tuoi passi e i tuoi gesti in una casa privata, perché non dovresti far lo stesso nella strada, che è la casa di tutti? Ricordati: Tutte le volte che incontri un vecchio cadente, un povero, una donna con un bimbo in braccio, uno storpio con le stampelle, un uomo curvo sotto un carico, una famiglia vestita a lutto, cedile il passo con rispetto. Rispetta la strada. L’educazione di un popolo si giudica innanzi tutto dal contegno ch’egli tien per la strada».

Perché quell’attrice che leggeva brani dal mio libro, dietro il palco, mentre parlavamo di Federico De Roberto e dei Viceré che aveva appena letto, mi ha detto: ma lui ci dava dentro? E a questo punto torna implacabile quella scena nel bagno di casa mia quando da ragazzo quella mia amica più grande che mi sembrava bellissima mi dice mentre ci laviamo le mani insieme: ho il perizoma. Io senza fiato dico l’unica cosa che potevo dire, speranzoso: non ci credo. E lei si alza la gonna, e io provo un’eccitazione così potente e frustrata che mi provoca un dolore violentissimo, inspiegabile, ineliminabile. Vorrei non aver mai visto, perché ancora ora non ce la faccio a sentire il mal di stomaco che sento ricordando. Quella sera in cui quella ragazza disse con convinzione che Pastorale americana era il peggior romanzo che avesse mai letto. Non vorrei dimenticare solo quella ragazza, ma il luogo, le parole, e tutta la serata. Vedo non vedo, vedo non vedo. Aznalubma. Però se mio padre è stato qui con me per anni, se aveva il cappello da bersagliere appeso dietro il mobile, allora quel cerchio di fuoco lo avrà saltato, ce l’avrà fatta. Poi mi viene sempre in mente quel libro che lessi da ragazzo su alcuni dispersi sulle Ande o nel Polo Nord o nel deserto e poi alcuni muoiono e gli altri se li mangiano per sopravvivere. E mi dico: domani mattina devo cercare su Google e poi la mattina non ho nessuna voglia di sapere più che libro fosse. Ma non casca il mondo, casca la terra e tutti giù per terra, ponte riponte ponte pì tappe tapperugia, branca branca branca leò leò leò fiuuu bum! Guardare sul dorso la data di scadenza, da consumarsi preferibilmente entro, senza coloranti né conservanti, come sgorga dalla sorgente, Adesso mi sento come mi sento ogni notte: come se fossi in treno in viaggio la domenica sera. Sento l’odore e vedo le luci dei treni la domenica sera. La notte lì fuori. Mi vengono in mente le volte che sono andato a comprare il latte dal bangla di fronte casa, la domenica sera.

La domenica sera forse non bisognerebbe uscire per nessun motivo. Lo struggimento mi aspetta appena fuori la porta di casa, mi salta addosso, e poi rimane anche quando sono tornato a casa. Lo struggimento mi aspetta la domenica sera fuori la porta, se esco, o sul sedile di un treno. E poi mi aspetta nel letto, ogni notte, quando apro gli occhi dopo aver dormito qualche ora, mi giro verso l’orologio sperando che sia più tardi, e invece l’orologio mi delude sempre. E quando mi rigiro su un fianco, lo struggimento è accanto a me, mi guarda con gli occhi lucenti nel buio. E me lo devo prendere addosso. E sentire il restìo. Quel giro in bici con una ragazza con le lentiggini, a sedici anni, lei seduta sul manubrio di fronte a me e io che le confessavo il mio amore e lei che apprezzava sinceramente e mi considerava con tenerezza, ma come un sano guarda un malato, un adulto guarda un bambino. Non ci pensava nemmeno, non rientrava nelle possibilità percentuali – non che non lo sapessi, ma la quantità d’amore aveva fatto perdere razionalità e lo sapevo benissimo nei mesi precedenti e nelle settimane precedenti, ma non lo sapevo più da due giorni, da due giorni mi era presa una strana speranza, come se nel mondo tutto potesse succedere, come se quello che non può accadere poi accade. E poi lo sapevo di nuovo benissimo mentre lei era ancora seduta lì e io sudavo faticando nell’andare in giro. La ragazza con le lentiggini non ha dovuto nemmeno dire «no», perché no era l’ammissione che ci sarebbe potuto anche essere un sì. E invece non ci sarebbe potuto essere. E allora non ne abbiamo più parlato, con dignità. Quel pezzo spiritoso che scrissi per Il Venerdì, in cui dicevo che dovevano eliminare con legge costituzionale i saggi finali ai campi estivi. E poi sono andato a prendere mia figlia al campo estivo e l’animatore dal palco ha detto: siamo tutti qui riuniti, anche se ci sono genitori che hanno scritto che i saggi finali nei campi estivi vanno eliminati. E mia figlia ha detto: ma papà… E tutte le volte che ho detto: scusi dov’è il bagno? Al piano di sotto.

Mi ripasso a memoria e in ordine cronologico tutti gli scalini di tutti i ristoranti in cui sono dovuto andare a fare pipì al piano di sotto. Le bionde trecce e gli occhi azzurri e poi quel pomeriggio in cui mia cugina mi fece notare che il cono gelato che stavo mangiando il barista lo aveva toccato e aveva toccato chissà quanti altri coni. E da quel momento in poi di tutta la mia vita ho mangiato tutti i gelati pensando: lo mangio il cono e rischio, o non lo mangio? E non mi sono goduto mai più un gelato, e nemmeno le volte in cui ho mangiato il cono. Perché poi, quando ho mangiato il cono, la notte è questo il primo pensiero che arriva, prima di tutti gli altri.

Nelle altre notti, arriva in mezzo gli altri. Vado alla lavagna e penso a te vado a posto e prendo tre, dormi tranquillo e asciutto Lines notte assorbe tutto. Quella volta che piangevo e piangevo, e avevo l’impressione che non avrei smesso più. Eppure, ero felice, perché era la prima volta che avevo preso un aereo, avevamo mangiato in un ristorante dove andava sempre Gigi Riva e poteva entrare da un momento all’altro quel giorno, ma poi non era venuto. E poi eravamo andati al palasport. Era l’ultima partita del triangolare di spareggio tra Genova, Napoli e noi. Juvecaserta contro Ausonia Genova. Se vincevamo, eravamo salvi. Se perdevamo, tornavamo in serie B.

Non ricordo nulla di quella partita, tranne le luci riflesse sul parquet. E il fatto che avevo cominciato a piangere molto prima che la partita finisse. E poi ancora dopo, e dopo. E poi in albergo di notte, fino a tardi, ero con mio padre e tutta la squadra, e c’erano giocatori che erano i miei idoli e che piangevano come me, senza smettere. Sembrava che il mondo finisse quella notte, lì, a Cagliari. Uno di loro mi accarezzò la testa, ma come per dire che non poteva consolarmi. E Gavagnin aveva il volto pallido, pallidissimo e la testa bassa, come se fosse in castigo. E fu allora che il Presidente disse: non vi preoccupate, non è successo nulla di tragico. Vedrete che torneremo subito in serie A, e più forti di prima. Tutti fecero sì con la testa, anche io forse. Quelle parole davano speranza, ma nessuno di noi era disposto a crederci. E soprattutto nessuno era disposto ad abbandonare il dolore. Nemmeno il viaggio di ritorno in aereo mi ricordo. Solo, che Cagliari è stato per anni un segno del dolore insensato di un ragazzino. The pen is on the table, Where is the pen? On the table! 7 orizzontale sta in mezzo all’aiuola UO, 14 verticale la fine del mondo DO. Quel contratto che la Rai, tanti anni fa, spedì a casa di un mio omonimo a un indirizzo di Torino. La responsabile al telefono ovviamente sosteneva che io abitavo a Torino, perché così diceva il contratto, e solo dopo molte insistenze ha ceduto, dicendo: «Ha ragione, perché la sua voce è giovane, mentre qui è scritto che lei è nato nel 1930». Aveva bisogno di una prova del fatto che io non fossi io, e il fatto che glielo stessi dicendo non le bastava. «Coraggio dunque, piccolo soldato dell’immenso esercito. I tuoi libri son le tue armi, la tua classe è la tua squadra, il campo di battaglia è la terra intera, e la vittoria è la civiltà umana. Non essere un soldato codardo».

Non perdonerò mai chi mi ha messo in mano il libro Cuore che mi ha lasciato dentro, per sempre, il senso di colpa nei confronti di chiunque, e di più verso le persone che amo; e la paura della notte, perché vengono i ladri e cercano di ammazzare la nonna e Ferruccio per difenderlo muore al posto suo. Se mio padre non avesse saltato quel cerchio di fuoco io non ci sarei stato e nessuno mi avrebbe fatto leggere il libro Cuore e una proprietaria di un ristorante non starebbe cercando di capire che chi ha scritto quel messaggio sono io. Pensieri parole opere e omissioni per mia colpa mia colpa mia grandissima colpa.

Questo brano di Francesco Piccolo è tratto dal secondo numero di K, la rivista letteraria de Linkiesta, dedicato alla memoria. È stato pubblicato per la prima volta nella primavera 2021. Si può acquistare qui, allo store de Linkiesta.

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