L’ascensore fermo di Sutera è una lezione per il Ponte sullo Stretto

29 Giugno 2026 - 05:29
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L’ascensore fermo di Sutera è una lezione per il Ponte sullo Stretto

C’è ormai un sottogenere del giornalismo italiano. È quello degli articoli sul Ponte sullo Stretto di Messina. Se ne scrivono da decenni e chi scrive ne ha prodotti parecchi. Poi esiste un sottogenere ancora più specifico: gli articoli che mettono il Ponte a confronto con uno qualsiasi dei fallimenti infrastrutturali in Calabria o, soprattutto, in Sicilia. I treni che impiegano un’eternità, le autostrade disseminate di cantieri, le opere pubbliche che sembrano non finire mai.

Volendo cercare un simbolo di questa infinita galleria di promesse incompiute, verrebbe da pensare all’anello ferroviario di Palermo, che tutti danno per prossimo all’apertura ma del quale nessuno riesce a indicare una data certa. Oppure all’autostrada della Sicilia sud-orientale, che avanza per frammenti come un puzzle destinato a restare incompleto. E invece no. L’opera che racconta meglio di tutte il nostro rapporto con le infrastrutture è minuscola. Non collega due coste, non attraversa mari, non compare nei rendering spettacolari dei ministeri. È provinciale, quasi invisibile. Ma, come insegnava Lev Tolstoj, «racconta il tuo villaggio e racconterai il mondo». Questa è la storia di un ponte. Solo che è un ponte verticale. Un ascensore. È la storia dell’ascensore di Sutera.

Sutera è un piccolo comune dell’entroterra siciliano, in provincia di Agrigento. Gli abitanti sono 1.088. Una parrocchia. Nulla rispetto al numero di persone che, sulla carta, verranno impiegate per il cantiere del famigerato Ponte: 7.000 addetti. Un tempo il paese viveva grazie alle miniere di zolfo. Oggi vive soprattutto della sua memoria. C’è il Rabato, l’antico quartiere di origine araba, c’è la Madrice che domina il centro storico, ci sono i vicoli di pietra che ogni tanto si riempiono di visitatori durante un fine settimana o una festa patronale. Per il resto, Sutera è uno dei tanti borghi siciliani che sembrano bellissimi soprattutto perché raccontano quello che erano, più che quello che sono.

Ha poche attrazioni, Sutera. Eppure possiede un’opera pubblica che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto diventare il simbolo della sua rinascita. Un ascensore. O, per essere più precisi, avrebbe un ascensore. Gli ascensori, in realtà, sono due. Sono racchiusi in una vistosa struttura di acciaio verniciata di un verde quasi fluorescente, una sorta di enorme parentesi appoggiata alla roccia. L’idea era semplice: collegare il centro abitato con il Monte San Paolino, il rilievo che domina Sutera e rappresenta la principale attrazione del borgo, evitando ai visitatori una salita ripida e poco accessibile.

L’opera è costata circa due milioni di euro. È stata completata nel 2012. Da allora non ha mai trasportato un solo passeggero. La ragione è uno di quei cortocircuiti burocratici che in Sicilia sembrano appartenere a un genere letterario. Quando i lavori finirono, emerse che l’impianto non rispettava le nuove norme tecniche entrate nel frattempo in vigore per questo tipo di ascensori. Per renderlo utilizzabile servirebbe un adeguamento da circa mezzo milione di euro.

Cinquecentomila euro: una cifra relativamente modesta se confrontata con il costo dell’opera o con quello di qualsiasi grande infrastruttura nazionale. Eppure sufficiente a tenerla ferma da quattordici anni. Il Comune non può permetterselo: il bilancio di un paese di poco più di mille abitanti non lascia margini per un intervento del genere. La Regione Siciliana non ha mai trovato le risorse né la volontà politica per chiudere definitivamente la partita. Così gli ascensori restano lì, immobili, impeccabilmente inutili, come un monumento all’arte tutta italiana di riuscire a costruire un’infrastruttura senza arrivare mai al dettaglio fondamentale: farla funzionare.

Ma il paradosso è ancora più profondo. Perché l’ascensore di Sutera non è diventato un monumento all’incompiuta dopo essere stato costruito. Lo era già mentre prendeva forma. L’opera, infatti, fu contestata fin dall’inizio. Italia Nostra si oppose al progetto, giudicandolo incompatibile con il paesaggio del Monte San Paolino e con il valore simbolico del luogo. A far discutere era soprattutto la copertura progettata per mitigarne l’impatto visivo: una struttura rivestita di pannelli di rame, descritta dai progettisti come una grande agave dalla quale sarebbe emersa la cabina dell’ascensore.

La soluzione, oltre a far lievitare i costi rispetto al progetto originario, non convinse mai gli ambientalisti. E il tempo, almeno in parte, ha dato loro ragione. Negli anni, il vento ha strappato numerosi pannelli metallici, scaraventandoli a centinaia di metri di distanza e costringendo il Comune a chiudere temporaneamente una strada per ragioni di sicurezza. Una scena quasi surreale: un ascensore mai entrato in funzione che riesce comunque a creare problemi. E a fare chiudere una strada.

L’ex sindaco Marco Carruba sostiene che il progetto iniziale fosse più semplice, meno costoso e anche più efficiente, con due cabine capaci di trasportare oltre venti persone al minuto. Le modifiche richieste durante l’iter autorizzativo avrebbero trasformato quell’idea in un’opera più costosa, meno funzionale e, alla fine, inutilizzabile. Italia Nostra, però, ricorda che le responsabilità non possono essere attribuite a un solo ente: attorno al progetto si espressero favorevolmente Soprintendenza, Genio civile, Vigili del fuoco, uffici tecnici e amministrazioni pubbliche.

Come spesso accade nelle storie italiane di infrastrutture, alla fine è impossibile individuare un solo colpevole. È molto più facile contare gli enti coinvolti. La storia, naturalmente, non finisce nel 2012. Come ogni vera incompiuta italiana, anche l’ascensore di Sutera ha continuato a vivere una sua seconda esistenza: quella degli annunci.

Nel 2022, la Regione Siciliana ha stanziato altri 76 mila euro. Il coordinatore locale di Forza Italia parlò dell’ultima tranche necessaria per mettere finalmente in funzione l’impianto. Ancora una volta sembrava che mancasse davvero l’ultimo tassello. Non era vero. L’ascensore è rimasto fermo dov’era. Ci riprova adesso il neoeletto sindaco di Sutera, Carmelo Salamone, avvocato, esperto in diritto fallimentare, che ha fatto un sopralluogo con la Protezione civile per capire il da farsi.

Nel frattempo, Italia Nostra è tornata all’attacco, definendolo «un’opera pubblica illusoria e surreale». Non più soltanto un’infrastruttura mai utilizzata, ma il simbolo di un’idea di sviluppo che, secondo l’associazione, ha finito per deturpare uno dei luoghi più suggestivi della Sicilia centrale senza produrre alcun beneficio. Colpisce una frase contenuta in quel documento: «Nessuno può illudersi che lo sviluppo dei nostri territori si possa attivare attraverso progetti di questo tipo». È una critica che va ben oltre Sutera. Perché l’ascensore fermo sulla montagna racconta qualcosa di più generale: la convinzione, tutta italiana e forse tutta meridionale, che basti costruire un’opera iconica per cambiare il destino di un territorio. Come se il problema fosse sempre l’assenza dell’infrastruttura e mai la capacità di farla funzionare, gestirla, mantenerla.

Sarebbe però troppo semplice liquidare la vicenda come l’ennesima follia amministrativa. Perché, a ben vedere, l’idea originaria aveva una sua razionalità. Alla fine degli anni Novanta, Sutera attraversava una stagione diversa. Il Presepe vivente attirava migliaia di visitatori, il paese investiva sul recupero del centro storico, del santuario di San Paolino, degli spazi pubblici e dei musei. L’ascensore era soltanto un tassello di un progetto più ampio: rendere facilmente accessibile la cima del monte e costruire un percorso turistico coerente.

Il primo progetto era persino diverso da quello che oggi domina il paesaggio. Prevedeva una struttura molto meno invasiva, quasi addossata alla parete rocciosa, e un piccolo sistema di trasporto capace di portare i visitatori fino alla sommità. Aveva ottenuto tutte le autorizzazioni. Poi passarono cinque anni. Tanti ne occorsero perché il finanziamento diventasse effettivo. Nel frattempo, il nulla osta paesaggistico era scaduto. La Soprintendenza non lo rinnovò e chiese un progetto completamente diverso. Cambiò la struttura, cambiarono i materiali, cambiarono i costi. Nacque quella grande foglia di rame che ancora oggi si arrampica lungo la montagna.

Da quel momento, la storia dell’ascensore smette di essere una vicenda di ingegneria e diventa un romanzo della burocrazia italiana. Arrivano varianti, contenziosi con l’azienda costruttrice, problemi tecnici, persino un fulmine che danneggia l’impianto, secondo la versione della ditta. E, mentre tutti discutono di responsabilità, l’ascensore resta fermo. È difficile immaginare una metafora più efficace. Un’opera concepita per portare in alto un paese che finisce invece per rimanere sospesa a metà strada, bloccata non dalla montagna ma dalle procedure.

Naturalmente nessuno sostiene che il Ponte sullo Stretto e l’ascensore di Sutera siano la stessa cosa. Sarebbe un paragone ingeneroso per entrambi. Uno è destinato, almeno nelle intenzioni, a diventare una delle più grandi infrastrutture europee. L’altro è poco più di un impianto verticale in un paese di mille abitanti. Eppure condividono qualcosa. Condividono l’idea, profondamente italiana, che il momento decisivo sia quello dell’annuncio, del rendering, del finanziamento, della posa della prima pietra. Come se il valore di un’opera coincidesse con la sua costruzione e non con la sua vita successiva.

L’ascensore di Sutera è lì da quattordici anni. Non ha mai trasportato un turista, un pellegrino, uno sposo diretto a San Paolino. Ha però prodotto conferenze stampa, polemiche, decreti, finanziamenti integrativi, ricorsi, accuse reciproche, promesse di imminenti inaugurazioni. In un certo senso, ha funzionato benissimo: non come infrastruttura, ma come narrazione. Forse è questa la lezione che arriva da un minuscolo borgo dell’entroterra siciliano. Le grandi opere non si misurano in metri, in campate o in miliardi di euro. Si misurano nel giorno in cui smettono di essere notizia e diventano semplicemente parte della vita quotidiana.

Il Ponte sullo Stretto, se mai verrà costruito, dovrà superare questa prova. Perché il suo destino non si giocherà il giorno dell’inaugurazione, ma il giorno dopo. Quando, senza più fanfare e senza più rendering, dovrà fare l’unica cosa che si chiede a un ponte: permettere alle persone di passare da una parte all’altra. L’ascensore di Sutera, invece, aspetta ancora il suo primo viaggio. Ed è difficile immaginare una metafora più siciliana di questa.

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