L’assessore Catalano spiega come funziona (davvero) la sicurezza a Varese: “I fenomeni sociali non si reprimono, si governano”

Raffaele Catalano è assessore alla Polizia Locale del Comune di Varese. Ha alle spalle anni di lavoro in Questura e sul campo nell’ordine pubblico, dagli inizi in Calabria fra Platì e San Luca, nella Locride, fino agli incarichi nella Digos a Varese per tanti anni tra antiterrorismo, tifo violento, anarchici e ultradestra. Una biografia che si sente nel modo in cui affronta il tema: con precisione normativa, qualche sfogo sincero e una postura quasi chirurgica. Lo abbiamo incontrato per capire cosa può fare davvero un’amministrazione comunale sulla sicurezza, e cosa no.
Assessore, partiamo dai dati. Varese è davvero una città pericolosa?
«No, i dati lo dicono chiaramente: Varese non ha un tasso di criminalità denunciata particolarmente elevato. Ma i dati vanno letti e ponderati. Il problema reale è un altro: esiste una percezione di insicurezza. Ed è lì che le istituzioni devono dare risposte: lo Stato per la sicurezza pubblica, i Comuni per la sicurezza urbana. Il concetto di sicurezza viene dal latino “sine cura”, assenza di preoccupazioni. Dobbiamo lavorare su quello».
Cosa può fare concretamente un Comune e cosa invece non rientra nelle sue competenze?
«Bisogna essere onesti su questo, e ho impiegato un po’ a far capire il concetto anche ai colleghi politici. Le linee guida per l’attuazione della sicurezza urbana, stabilite dalla Conferenza Stato-Città del 26 luglio 2018, sottoscritte (ironia della politica) dal ministro Salvini, dicono chiaramente cosa compete al Comune: videosorveglianza, decoro urbano, prevenzione dei fenomeni di criminalità diffusa, promozione della legalità. Il controllo del territorio H24 spetta a Polizia di Stato e Carabinieri, non alla polizia locale. Non è una mia invenzione, è la norma».

E le forze dell’ordine come stanno?
«Male, devo dirlo con franchezza. Polizia e carabinieri sono in grandissima difficoltà numerica. Mettere insieme gli equipaggi per garantire una pattuglia per ogni quadrante nelle fasce 7-13, 13-19, 19-24 e 24-7 è complicato. Tutte le organizzazioni sindacali delle forze di polizia lo denunciano da anni. È la realtà. Per quello che mi riguarda, ringrazio per il loro lavoro Polizia, Carabinieri e anche gli uomini della Guardia di Finanza. Con Prefetto, Questore, comandante dell’Arma e delle Fiamme Gialle c’è una collaborazione costante e proficua».
La polizia locale, allora, cosa fa?
«Nel 2024 ha effettuato 29 Daspo urbani. Nel 2025 siamo saliti a 47. Il Daspo urbano è uno strumento del decreto sicurezza: se allontano qualcuno da una zona, entro 48 ore non può tornare, e se lo beccano il questore può emettere un Daspo rafforzato fino a un anno. Nel 2025 abbiamo fatto 129 controlli nei parchi, quasi uno ogni due giorni. Abbiamo effettuato 209 controlli antidegrado, 119 servizi nelle stazioni ferroviarie, 49 controlli antimovida. Sono stati sanzionati 204 automobilisti sorpresi alla guida con il cellulare: ho chiesto al comandante di usare pattuglie in borghese, perché questa è una cosa che mi dà proprio fastidio. E 336 veicoli sono stati multati per sosta sugli stalli disabili, altro comportamento da censurare e punire. Chi sbaglia, in questi ambiti soprattutto, merita sanzioni e le mani nelle tasche gliele metto volentieri. Sono tutti risultati, ci tengo a specificarlo, ottenuti grazie all’impegno delle donne e degli uomini della Polizia Locale di Varese».
Ha citato le stazioni e Piazza Repubblica. Come state intervenendo?
«Attraverso il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, presieduto dal Prefetto, al quale siedono di diritto Questore, comandante provinciale dei carabinieri e della Guardia di Finanza, il presidente della Provincia e il sindaco del capoluogo. Noi come amministrazione Galimberti abbiamo portato al comitato i problemi di Piazza Repubblica, delle stazioni, di via Como e di altre zone critiche. E il questore, sulla base dell’articolo 37 del DPR 782 dell’85, ha emesso ordinanze che dispongono servizi mirati in quelle zone, anche con uffici mobili della polizia di Stato, in aggiunta ai normali turni. Queste ordinanze citano esplicitamente l’esigenza di aumentare la sicurezza percepita della cittadinanza».

C’è anche una dimensione urbanistica nel discorso sulla sicurezza?
«Per me è fondamentale, e sto cercando di farla capire. Un principio della prevenzione situazionale dice: se uno spazio è fruibile, con funzionalità diverse e orari diversi, le persone lo sentono proprio e lo curano. Se invece è uno spazio di passaggio, diventa degradato. Piazza Repubblica ne è l’esempio classico. Nel 2008 ci fu un omicidio in via Ravasi, tragico epilogo di una discussione partita proprio da piazza Repubblica per un debito di droga. Il Comune dell’epoca cosa fece? Agì prendendo provvedimenti sull’onda emotiva del momento. È servito? Non ne sono convinto. La nostra amministrazione invece sta lavorando con un respiro più ampio. Sulla caserma Garibaldi per farne un luogo di cultura: questo avrà un effetto su quell’area. Lo studentato diffuso è un altro intervento con questa logica. Stesso discorso per lo spostamento del mercato in piazza Repubblica, decisione che ha restituito vita e ridotto il senso di abbandono della piazza. Certo, per ogni cosa ci vuole tempo».
La sicurezza partecipata: è solo uno slogan?
«Quando sono arrivato, a Varese esistevano un gruppo di controllo del vicinato a San Fermo e uno a Bobbiate. Oggi siamo a 11. Ma la cosa di cui vado più fiero sono i 23 gruppi di controllo della comunità commerciale, nati da un accordo con Confcommercio: i commercianti si segnalano tra loro e alla polizia locale se ci sono problemi. Funziona».

Come si governa la percezione dell’insicurezza senza alimentare la paura?
«Con molta cautela. La sicurezza è un tema che colpisce il sentimento delle persone, e sulla paura ci giocano in tanti: è pericolosissimo. Bisogna avere la postura del chirurgo, non puoi avere un rapporto di familiarità con il paziente, altrimenti commetti errori. L’ho imparato sul campo, negli anni in cui mi occupavo di ordine pubblico. Alcuni fenomeni sociali non si possono reprimere solo inasprendo le pene. I fenomeni si governano. La legge 401 del 1989 sugli ultras non ha fatto smettere il fenomeno: lo puoi solo gestire, con attenzione e intelligenza. Come non si può affrontare solo con la forza un corteo o una manifestazione: i cortei hanno un’anima, va compreso il contesto, analizzate le situazioni, capito con chi si ha a che fare. Vale lo stesso per certi fenomeni di disagio urbano: non basta la repressione, serve un approccio multidisciplinare. Ma attenzione: questo non significa liberi tutti o sottovalutare gli eventuali problemi, tutt’altro. Se sbagli, paghi. La porta aperta non è un invito a fregare il sistema».
Sul tema dello spazio urbano e sul suo valore condiviso è stato organizzato lunedì 18 maggio alle 21 a Materia, la sede di VareseNews, un incontro con Elena Granata che presenta “La città è di tutti”, una riflessione sullo spazio urbano e sul suo valore condiviso. Un invito a ripensare la città oltre il consumo, dove ciò che conta non ha prezzo ma nasce dalle relazioni. Tra esempi concreti e visioni future, prende forma un’idea di abitare più libera, accessibile e collettiva. Per immaginare insieme una nuova grammatica del vivere urbano, davvero di tutti.
Per iscriversi alla serata, gratuita, si può cliccare QUI: https://www.eventbrite.it/e/biglietti-la-citta-e-di-tutti-con-elena-granata-1987122568093?aff=oddtdtcreator&keep_tld=true
L'articolo A Cassano Magnago arriva la Sagra del cinghiale e della fiorentina sembra essere il primo su VareseNews.
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