La storia dell’olmo che vide nascere New York

Gli alberi della libertà vennero piantati come simboli della rivoluzione e del cambiamento, ma anche di continuità. Qualche anno fa ho contribuito alla stesura di un articolo intitolato «The Creation, Content and Use of Urban Tree Strategies by English Local Governments» («La creazione, il significato e l’impiego delle strategie di piantumazione arborea in contesti urbani da parte dei governi locali inglesi»). Pur trattandosi di un testo un po’ arido, il mio impegno è stato ravvivato dalle interviste che ho effettuato girando per l’Inghilterra, da Solihull a Sheffield, da Kensington alla Cornovaglia, a venticinque funzionari del verde, persone in buona parte davvero simpatiche. Impiegati delle amministrazioni locali, questi dirigenti sono responsabili della messa a dimora o della rimozione di tutti gli alberi di un distretto, forse per questo hanno bisogno di un po’ di senso dell’umorismo. Le strategie di piantumazione arborea sono un mezzo per assicurarsi che i comuni pianifichino la gestione delle piante considerando una scala temporale che coinvolga più generazioni. Un albero messo a dimora in una città infatti deve essere accudito sostanzialmente per tutta la vita se si vuole che sopravviva.
Rispetto alla velocità con cui cambiano la tecnologia e l’architettura, gli alberi si modificano molto poco. È possibile che in parte le nostre radici profonde come esseri umani, il desiderio di moderare l’entusiasmo per i progressi tecnologici e di ritrovare il nostro legame con la natura (per esempio piantando alberi nelle città moderne) siano un effetto dell’azione degli alberi stessi su di noi. E sono anche collegate a un diffuso e concreto timore del cambiamento climatico e del crollo della stabilità del nostro habitat. Vorremmo preservare una parte radicata, fondamentale, del nostro ambiente; non potendo muoversi per sfuggire al pericolo, gli alberi possono agire per noi come i canarini per i minatori. Certamente esistono alberi che hanno assistito all’ascesa e al crollo delle città e cloni di alberi che hanno visto nascere e morire grandi imperi.
Un bell’esempio a questo riguardo è un olmo di New York, più antico della città stessa. L’albero occupa un terreno che vale milioni, a poco più di un chilometro dal World Trade One nei Washington Square Gardens, nel cuore della metropoli. Ma per la sua imponenza e bellezza è stato lasciato lì dov’era mentre nuovi edifici sorgevano tutt’intorno. Dal grosso tronco crescono due rami principali che si allargano sostenendo un’ampia chioma e, quando sono stata a New York, ho visto spuntare le prime foglie d’aprile, una lieve spruzzata di verde primaverile che spiccava sullo sfondo rosso dei mattoni della piazza. Nel 1990 è stata calcolata per l’olmo di New York un’età di 310 anni, ciò significa che, verosimilmente, era già lì dove è oggi nel 1680, sedici anni dopo che gli inglesi conquistarono i «Nuovi Paesi Bassi» e cambiarono il nome di New Amsterdam in New York.
L’olmo in questione non è nativo degli Stati Uniti e neppure del Regno Unito, ma sembra sia stato portato lì dall’Inghilterra, probabilmente in forma di talea, ottenuta da una pianta che cresceva in qualche fattoria inglese. L’olmo si riproduce efficacemente per via asessuata, infatti la maggior parte degli olmi inglesi ha lo stesso dna: in sostanza sono cloni di un unico esemplare, chiamato Ulmus minor «Atinia», riguardo al quale possediamo fortunatamente una documentazione scritta che risale a circa 2000 anni fa. L’olmo in questione nacque in Spagna. Forse era soltanto una piantina cresciuta per caso, ma venne notata da qualcuno che la portò in Italia, dove la sua introduzione è documentata dallo scrittore e agronomo Columella nel 60 d.C., mentre viveva e curava la sua tenuta agricola di Ardea, a 35 chilometri da Roma. L’olmo era usato comunemente come sostegno per i vigneti e per costruire steccati, perché si sviluppava da polloni e formava filari naturali; le sue foglie e ramoscelli servivano come foraggio per il bestiame, inoltre l’albero era usato per drenare i terreni o per realizzare condutture idrauliche, in quanto il suo legno resiste bene al marciume. Furono dunque gli antichi romani a introdurre un clone di quell’albero in Britannia, dove venne moltiplicato e piantumato su vaste aree. Dal 1604 in avanti, con la diffusione degli Enclosures Acts, gli alberi di olmo furono spesso scelti per delimitare i confini tra le diverse proprietà. I coloni inglesi che portarono l’olmo a New York probabilmente intendevano realizzare un filare di olmi sul loro terreno, come quelli così familiari in Inghilterra.
Sul piano chimico, quel clone deve aver sopportato molte difficoltà sviluppando gli opportuni adattamenti: prima la fattoria in Inghilterra, poi forse il sale e il buio durante la traversata atlantica, quindi la microflora, i metaboliti secondari e il clima differente di una porzione di foresta americana abbattuta da poco e, infine, intorno al 1880, un aumento straordinario del calore e una parallela diminuzione della luce conseguenti alla costruzione di Washington Square. Il torrente Minetta, che doveva essere abbastanza vicino da avere effetto sulla pressione dell’acqua che raggiungeva le radici dell’albero, venne interrato e, al suo posto, sorse la Minetta Tavern, dove Ezra Pound amava fermarsi a bere qualcosa. Il traffico, i fumi e il materiale particolato di una grande città inglobarono l’albero e gli insetti che con lui interagivano. Il terreno su cui si trova da prezioso è diventato inestimabile eppure l’olmo, straordinariamente, è ancora lì, vivo e vegeto.
Nei primi anni della sua crescita, l’albero dovette subire i limiti imposti da diversi fattori, non ultimo la mancanza di una specifica bioflora ereditaria con cui associarsi. Comunque questo isolamento ebbe i suoi vantaggi. Solo e lontano da altri alberi, non è stato infestato dalla grafiosi, una micosi che ha distrutto quasi tutti gli olmi antichi del Regno Unito. Come gli Stati Uniti, anche l’albero divenne più forte e prospero rispetto ai suoi antenati. Così un olmo quasi identico geneticamente a uno degli alberi più apprezzati in epoca romana (fondamentale per aver contribuito a drenare le paludi e aver salvato Roma dalla malaria, nei miti della casa degli antichi romani e nel creare l’idillio bucolico in cui Orazio e Marziale fuggirono per salvarsi dalla frenetica vita dell’urbe) riuscì a crescere e a svilupparsi nel cuore di una grande città del nuovo mondo.

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