L’Adriatico tra i mari europei a maggiore rischio di inquinamento luminoso

14 Ottobre 2026 - 15:25
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L’Adriatico tra i mari europei a maggiore rischio di inquinamento luminoso

Lo studio “A proposed methodology for defining the criteria of ‘Good Environmental Status’ for Artificial Light at Night in marine waters”, pubblicato recentemente su Ocean & Coastal Management da un team di ricercatori britannici delle università di Plymouth ed Exeter e del Centre for Environment, Fisheries and Aquaculture Science e italiani dell’università di Pisa, della Stazione Zoologica Anton Dohrn e dell’ISPRA, si proponeva di stabilire un metodo per valutare se una regione si trovi in ​​buono stato ambientale (GES) rispetto ai rischi derivanti dall'illuminazione artificiale notturna (ALAN) e si e trasformato in una valutazione senza precedenti che dimostra come le regioni costiere d'Europa siano maggiormente a rischio a causa dell'inquinamento luminoso nocivo.

All’università di Plymouth spiegano che «Non essendoci attualmente criteri definiti di GES per l'ALAN nelle acque europee, il team di ricerca ha sviluppato un nuovo sistema che tiene conto dell'inquinamento luminoso emesso dalle città costiere, nonché della trasparenza dell'acqua di mare in determinate località e della facilità con cui la luce può penetrare nella colonna d'acqua». Per evidenziare le acque europee a maggior e minor rischio di danni, i ricercatori hanno quindi utilizzato i dati esistenti, comprese le informazioni precedentemente pubblicate in un atlante globale dell'inquinamento luminoso notturno.

Lo studio è stato pubblicato proprio mentre la Direttiva quadro sulla strategia per l'ambiente marino (MSFD) dell'Unione europea, introdotta nel 2008 per proteggere l'ecosistema marino e la biodiversità, è in fase di revisione e gli autori sperano che il loro lavoro, e le prove su cui si basa, garantiscano che l'impatto dell'inquinamento luminoso artificiale sia pienamente preso in considerazione o in qualsiasi futura legislazione.

Il principale autore dello studio, Thomas Davies della School of Biological and Marine Sciences dell’università di Plymouth, ricorda che «Nel corso degli anni, le nostre ricerche hanno ripetutamente dimostrato che l'inquinamento luminoso ha un impatto significativo su molte importanti specie costiere. Tuttavia, questo problema non si riflette ancora pienamente nelle politiche globali e, sebbene la Direttiva quadro sulla strategia per l'ambiente marino (MSFD) avrebbe dovuto includere misure legate all'inquinamento luminoso, questo non si è mai concretizzato del tutto. La tesi è sempre stata che non vi siano prove sufficienti a sostegno di una legislazione dettagliata, il che significa che l'inquinamento luminoso rimane – almeno in termini politici – una sorta di minaccia ambientale latente. La nostra tesi, basata su questo studio e su altri lavori svolti dal 2014, è che non sia più così e che riteniamo di avere prove inequivocabili di rischi e danni che devono urgentemente tradursi in azioni concrete».

Lo studio ha rilevato che «le regioni chiuse, delimitate dalla terraferma su più lati, tendono ad essere quelle in cui il rischio di esposizione all'inquinamento luminoso nocivo è più elevato, con il Mar Adriatico, il Mar Baltico e il Mediterraneo occidentale che risultano essere le acque europee più colpite. All'altro estremo della scala si trovano aree di mare più aperte come la Macaronesia (una regione che comprende le Isole Canarie, le Azzorre, Madeira e Capo Verde), il Mare di Barents e il Mare d'Islanda. Le acque intorno al Regno Unito, al Mare del Nord e ai mari Celtici sono generalmente classificate come a rischio medio-basso. Tuttavia, i giacimenti di petrolio e gas del Mare del Nord – e le infrastrutture ad essi associate – hanno contribuito in modo significativo all'inquinamento luminoso in quello che altrimenti sarebbe un ambiente oceanico aperto».

L’autore senior dello studio, il direttore scientifico del Plymouth Marine Laboratory Tim Smyth, sottplinea che  «Definire e quantificare un buono stato ambientale richiede più della semplice misurazione. Dipende dalla combinazione di osservazioni e mappature globali con il giudizio scientifico di esperti su come dovrebbe essere un oceano sano. Il Global Atlas of Artificial Light at Night Under the Sea del 2021, insieme all'ampia mole di dati raccolti nell'ultimo decennio, ci ha permesso di valutare questa pressione emergente su scala globale. Insieme ad altri fattori di stress, come il rumore sottomarino, ci aiuta a costruire un quadro più completo dell'impatto umano cumulativo sull'oceano, fornendo la base di dati per azioni efficaci, dalle politiche globali alla gestione locale».

Lo studio, pubblicato sulla rivista Ocean & Coastal Management, è stato redatto da scienziati che lavorano nell'ambito del progetto AquaPLAN e molti di loro fanno anche parte del Global Ocean Artificial Light at Night Network (GOALANN), lanciato Davies e Smyth alla Conferenza delle Nazioni Unite sul Decennio degli Oceani nell'aprile 2024 e successivamente approvato dalle Nazioni Unite come una delle sue Azioni per il Decennio degli Oceani.

La coordinatrice del progetto AquaPLAN, Elena Maggi, docente di ecologia all'università di Pisa, fa notare che «Disponiamo ormai di prove sostanziali che dimostrano come la luce artificiale notturna possa influenzare gli organismi marini e i processi ecologici. Una sfida fondamentale è tradurre questa conoscenza in approcci che ci permettano di individuare le aree degli ecosistemi maggiormente a rischio. Questo è uno degli obiettivi principali di AquaPLAN: unire le conoscenze ecologiche e le metodologie di monitoraggio per fornire una base più solida per la valutazione e la mitigazione degli impatti dell'inquinamento luminoso e, in definitiva, per trovare modalità più sostenibili di coesistenza tra le attività umane e gli ecosistemi costieri. Questo studio rappresenta un passo importante in questa direzione».

Il nuovo quadro di riferimento sviluppato dal nuovo studio si basa su un approccio preesistente elaborato per il rumore sottomarino, una forma di inquinamento marino ampiamente trattata nelle attuali linee guida della MSFD. Il team di ricerca ha sviluppato criteri di valutazione del rischio separati per la colonna d'acqua e il fondale marino, utilizzandoli per quantificare la percentuale di ciascun mare regionale che, sulla base di dati satellitari e altre valutazioni, era esposta a un rischio di danno nullo, basso, medio o elevato.

Gli autori  dicono che «La metodologia potrebbe essere applicata anche a livello globale, Speriamo che, fornendo un quadro di riferimento scientificamente fondato, operativo e adattabile, dimostriamo che può essere raggiunta una gestione efficace dell'inquinamento luminoso marino utilizzando le conoscenze e gli strumenti esistenti».

Basandosi sul loro lavoro, gli autori dello studio concludono: «Esistono diverse misure che potrebbero essere applicate per ridurre l'impatto delle luci artificiali sull'ambiente marino. Dato che molte delle aree più colpite sono mete turistiche molto frequentate, le autorità di quelle regioni potrebbero valutare la possibilità di apportare modifiche significative alle loro infrastrutture di illuminazione. Questo potrebbe includere l'introduzione di sistemi di schermatura, attenuazione della luce o illuminazione notturna parziale, nonché l'esplorazione di metodi per ridurre la penetrazione della luce nel mare attraverso la manipolazione della lunghezza d'onda. Suggeriamo di istituire zone buie sulle isole e intorno ad esse, offrendo ai turisti un'esperienza alternativa al trascorrere del tempo affacciandosi su mari illuminati artificialmente».

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