L’assurda condanna (annullata) di un sindaco per la morte di una turista travolta da un’onda

19 Settembre 2026 - 07:00
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Giovanni Di Martino, ex sindaco di Praiano, in provincia di Salerno, è stato assolto in appello dall’accusa di omicidio colposo per la morte di una turista travolta dalle onde del mare nel 2018. La vera notizia non è l’assoluzione, arrivata a distanza di ben otto anni, ma che in primo grado il sindaco fosse stato condannato (sei mesi di reclusione con pena sospesa). Il primo cittadino venne infatti ritenuto responsabile a livello penale perché un gruppo di turisti, nel bel mezzo di una mareggiata evidente, decise in totale autonomia di avventurarsi su un ponticello a ridosso dell’acqua per scattare delle foto a effetto.

I fatti risalgono al 2 gennaio 2018. Una comitiva veneta arriva a Marina di Praia, nel cuore della costiera amalfitana. Le condizioni meteorologiche e marine sono decisamente proibitive e le onde sommergono integralmente l’intera spiaggia. I turisti decidono comunque di andare su un sentiero che consente di fare una passeggiata a ridosso del mare. L’obiettivo, candidamente ammesso in seguito in tribunale, è scattare fotografie dall’alto per immortalare il panorama e la spuma del mare. Per accedere al sentiero, l’unico passaggio possibile per i pedoni è un piccolo ponticello. E’ in questo fazzoletto di cemento che si materializza il cortocircuito logico e giudiziario di questa inchiesta.

Il giudice di primo grado aveva condannato il sindaco basandosi interamente sulla presunta inadeguatezza posizionale di un cartello di pericolo. Dagli atti emerge però una realtà ben diversa. Il cartello di pericolo c’era, recitava a chiare lettere in italiano e in inglese il divieto di transito in caso di mare agitato, e ce n’era pure un altro identico collocato alla fine del percorso. L’accusa, però, ha sostenuto la singolare tesi che il segnale fosse troppo distante dal punto in cui le onde colpivano la banchina di cemento. Il difensore di Di Martino, l’avvocato Antonio Zecca, ha dovuto penare in aula per spiegare una logica lapalissiana: se si piazza un cartello direttamente nel punto in cui battono le onde, alla prima mareggiata il mare lo divelle e se lo porta via senza pietà. Il segnale va ovviamente collocato prima del pericolo, all’imbocco del percorso e non dove il rischio è già ampiamente in atto. Sarebbe come pretendere di segnalare una curva pericolosa quando si è già in piena curva.

Non solo. Durante il dibattimento, i turisti hanno ammesso senza troppi giri di parole di non aver minimamente percepito il rischio della mareggiata in corso. Oltre la cartellonistica, hanno ignorato anche i moniti verbali e accorati dei residenti presenti sul posto, che avevano esplicitamente sconsigliato loro di avventurarsi sul quel sentiero.

Di Martino, da parte sua, non aveva trascurato le proprie funzioni amministrative. In qualità di sindaco aveva formalmente delegato il controllo e la manutenzione della cartellonistica alla polizia municipale e all’ufficio tecnico, come previsto dalla legge. Anche perché il sindaco non può certo trasformarsi in un guardiano del faro, pronto a posizionarsi su ogni luogo potenzialmente pericoloso della città. La Corte d’appello ha per fortuna riconosciuto questa solare evidenza, ribaltando la sentenza e assolvendo l’imputato con formula piena.

Resta il paradosso tutto italiano di un sistema culturale e giudiziario che fa ricadere la responsabilità penale per le libere scelte, spesso incaute, dei cittadini su chi amministra il territorio. Il sindaco è ormai concepito dalla burocrazia e da una certa giurisprudenza come il capro espiatorio universale, il parafulmine chiamato a rispondere penalmente di eventi naturali straordinari e di comportamenti individuali sprezzanti di ogni logica.

E la domanda di fondo, al netto di assoluzioni tardive che non ripagano in alcun modo del fango mediatico e giudiziario accumulato negli anni, resta sempre la stessa: ma in queste condizioni, chi lo vuole fare più il sindaco?

Ermes Antonucci

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