L’America, e la democrazia trasformata in società per azioni

I Greci avevano chiari i rischi per la democrazia e coniarono i termini giusti. Plutocrazia, il governo dei ricchi; oclocrazia, il governo della folla, oggi si direbbe della pancia. Gli Stati Uniti sembrano in bilico tra queste due degenerazioni.
Ieri il New York Times aveva una cifra in apertura: 276 milioni di dollari da luglio. È quanto Elon Musk ha destinato a gruppi repubblicani e al proprio Super PAC per le elezioni di metà mandato. Di questi, 158 milioni sono andati al Senate Leadership Fund, più di quanto l’organizzazione democratica rivale abbia raccolto, nello stesso trimestre, da tutti i suoi donatori messi insieme.
Un solo uomo mette sul tavolo più denaro di un intero schieramento. Esercita una libertà o accumula un potere dal quale gli eletti faticheranno a emanciparsi? Il punto è che per condizionare un eletto non serve alcun patto. Basta che sappia da dove arrivano i soldi.
Il meccanismo è noto. Un cittadino può dare a un candidato al massimo 3.500 dollari per elezione, ma può versare una somma illimitata a un Super PAC che lavora per farlo eleggere. Basta che la spesa sia indipendente, cioè non coordinata con la campagna. È una condizione giuridica, non una distanza politica o personale. Il Super PAC di Musk, America PAC, è guidato da un suo consigliere politico; il Senate Leadership Fund è vicino alla leadership di John Thune. Musk finanzia sia una struttura vicina ai vertici repubblicani sia una propria organizzazione.
Queste strutture rispondono alla Federal Election Commission, che verifica la regolarità dei bilanci. Ma rendere conto dei conti non è rispondere delle scelte: la Commissione non conferisce alcun mandato popolare a chi decide come spendere. E chi può chiudere il rubinetto dispone di una leva che nessun elettore può revocare con una scheda. Aggiungi il dark money, che riguarda entrambi gli schieramenti, come ha documentato il Brennan Center anche per Future Forward, il Super PAC pro Biden e poi pro Harris: il nome dell’intermediario si vede, quello del finanziatore originario no.
Questa architettura nasce da una lunga evoluzione giurisprudenziale. Nel 1976 Buckley v. Valeo distinse tra limiti ai contributi e limiti alla spesa, proteggendo ampiamente la seconda. Nel 2010 Citizens United estese la tutela alle spese indipendenti di società e sindacati; poco dopo SpeechNow, sentenza della Corte d’appello di Washington, eliminò i tetti ai contributi per i comitati che fanno solo spese indipendenti. Nel giugno 2026, NRSC v. FEC ha tolto i tetti alle spese dei partiti coordinate con i candidati. La logica è seria: comunicare costa, e limitare la spesa può significare limitare la libertà di espressione. Ma la giurisprudenza ha ristretto sempre di più l’area in cui gratitudine e accesso privilegiato possono essere considerati corruzione.
Così un eletto può sentirsi obbligato senza aver promesso nulla. Può evitare una battaglia, rinunciare a una proposta, temere che alle primarie lo stesso miliardario sostenga il suo avversario. La dipendenza precede qualunque accordo e non lascia traccia di un ordine.
Negli Usa se ne discute. A settembre è stato presentato alla Camera il Sunlight on SuperPACs Act, che vuole rendere riconoscibili nei messaggi elettorali i principali finanziatori: per ora è una proposta, non una norma. A New York City un sistema volontario di finanziamento pubblico affianca a ogni dollaro di contributo ammissibile otto dollari pubblici, entro soglie definite. Non elimina la spesa esterna, ma offre un’alternativa di autonomia. Per reintrodurre limiti generali servirebbe invece un cambio di giurisprudenza o una modifica costituzionale, con due terzi delle Camere e tre quarti degli Stati: un percorso arduo.
Il denaro non garantisce la vittoria e gli elettori possono smentire i miliardari. Ma lo fanno dentro una competizione in cui pochissime persone hanno il potere di selezionare, promuovere e intimidire chi si candida. Gli oligarchi russi condizionavano il potere, prima che Vladimir Putin li spazzasse via con le buone o con le cattive. Negli Usa nessuno li spazza via, e una manciata di tycoon detiene una ricchezza superiore al bilancio di molti Stati.
La libertà economica consente di accumulare patrimoni. La sovranità popolare esige che quei patrimoni non diventino titoli privilegiati verso il governo. Una democrazia non è una società per azioni.
E poi c’è l’altra metà dell’equazione. Con soldi così, la propaganda arriva ai massimi livelli e l’elettore viene lavorato alla pancia. Prima c’è chi compra l’eletto; poi c’è chi plasma l’elettore. Il risultato lo abbiamo davanti.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
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