L’America verso le elezioni di midterm, Spannaus: “Trump è indebolito dall’Iran, ora i democratici hanno un’occasione d’oro”

03 Agosto 2026 - 20:25
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L’America verso le elezioni di midterm,  Spannaus: “Trump è indebolito dall’Iran, ora i democratici hanno un’occasione d’oro”

Usa, Spannaus: “La guerra con l’Iran può costare cara a Trump alle elezioni di midterm”. L’intervista

Con l’avvicinarsi delle elezioni di midterm, l’amministrazione Trump si trova ad affrontare una fase particolarmente delicata. La guerra con l’Iran continua a pesare sulla politica estera americana, mentre sul fronte interno crescono le difficoltà economiche e si intensifica il confronto tra repubblicani e democratici in vista del voto di novembre. Sullo sfondo, il dibattito sull’inflazione, il costo della vita e la tenuta della leadership del presidente si intreccia con le divisioni interne all’opposizione, chiamata a trovare una sintesi tra l’ala progressista e quella moderata. In questo scenario, quali saranno i temi destinati a orientare il voto? Il conflitto con Teheran rischia di trasformarsi in un boomerang elettorale per Donald Trump? E i Democratici riusciranno a capitalizzare il malcontento dell’elettorato o le loro divisioni interne finiranno per indebolirli?

A fare il punto è Andrew Spannaus, giornalista e analista americano, che ad Affaritaliani analizza gli equilibri politici negli Stati Uniti e le prospettive delle elezioni di novembre: “Trump non riesce a trovare una via d’uscita dal conflitto, perché ha di fatto indebolito la posizione americana nella regione e l’Iran sta sfruttando la sua nuova influenza sullo Stretto di Hormuz.”

Le elezioni di midterm si avvicinano mentre la guerra con l’Iran resta uno dei principali dossier della politica estera americana. In che modo questo conflitto potrebbe influenzare il voto di novembre?

“Trump non riesce a trovare una via d’uscita dal conflitto, perché ha di fatto indebolito la posizione americana nella regione e l’Iran sta sfruttando la sua nuova influenza sullo Stretto di Hormuz. Quasi due terzi degli americani si dichiarano contro la guerra, con opposizione significativa anche tra la base di Trump. E’ il tema maestro che certifica il fallimento della prima fase della sua seconda presidenza su più fronti, contribuendo ad un tasso di gradimento appena sopra il 30 per cento. Difficilmente i repubblicani potranno sfuggire dalle conseguenze di questa impopolarità alle urne. L’unica speranza per mitigare gli effetti sarebbe di trovare un accordo credibile con l’Iran, e far scendere subito il prezzo della benzina, ma la tendenza generale dell’opinione pubblica non potrà essere invertita”. 

All’interno del Partito Democratico continuano a emergere tensioni tra l’ala progressista e quella più moderata. Questo scontro rischia di allontanare una parte dell’elettorato oppure potrebbe trasformarsi in un fattore di mobilitazione contro Trump?

“L’ala dei ‘socialisti democratici’ porta una grande energia al partito e alla campagna elettorale. Trump li definisce comunisti nella speranza di replicare i successi passati, quando era riuscito a dipingere l’opposizione come troppo estrema. Ci sono preoccupazioni per la divisione tra i democratici, ma esiste una strada per vincere le midterm, e poi anche le presidenziali del 2028: concentrarsi sui temi che uniscono il partito, e che trovano sostegno tra la popolazione più in generale. I principali sono due: le difficoltà per la vita quotidiana dei cittadini a causa dell’aumento dei prezzi, e gli eccessi del presidente Trump che non rispetta le norme e la Costituzione. Servirà disciplina e pragmatismo da parte loro, ma il vento è favorevole”. 

Guardando ai temi che stanno dominando la campagna, chi parte oggi favorito per le elezioni di novembre? L’America sta davvero virando verso i Democratici oppure i Repubblicani mantengono un vantaggio competitivo?

“La speranza per i repubblicani è di sfruttare l’esito del ridisegno dei collegi elettorali (gerrymandering) per attutire le perdite alla Camera. Potrebbero salvare circa 10 seggi grazie a questa operazione, ma non dovrebbero bastare a mantenere la maggioranza. Al Senato hanno un vantaggio strutturale, considerando che alcuni degli stati in ballo quest’anno – si vota per un terzo del Senato ogni due anni – sono di solito nella categoria dei repubblicani. Così hanno buone speranze di mantenere la maggioranza, seppur di solo 1 o 2 seggi. I cittadini che decidono la direzione politica del Paese, cioè il numero (limitato) di elettori che cambiano il loro voto in base alle circostanze contingenti, rimangono moderati a livello culturale ma alla ricerca di azioni incisive in campo economico. Questo aiuta i democratici perché c’è un dibattito vivace sugli interventi più efficaci per i cittadini. La strategia di Trump doveva portare alla reindustrializzazione e alla crescita dei salari, ma di fatto ottiene il contrario. Alla fine servono risultati concreti, oltre la retorica”.

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