Gli stipendi italiani non crescono da trentacinque anni, e ora scende anche il potere d’acquisto

06 Ottobre 2026 - 09:55
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Gli stipendi italiani non crescono da trentacinque anni, e ora scende anche il potere d’acquisto

Legno

In trentacinque anni i salari italiani hanno perso terreno mentre quelli degli altri Paesi avanzati aumentavano. Tra il 1990 e il 2025 il salario reale medio in Italia è diminuito del due per cento. Nello stesso periodo è cresciuto del trentacinque per cento in Germania e Francia, del sedici per cento in Spagna e del trentasei per cento nella media Ocse. Negli Stati Uniti l’aumento è stato superiore al cinquantatré per cento, nel Regno Unito del quarantasette per cento. È la fotografia di un Paese in cui gli stipendi sono rimasti quasi fermi mentre altrove hanno continuato a crescere.

I numeri dell’Ocse mostrano la distanza anche nelle buste paga. Nel 2025 il salario lordo annuo del lavoratore medio italiano è stato di 36.594 euro, contro i 66.700 della Germania e i 45.964 della Francia. La differenza è di quasi il quarantacinque per cento rispetto ai tedeschi e del venti per cento rispetto ai francesi. La Spagna è invece più indietro, con 32.678 euro. Ma il confronto cambia quando si tiene conto del costo della vita: a parità di potere d’acquisto l’Italia sale a 53.864 dollari, contro i 76.285 della Germania e i 60.483 della Francia. Anche la Spagna, però, ci supera, con 57.779 dollari.

Una parte della spiegazione sta proprio nei prezzi. Secondo i dati riportati da Repubblica, in Italia ristoranti e alberghi costano il trenta per cento in più che in Spagna, l’energia il 25 per cento e l’abbigliamento il ventitré per cento. C’è poi il peso del fisco. Per un lavoratore single senza figli con uno stipendio medio, tasse e contributi assorbono il 45,8 per cento del costo del lavoro, meno che in Germania e Francia ma più che in Spagna. Il cuneo fiscale pesa, ma non basta a spiegare il divario: il problema resta soprattutto quello di salari lordi strutturalmente più bassi.

A questa situazione si aggiungono ora i dati Istat sulle famiglie. Nel secondo trimestre il reddito disponibile è aumentato, ma meno dei prezzi: il potere d’acquisto è così diminuito dello 0,9 per cento rispetto ai tre mesi precedenti e dello 0,4 per cento su base annua. Nei primi sei mesi del 2026 il bilancio resta positivo, con una crescita dello 0,7 per cento, ma tra aprile e giugno è arrivato il primo arretramento dopo due anni di recupero.

Le famiglie stanno anche consumando una parte maggiore del proprio reddito. La quota di risparmio è scesa al 6,7 per cento, il livello più basso dalla fine del 2012. In sedici anni il reddito disponibile è passato da 265 a 358 miliardi di euro, ma una volta corretti i dati per l’inflazione il potere d’acquisto resta praticamente fermo: 297 miliardi nel 2010, 297 oggi. In altre parole, ci sono più euro, ma permettono di comprare più o meno le stesse cose.

Il meccanismo si è inceppato soprattutto dopo la crisi dei primi anni Dieci. Nel 2012 il potere d’acquisto era già oltre il sette per cento sotto il livello del 2010. Poi è arrivato un recupero lentissimo, seguito dal Covid e dalla fiammata dei prezzi. Dal 2021 la distanza tra redditi nominali e reali si è allargata nuovamente. Per il 2026 l’inflazione acquisita è già al 3,1 per cento. E con l’ultimo trimestre ancora da contabilizzare, torna a pesare anche il fiscal drag, cioè l’aumento delle imposte che può derivare da redditi nominali cresciuti soltanto per effetto del caro prezzi. Un altro modo, indiretto, con cui l’inflazione continua a mangiarsi gli stipendi.

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