La Vigilanza Rai metafora del paese. Parla Petruccioli
Il panorama desolante della Commissione di Vigilanza Rai, azzerata dopo un interminabile stallo con dimissioni incrociate dei membri di maggioranza e opposizione, sembra a Claudio Petruccioli – storico dirigente ex Pci-Pds-Ds, a lungo parlamentare, presidente Rai tra il 2005 e il 2009 e della Vigilanza tra il 2001 e il 2005 – una “metafora purtroppo perfetta di un modo di agire deteriore, ma ormai diffuso in tutto il mondo politico italiano, e non soltanto rispetto alla tv pubblica”. Ed è impietoso, rispetto al metodo, ai toni e al lessico, il paragone con un passato in cui, se si guarda a ritroso, e per esempio alla nomina al vertice Rai dello stesso Petruccioli, la concordia maggioranza-opposizione si poteva non soltanto trovare, ma trovare con ampia convergenza: Petruccioli nel 2005 è infatti diventato presidente Rai con 33 voti su 33 (voti espressi dagli esponenti di ogni colore dell’allora Vigilanza). Oggi non soltanto non è stato così, nonostante la donna attorno alla quale lo stallo è nato, Simona Agnes, figlia di Biagio, non sia certo una personalità estremista: quel che si è visto – lo stallo, appunto – rischia anche di cristallizzare un procedere per veti reciproci.
“Questa vicenda”, dice Petruccioli, “è lo specchio di un’Italia in cui due schieramenti contrapposti si ritrovano uniti su una cosa sola: il considerare gli altri illegittimi. E questo provoca un danno enorme al paese in tutti i campi. Ci si accorge della cosa quando scoppia la vicenda della Vigilanza, ma accade ed è accaduto in varie circostanze: il referendum, la legge elettorale, il plenum della Corte Costituzionale. Ma non tutto deve essere oggetto di scontro fra maggioranza e opposizione. Anzi: la politica di Difesa, la politica estera, le scelte fondamentali per servizi di enorme rilievo sociale come scuola, sanità e naturalmente il servizio pubblico radiotelevisivo, dovrebbero essere oggetto di riflessione, confronto e compromesso”. Missione quasi impossibile. “Ci si ritrova in balia di gente convinta di questo: o governano loro o il paese va in rovina. E intanto lavorano tutti alla rovina del paese”. E su questo sfondo la Vigilanza, dice Petruccioli, “è l’esempio di uno stato generale di paralisi dovuto al fatto che in Italia non c’è un terreno di riconoscimento comune che riguardi la gestione della cosa pubblica. A destra si dice: fermiamo la sinistra. A sinistra si dice: non dobbiamo far governare la destra. Come può, in questo quadro, funzionare un organo di controllo e garanzia come la vigilanza? La malattia non è la Rai, ma la politica italiana”. La demonizzazione reciproca dei nomi fa il resto. “Oggi per la sinistra tutti coloro che sono al governo sono fascisti o amici dei fascisti. E per la premier Giorgia Meloni bisogna invece mettere fine al ‘monopolio della sinistra’ rispetto alla figura del presidente della Repubblica. Ma di quale monopolio parla? Tutti giurano sulla Costituzione, ma alcuni, a destra, probabilmente lo fanno con riserva mentale, cioè giurano sulla Costituzione pensando in realtà che quella sia una Costituzione antifascista da emendare nella parte antifascista; altri, a sinistra, pensano che tutti quelli che giurano sulla Costituzione, anche coloro che lo fanno in perfetta buona fede, siano dei bugiardi perché, se sono di destra o di centrodestra, non possono davvero giurare sulla Costituzione, mondo cui soltanto la sinistra può appartenere”.
Come se ne esce? “Intato bisognerebbe dirsi la verità”. E poi, dice Petruccioli ricordando quel voto bipartisan del 2005 sul suo nome in Rai, “se si ricopre un incarico istituzionale bisognerebbe farlo con spirito istituzionale. Per quanto mi riguarda, ho fatto il presidente della Vigilanza cercando di tenere a mente il compito: occuparsi del Servizio pubblico radiotelevisivo, punto. Una volta fui anche criticato dall’assemblea dei deputati degli allora Ds e risposi con una lettera, anche pubblicata da questo giornale, in cui spiegavo che per me il modo giusto di ricoprire l’incarico di guidare un’istituzione di garanzia e controllo non era certo diventare picconatore in nome del mio partito. Vale per ogni carica, compresa la presidenza della Repubblica. Il presidente non è il portavoce di una parte politica”.
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