La tregua militare nello Stretto di Hormuz cammina sul filo

Siamo tutti col fiato sospeso, sia i centri diplomatici e i vertici militari, sia i comuni cittadini: la risposta del governo degli Ayatollah è prevista arrivare oggi, giovedì 7 maggio, e riguarda la proposta americana per la fine della guerra in corso contro l’Iran. Gli sforzi dei mediatori internazionali, che si sono impegnati nei lunghi e sofferti negoziati tra Washington e la Repubblica islamica stanno per giungere a compimento. Questa notizia è stata diffusa per prima dalla Cnn dopo averla appresa da una fonte iraniana, e mette in evidenza un fatto molto positivo: entrambe le parti stanno facendo progressi verso il raggiungimento di un'intesa condivisa.
Questa lettura positiva si è avuta dopo le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che nelle ultime ore ha parlato in diverse occasioni di “colloqui molto positivi” con l’Iran, lasciando preludere che un accordo tra le parti potrebbe essere oramai assai vicino.
Alcune indiscrezioni apparse sui media statunitensi riportano che la proposta Usa, articolata in 14 punti, costituirebbe la cornice preliminare entra la quale tracciare le regole necessarie al raggiungimento della cessazione delle ostilità per poi, subito dopo, avviare negoziati più dettagliati; merita essere evidenziato che tra i nodi principali del piano, un posto di rilievo occupa la cosiddetta moratoria sul “programma nucleare iraniano”; infatti gli Stati Uniti hanno fatto sapere che per giungere ad una possibile revoca graduale di alcune sanzioni economiche, oltre che la riapertura dello Stretto di Hormuz – cruciale per il traffico energetico mondiale – occorre definire compiutamente il destino delle risorse nucleari presenti attualmente nella Repubblica Islamica dell’Iran.
Purtroppo, fonti vicine a Teheran riportano che diverse clausole della proposta in esame sono state definite tout court “inaccettabili”; evidente segnale che, nei fatti concreti, il negoziato resta ancora avvolto da uno spesso mantello d’incertezza. L’amministrazione Trump sta puntando a un’intesa preliminare per evitare una nuova pesante escalation militare nella regione, già profondamente provata; questo auspicabile accordo potrebbe concludersi con una tregua (30 giorni basterebbero?) necessaria a riaprire i negoziati per giungere ad un’intesa più larga su sicurezza, nucleare e sanzioni economiche in atto.
Non scordiamo che intanto sta crescendo la pressione diplomatica internazionale: la Cina ha invitato le parti a fermare il conflitto e a garantire la riapertura delle rotte commerciali nel Golfo Persico (circa l’80% dell’approvvigionamento energetico da fossili necessari all’economia cinese passa da Hormuz), e la stessa Israele, com’è facile immaginare, continua a seguire con la massima attenzione l’evoluzione dei colloqui tra Washington e Teheran.
Da queste colonne abbiamo riportato - e più volte anche rimarcato - l’impegno profuso sul piano diplomatico dal Pakistan, astro nascente che si estende nella sfera d’influenza geopolitica del Golfo Persico e crediamo giusto riportare, pur preservando il cauto ottimismo che abbiamo sempre lasciato trasparire sulla possibilità di arrivare rapidamente a chiudere l’accordo in esame, che il Pakistan, dal suo punto privilegiato d’osservazione ha chiarito che, al momento, non è in programma un colloquio diretto tra Stati Uniti e Iran: "non ci sono intese per eventuali incontri diretti tra iraniani e americani". Il presidente Trump conferma comunque di aver chiesto a Teheran una risposta, in tempi rapidi, alla sua proposta di pace suddivisa in 14 punti. Non resta che attendere, fingers crossed.
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