L’America privatizza l’interesse nazionale, l’Europa si allarga ma non supera gli egoismi nazionali

C’è qualcosa di paradossale nelle due crisi che attraversano l’Atlantico. Gli Stati Uniti hanno da duecentocinquant’anni ciò che l’Europa non ha mai costruito: uno Stato federale, un governo, una politica estera, un esercito, un Tesoro, un interesse nazionale che prevale su quello dei singoli Stati. E proprio adesso rischiano di smarrire la distinzione più elementare su cui quello Stato si regge: quella fra l’interesse pubblico e l’interesse di chi governa.
L’Europa vive la crisi opposta. Ucraini, moldavi, montenegrini e albanesi bussano alla sua porta perché hanno capito che, nel mondo delle grandi potenze, la sovranità si difende meglio condividendone una parte. Ma l’Unione che vogliono raggiungere continua a comportarsi come se ventisette, domani trenta o trentacinque, interessi nazionali potessero produrre per magia un interesse europeo senza un governo europeo.
In America il potere comune esiste e rischia di essere privatizzato. In Europa non esiste abbastanza, perché gli Stati non vogliono rinunciare al diritto di paralizzarlo. Anne Applebaum ha posto la questione americana con una domanda brutale: per chi è fatta oggi la politica estera degli Stati Uniti?
Prendiamo un caso. Secondo il New York Times, il 5 settembre Vladimir Putin ha chiesto a Steve Witkoff e Jared Kushner di sbloccare la vendita di una parte enorme degli asset internazionali di Lukoil: giacimenti, raffinerie, distributori in mezzo mondo. La cessione era sul tavolo da mesi per effetto delle sanzioni americane; un accordo con Carlyle, raggiunto a gennaio, è fermo a Washington. Dietro l’operazione che il Cremlino vuole chiudere ci sarebbero due gruppi mediorientali che hanno già fatto affari con Witkoff e Kushner e un finanziatore di Donald Trump, Todd Boehly. Un funzionario dell’amministrazione spiega che i due emissari starebbero aiutando a negoziare i termini della quota pubblica americana, per assicurare «un consistente pagamento anticipato e una partecipazione agli utili per gli Stati Uniti». Il Cremlino non commenta, ma conferma che si è parlato di cooperazione energetica.
Che una pace includa incentivi economici non è uno scandalo: può renderla più solida. Non ci sono prove che Witkoff o Kushner vogliano arricchirsi con la diplomazia americana, e sarebbe scorretto sostenerlo. Ma il punto è un altro. La pace in Ucraina, la diplomazia personale del presidente e un affare petrolifero da miliardi finiscono nello stesso spazio, nelle mani delle stesse persone, circondate dagli stessi soci. Non serve dimostrare un conflitto d’interessi quando il sistema è costruito in modo che nessuno possa più escluderlo.
È la politica estera ridotta a deal. Un conflitto diventa una trattativa in cui ciascuno mette sul tavolo territori, sanzioni, energia, investimenti. La diplomazia, con i suoi apparati, i suoi professionisti e le sue lentezze, viene sostituita dal capo e dai suoi uomini, incaricati di trovare il prezzo al quale tutti possono comprare qualcosa.
Ma uno Stato non è un’azienda, e l’interesse nazionale non è la somma degli affari che i suoi rappresentanti riescono a chiudere. La democrazia liberale ha inventato incompatibilità, procedure e controlli esattamente per impedire che l’interesse di chi governa si confonda con quello di chi è governato. La crisi americana non è la mancanza di potere. È la sua personalizzazione.
Mentre Washington si chiede quanto può incassare dalle vecchie alleanze, altri Paesi fanno sacrifici enormi per entrare nell’Unione. Non perché abbiano smarrito il sentimento nazionale. Per la ragione opposta: nel mondo di Stati Uniti, Cina, Russia e delle grandi piattaforme tecnologiche, bandiera, inno, parlamento e seggio all’Onu non bastano a decidere dell’energia, della difesa, del credito, della tecnologia, perfino dell’informazione. L’Ucraina vuole entrare per continuare a esistere come Ucraina. Gli altri perché, da soli, non reggono.
I Paesi che bussano lo hanno capito. L’Unione no. Bruxelles sa benissimo che un’Europa di trenta o trentacinque Stati non può funzionare come quella di ventisette, che già funziona a fatica. E sa che il veto di ciascun governo trasforma ogni decisione importante in un negoziato con chi è disposto a bloccare tutti gli altri. Per sedici anni l’Ungheria di Orbán ne ha fatto un metodo di governo: il veto non come estrema difesa di un interesse vitale, ma come moneta di scambio. Io blocco ciò che serve a voi finché non mi date ciò che serve a me.
Così, preparando l’allargamento, l’Europa pensa di chiedere ai nuovi membri di rinunciare al veto e di rendere più facile sospenderne i diritti in caso di gravi regressioni dello Stato di diritto. La soluzione rivela la malattia: l’Europa teme i veti di chi non è ancora entrato e si tiene stretti quelli di chi c’è già. È come allargare una casa stabilendo che i nuovi inquilini non potranno chiudere le porte a chiave, mentre i vecchi conservano ciascuno la propria.
E il problema non era soltanto Orbán. Per anni ci siamo raccontati che l’integrazione avanzava grazie a un nucleo di grandi Paesi europeisti e che le resistenze venivano dalla periferia. Non è più vero. Il nazionalismo è nel cuore dell’Europa: in Francia con un Rassemblement National ormai centrale; in Germania con un’AfD che condiziona il sistema anche dall’opposizione; in Italia con una premier che ha portato il suo partito su posizioni atlantiste e filoucraine ma vuole un’Europa delle nazioni, non un’Europa federale; in Spagna, dove Sánchez ha convocato elezioni anticipate per il 29 novembre e Vox sfiora il diciotto per cento nei sondaggi.
Meloni, Le Pen, Weidel e Abascal non vanno messi nello stesso sacco. Ma il problema è comune: il costo politico interno di cedere sovranità cresce proprio mentre cresce il costo internazionale di non cederla.
Tutti vogliono la difesa europea, purché l’ultima parola resti al proprio governo. Tutti vogliono un mercato europeo dei capitali, purché la vigilanza resti nazionale. Tutti vogliono una politica estera europea, purché ciascuno conservi il veto. Tutti vogliono che l’Europa sia una potenza. Quasi nessuno vuole darle il potere per esserlo.
Nessun governatore del Texas può mettere il veto a una sanzione contro la Russia. La Florida non ha una sua politica commerciale con la Cina. Quando Washington decide, decide una federazione. Ma aver costruito lo Stato federale non protegge dalla degenerazione del potere. Se il governo si identifica con il presidente, se la diplomazia passa dalle istituzioni agli emissari personali, se l’interesse nazionale diventa un portafoglio di affari in cui pubblico e privato non si distinguono più, la federazione resta. Cambia la natura del potere che esercita.
L’Europa ha protetto molto meglio la separazione fra pubblico e privato, e le sue istituzioni conservano una forza d’attrazione straordinaria. Nessuno obbliga gli ucraini a volere l’Unione mentre combattono per sopravvivere. Nessuno costringe i moldavi a scegliere Bruxelles sotto la pressione di Mosca. Noi europei, occupati a lamentarci ogni giorno dell’Europa, lo dimentichiamo: il problema dell’Unione non è che nessuno la voglia. È che noi non sappiamo che cosa farne.
Abbiamo costruito una straordinaria macchina pseudo-federale, piena di eccezioni: cooperazioni rafforzate, clausole passerella che nessuno usa, una difesa comune con eserciti nazionali, una politica estera comune in cui ciascuno può impedire agli altri di averne una. E poi ci stupiamo che non funzioni come una federazione. Con sei membri si governava col compromesso permanente. Con ventisette il veto è diventato ricatto. Con trenta o trentacinque, aspettare che tutti siano d’accordo significa rinunciare a governare.
Sono proprio i Paesi che vogliono entrare a indicare la via. L’Ucraina da sola non può determinare l’equilibrio militare del continente; dentro un’Europa capace di difendersi può contribuire a determinarlo. Ciò che vale per Kiev e Chișinău vale, in proporzioni diverse, per Roma, Parigi, Berlino e Madrid. Riprendersi poteri da Bruxelles non significa riprendersi la sovranità: significa spostare la dipendenza da Bruxelles a Washington, Pechino, Mosca, ai mercati o alle grandi società tecnologiche. La sovranità non è il diritto di dire di no. È la capacità di fare.
L’America possiede lo Stato e rischia di perdere il senso dello Stato. L’Europa ha il senso di una comunità politica e si rifiuta di costruire lo Stato che quella comunità richiederebbe.
Gli americani devono impedire che lo Stato federale diventi il patrimonio di chi lo governa. Noi europei dobbiamo finalmente decidere se vogliamo che esista.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
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